Alla fine degli anni 20 del ventesimo secolo, esattamente nel 1928, l’Etiopia era un impero retto dalla regina Zawditù, e da un reggente, il cugino trentaseienne Ras Tafari definito Makonnen, cioè governatore. Zawditù morì due anni dopo e Ras Tafari il 2 novembre 1930 fu incoronato imperatore d’Etiopia con il nome di Haile Selassie.
I rapporti tra l’Impero di Etiopia e il Regno d’Italia, confinante con le sue colonie dell’Eritrea a nord e della Somalia a sud, non erano stati mai idilliaci: le spinte coloniali dell’Italia l’avevano più volte portata a scontrarsi militarmente con l’Etiopia. Memorabile fu la guerra del 1896 con la disastrosa sconfitta di Adua, che l’Italia mai dimenticò e per la quale ebbe sempre in agenda una rivalsa, da ottenere prima o poi. Per questo i confini tra l’Etiopia e le due colonie italiane erano sempre stati oggetto di attenzione, con continui momenti di tensione, acuitisi con l’avvento del regime mussoliniano in cerca di affermazioni militari eclatanti.
Tuttavia, nella primavera del 1928, quando Ras Tafari era ancora per poco reggente, le diplomazie dei due paesi erano al lavoro, riservatamente “data la natura delicata delle trattative” come scrisse il sottosegretario Emilio De Bono ai prefetti, per quella che poteva apparire una normalizzazione dei rapporti, e il futuro Negus Negesti (Re dei Re, come sarebbe poi stato ufficialmente denominato Ras Tafari) aveva fatto addirittura visita in Italia, incontrando il

re Vittorio Emanuele terzo, una figura marginale dal punto di vista politico, e colui che di fatto governava l’Italia, il dittatore Benito Mussolini.

Il viaggio precedeva la conclusione di un Trattato di Amicizia e di Arbitrato” rinnovabile di dieci in dieci anni, tra le due nazioni, che sarebbe poi stato firmato nell’agosto del 1928 ad Addis Abeba (Addis Abäba) dall’ambasciatore italiano Giuliano Cora e lo stesso reggente Ras Tafari.

I punti salienti del trattato prevedevano la concessione dell’accesso al Mar Rosso a favore dell’Etiopia per la durata di 130 anni attraverso il porto eritreo di Assab; la costruzione di una strada per collegare Assab con la città etiopica di Dessié, e quindi con la capitale Addis Abeba; la costruzione di una ferrovia per servire questa tratta, in parte finanziata da capitale italiano e in parte etiopico; una modifica territoriale tra la Somalia, e l’Etiopia per rendere parallelo il confine tra i due stati rispetto alla costa della Somalia sul Mar Rosso, all’altezza della città di Benadir. Infine, il trattato prevedeva un accordo per regolare l’eventuale ripetersi di future dispute o incomprensioni, mediante il ricorso alla Società delle Nazioni, cioè all’antenato delle Nazioni Unite, allora con sede a Ginevra, soltanto dopo che trattative e arbitrati bilaterali fossero risultati infruttuosi.
Nel corso delle trattative, come si ebbe conferma dagli sviluppi successivi, entrambe le parti lavoravano per obiettivi diversi: l’Italia, da potenza coloniale qual era, non s’accontentava di quanto stabilito dal trattato e faceva di tutto per trasformarlo in un mezzo di penetrazione economica ponendo, attraverso questa, le premesse per una possibile penetrazione militare, pertanto spingeva per la realizzazione della strada Assab-Dessié, che considerava strategica, mentre tentava di escludere la clausola del ricorso alla Lega delle Nazioni. Ras Tafari, al contrario, non intendeva consentire la costruzione della strada perché, giustamente, ne intuiva la pericolosità quale mezzo con cui l’Italia avrebbe potuto invadere più agevolmente e rapidamente il suo paese sfruttando la propria superiorità tecnologica e logistica; inoltre spingeva per includere l’arbitrato della Lega delle Nazioni, memore del precedente trattato stipulato tra le due nazioni nel 1889, che differendo, nelle versioni in lingua amarica e italiana, aveva subdolamente reso l’Etiopia un protettorato dell’Italia, mediante la delega che appariva nella sola versione italiana, di tutte le attività di politica estera al suo governo; mentre nella versione in lingua amarica tale delega automatica non c’era, e semmai era solo facoltativa. Di qui le diffidenze nel corso della trattativa del nuovo trattato di amicizia, specialmente da parte del Consiglio della Corona etiopico, che aveva spinto Ras Tafari a rimettere in discussione più volte l’accordo dopo che il tutto era già stato approvato, e richiedere di estendere la zona franca a protezione dell’Etiopia, in quanto non sufficiente a garantire la sicurezza territoriale dello stato etiopico. Del resto il suo timore era giustificabile con il fatto che, storicamente, era stata l’Italia a violare i confini Etiopici e non viceversa.
“Per scongelare la sospettosa riserva del reggente”, rivelò Time Magazine il 5 novembre di quell’anno, all’ormai certo futuro Imperatore Etiope fu fatto dono da parte dei reali italiani di “un’enorme e scintillante limousine

Isotta-Fraschini”, un’auto di lusso che “negli Stati Uniti – ci tenne a sottolineare Time Magazine – era venduta a circa 18.000 dollari” di allora, cioè oltre 300 mila dollari dei giorni nostri. Nonostante la firma dell’accordo, comunque, i confini tra le parti non furono mai stabiliti definitivamente, il che non fece cessare la tensione esistente tra i due stati, specialmente dal momento che l’Italia di Mussolini intendeva a tutti i costi collegare tra di loro le sue due colonie, a nord e a sud dell’Etiopia, e Mussolini, già durante le trattative stava facendo elaborare piani operativi per la conquista dell’intera Etiopia. Cosa che poi effettivamente mise in atto con ingenti mezzi solo sette anni dopo, il 3 ottobre 1935.
A partire dalla data d’inizio delle ostilità, da molti paesi, non solo dall’Italia, frotte di giornalisti si riversarono nella regione, chi in Etiopia, chi in Eritrea, chi in Somalia per osservare l’evolversi degli avvenimenti. Dal Sud Africa il giornalista britannico

George L. Steer, corrispondente del The Times di Londra, poi autore del libro Cesare in Abissinia del 1936. Dalla Francia due giornaliste spagnole,

Dolores de Pedroso e Margarita de Herrero, questa poi divenuta moglie di Steer, inviate da Le Journal. Dagli Stati Uniti come inviato del Daily Mail il romanziere e giornalista Arthur Evelyn Waugh, che quell’anno accrebbe la propria fama letteraria con la biografia Jesuit and Martyr che l’anno successivo gli avrebbe valso il prestigioso premio letterario Hawthornden Prize, e molti altri. Anche dall’Italia si recò in Eritrea e poi in Etiopia un osservatore: le sue carte di recente rinvenute e mai pubblicate, a distanza di quasi 90 anni, ci consentono di rendere note qui le sue osservazioni e il suo reportage, sebbene non sia possibile decifrare le sue generalità complete, a parte Augusto, che sembrerebbe il nome di battesimo, e gli altri dettagli della sua vita. Il suo racconto desta uno speciale interesse perché, a differenza di tanti altri, include quello che potremmo definire uno “scoop”: gli appunti originali di un consigliere militare dell’Imperatore etiopico che presentano la guerra dal punto di vista degli assaliti.

Comunque, tornando alla storia, l’Italia aveva cominciato ad ammassare truppe in Eritrea molti mesi prima dell’inizio delle operazioni. Si trattava di formazioni militari di due tipi: divisioni di Camicie Nere, essenzialmente formate con volontari provenienti dal corpo paramilitare del partito fascista chiamato Milizia

– perché Mussolini voleva che la conquista dell’Impero avesse un’impronta fascista – e da corpi d’armata regolari del Regio Esercito che mantenevano la loro tradizionale devozione monarchica. Ad esempio la 30° Divisione di Fanteria “Sabauda”, dove si trovava il nostro osservatore, era sbarcata al porto di Massaua il 21 giugno del 1935, acquartierandosi tra Asmara e Decamerè per presidiare i forti di confine con l’Etiopia. Il 3 ottobre, all’inizio delle operazioni sotto il comando superemo del

Gen. Emilio De Bono, essa avanzò nella conca di Adigrat in Etiopia e il 7 raggiunse il passo di Chessad Megà. Al momento dell’entrata in combattimento, il 28 dicembre, le armate italiane presero la mossa dal vecchio confine eritreo del monte Solcotom di Mapcarta, una montagna alta più di duemila metri posta ad est di Gulomahda (Gulo Mäḵäda).
Come sua prima azione, la Divisione “Sabauda”, si impadronì delle alture della conca di Buie (Buye). Quella parte d’Africa, con la sua vegetazione lussureggiante, gli abitanti locali nei loro caratteristici “tucul” (tekul), i fiumi tortuosi scavati tra l’intrico delle liane, le Ambe (formazioni montagnose) dai colori dei monti biblici, la fantastica e luminosa flora, pianori e scene incredibili a descriversi. Tutto questo quadro, incantava chi vi arrivava per la prima volta a causa del sapore esotico: non sembrava affatto lo scenario appropriato per un evento militare; forse in passato poteva aver albergato tra i desideri sempre agognati e mai appagati della mente, e la maggior parte degli italiani forse l’aveva solo visto in qualche film: certo nessuno di quei contadini, braccianti, operai e impiegati di terza categoria avrebbe mai pensato di arrivarci come soldato appartenente a un esercito invasore. Nessuno era preparato per ciò che sarebbe seguito: la fame più dura, il sonno discontinuo sotto l’agguato, o l’incubo dell’agguato, dei difensori, la sete cocente mitigata di tanto in tanto con acqua che poteva sapere del tanfo dei cadaveri in decomposizione. Ma questo “lusso” sarebbe stato possibile solo con difficoltà, perché quell’acqua era da attingere presso fiumi invasi da più di un corpo putrefatto, umano o animale che fosse, e non era potabile. E poi, la sporcizia, accompagnata delle molestie di pidocchi e pulci che imperavano tra la truppa. Una miriade di fatiche e disagi che mai nessuno avrebbe immaginato di provare quando si era presentato alla coscrizione o volontario e che demoralizzavano e abbattevano, se non si era in grado di trovare nelle difficili situazioni una forza nuova, che nasce dalla consapevolezza del compito da svolgere, come giustificazione delle grandi sofferenze da condividere con i commilitoni. Così, da grande e piccolo osservatore di tutto ciò, qualcuno a seguito delle armate seguì con occhio stranamente obiettivo, data la retorica imperante in quel periodo, la maggior parte delle fasi della campagna militare del fronte nord, con interesse per l’ignoto e disinteresse per il pericolo, così come può concepirlo un giovane di ventitré anni.
Passarono alcuni mesi, e nel gennaio del 1936 la Divisione “Sabauda” avanzò nella provincia dell’Enderta per partecipare alla Battaglia di Amba Aradam: il 13 febbraio raggiunse Adi Acheidi, il 27 il passo Amba Alagi-Amba Aradam, poi partecipò alla battaglia di Mai Ceu (Maychew), avanzò fino al passo Agumbertà (Agumsertà) e raggiunse la riva orientale del Lago Ascianghi (Ascianghè), teatro dell’omonima battaglia. Di lì, la strada per la capitale etiopica, Addis Abeba, sarebbe stata aperta: il nostro Augustovi arrivò il 5 maggio con tutto l’esercito.
Malgrado i crucci e le sofferenze fisiche e morali generati dallo stress psicologico di trovarsi in un teatro di guerra, e dall’enorme fatica al quale non era preparato, il nostro osservatore non aveva mai abbandonato il desiderio e la volontà di raccogliere e annotare piccole e grandi notizie inerenti la guerra per poterla in seguito documentare, vivificandola con la sua esperienza personale sul campo, e perché no, anche un po’ d’immaginazione, trascrivendo di sera su un diario i fatti del giorno, al fioco e tremulo chiarore della fiammella di una candela, dopo lunghe marce, mentre giaceva sotto la tenda sul duro e arido terreno. La raccolta che ne è scaturita, non è stata scritta per farne un capolavoro letterario, né per vanagloria personale, che ben poca letteratura e gloria vi era in quanto stava vedendo, ma semplicemente perché al nostro Augusto appariva interessante, costituendo il ricordo più grande che la sua giovinezza gli avesse fin allora procurato.
Fu così che dopo esser giunto ad Addis Abeba, nel luglio 1936, gli capitò di conoscere un russo, tale

Fëdor Eugenevich Konovaloff, ex colonnello del Genio e poi aviatore dell’esercito zarista, naturalizzato etiopico, che da tempo risedeva ad Addis Abeba, il quale da alcuni anni era addetto al Quartiere Generale Etiopico come consigliere militare. Da lui, non si sa come, ottenne alcuni appunti che descrivevano la battaglia di Mai Ceu: appunti personali smarriti lungo il viaggio di ritorno verso la capitale, poi rinvenuti da qualcuno, tradotti dal russo o, più probabilmente, dal francese. Da questi appunti, il nostro osservatore ha tentato di ricostruire tutta la battaglia di Mai Ceu dal punto di vista Etiopico, con le fasi principali della ritirata, mirando soprattutto a mettere in rilievo la vita dell’Armata Imperiale.
Nelle pagine iniziali, il russo delineava con frasi altamente verosimiglianti, seppur schematiche, lo stato morale e organizzativo delle divisioni etiopi sotto il comando di Ras Cassa (Kassa) e Ras Sejun, di ritorno dal Tembien dove si era verificata la grande sconfitta dei loro eserciti che difendevano quella parte del fronte.
Da quanto Konovaloff scrisse, “Il 19 marzo i resti delle armate di Ras Cassa e Seium, dopo una ritirata di tre settimane, raggiungevano Quoram. Di quanti soldati erano composti? Era difficile dirlo!

L’Armata Etiopica non assomigliava a nessun’altra armata! I suoi soldati avevano abiti differenti, non avevano frequentato nessuna scuola militare, erano una moltitudine frammista ad animali da carico, muli e asini e composta dalle mogli, dalle inservienti per la cura del vitto, dai bambini, dai portatori di fucile o di altri oggetti, e infine dai loro servitori e schiavi; quest’armata aveva piuttosto l’aspetto di un esodo, la migrazione di un intero popolo. Era mai possibile stabilire, in questa massa dove ciascuno si preoccupa di precedere il proprio vicino, chi fosse un soldato e quali fossero le unità addette al combattimento? Teoricamente tutte le armate dei Ras al principio della guerra contavano centinaia di migliaia di uomini.” Ma a quel punto, date le defezioni che c’erano state, quanti ne erano rimasti? Impossibile dirlo.
Era anche da notare la mancanza assoluta dei mezzi logistici, specie dei vettovagliamenti, malgrado l’imperatore si trovasse in località facenti parte del suo impero e fosse al corrente dello stato della transitabilità della regione, che era scarso. Caratteristico anche il sistema di scambio commerciale che il Konovaloff aveva notato: “Questi uomini, che marciavano da circa sei mesi senza uno scopo preciso – scriveva – e che per tutto quel tempo non avevano guerreggiato, se non per qualche giorno, non solo avevano esaurito le provviste portate al seguito, ma avevano anche smarrito le loro migliori qualità guerriere. Al punto cui erano, per sopravvivere dovevano acquistare con la propria paga personale quanto giornalmente occorreva loro e, cosa peggiore, pagarlo non con il denaro, ma con le cartucce di differente calibro di cui disponevano, essendo questo il sistema principale di scambio” perché nel paese il denaro non solo scarseggiava, ma godeva di minore affidabilità.
Nella lotta per la vittoria, il morale è il primo requisito e lo stato d’animo degli armati etiopici, anche volendolo, non poteva essere considerato elevato, anzi era reso piuttosto scarso da varie cause. Il servizio informazioni difettava a tal punto che nessuno conosceva la vera situazione delle cose, specie i “passi avanti” che gli Italiani quasi giornalmente stavano compiendo: “Le continue minacce degli aerei, – scriveva Konovaloff nei suoi appunti – gli scacchi e le ritirate; l’ozio e le manovre disordinate, avevano demoralizzato questi soldati. Essi erano lontani dal pensare a qualsiasi nuova battaglia. I nostri movimenti verso sud risollevavano loro lo spirito, perché questi li avvicinavano verso lo Scioa (Shewa), il loro paese natio – Addis Abeba, – ove avrebbero potuto dimenticare le fatiche delle lunghe marce forzate, le bombe degli aerei, le minacce delle mitragliatrici, l’inospitalità delle regioni che erano loro estranee, le popolazioni locali ostili contro le quali dovevano difendersi; in una parola raggiungere i luoghi ove si illudevano di poter riprendere una vita normale. A nessuno veniva in mente che il nemico avanzava di giorno in giorno occupando una regione dopo l’altra e che, alla fine, anche casa loro sarebbe stata minacciata.”


