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Storie

La Guerra Italo-Etiopica del 1935-36: testimonianze oculari a confronto – Seconda parte

L'Esercito Etiopico

Nella prima parte di questo articolo abbiamo parlato del corrispondente del The Times, George Steer. Anche lui, dopo l’ingresso degli italiani e prima della sua espulsione da parte dei nuovi padroni del paese, incontrò il colonnello Konovaloff ad Addis Abeba. Anche Steer venne in possesso di una copia dei suoi appunti, su cui basò un intero capitolo del suo libro “Caesar in Abyssinia” (Cesare in Abissinia) che, dal punto di vista dell’Impero coloniale britannico, in cui Steer militava, aveva il chiaro e, giornalisticamente condivisibile, intendimento di non sottacere nulla circa il comportamento a danno degli etiopi dei colonialisti italiani: l’unico popolo africano, o uno dei pochi, ancora a non ricadere sotto il dominio d’un regime colonialista, tra i quali, oltre a quello italiano, il belga, il britannico, il francese, l’olandese, il portoghese, lo spagnolo e il tedesco.

Caesar in Abyssinia

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Parallelamente, ottenne una copia degli appunti di Konovaloff anche Stefano Miccichè, un ufficiale superiore della Regia Marina ed esperto elettrotecnico che svolse un ruolo chiave in Etiopia prima dello scoppio del conflitto. Miccichè aveva prestato servizio come consigliere elettrotecnico del governo etiopico di Hailé Selassié e fu ispettore della stazione radiotelegrafica della capitale costruita dall’Ansaldo, un’importante infrastruttura realizzata da tecnici italiani nel 1932.

La stazione radiotelegrafica di Addis Abeba

In questo suo ruolo, di fatto Miccichè controllava il principale canale di comunicazione dell’Etiopia con l’esterno: non era un agente segreto nell’accezione moderna del termine, ma certamente l’incarico gli aveva permesso di monitorare i flussi di informazioni sensibili del governo etiopico proprio alla vigilia del conflitto. Con l’apertura delle ostilità il 3 ottobre 1935, Miccichè, come altri tecnici e funzionari italiani, dovette lasciare il proprio incarico presso il governo abissino e trasferirsi a Gibuti, colonia francese. Con la conquista di Addis Abeba, ritornò allo scopo di redigere un esauriente resoconto della campagna per gli alti gradi militari, arricchita con informazioni di parte etiopica – fu a questo punto che gli appunti di Konovaloff si rivelarono essenziali – un resoconto che non poté non finire sulla scrivania di Mussolini, un tempo anche lui zelante giornalista e direttore di giornali. Non è dato sapere a chi venisse l’idea di trasformare tale resoconto in un’opera confezionata con stile letterario, ma volutamente studiata da Miccichè per mettere in cattiva luce l’imperatore Aile Selassie, gli etiopi e le loro armate (Miccichè inserì toni razzisti e aggiunse capitoli, come quello sul “Sacco di Addis Abeba”) volta a dipingere l’Etiopia come una nazione disorganizzata e incapace di sopravvivere. Ma probabilmente questo obiettivo fu perseguito senza l’assenso di Konovaloff, il quale sicuramente non era in grado di comprendere la tendenziosità della traduzione italiana. Fatto sta che nel 1938 questo racconto fu pubblicato a Bologna sotto forma di libro dal titolo “Con le Armate del Negus – Un bianco fra i neri”, e fu addirittura accompagnato dalla prefazione firmata dalla, allora, autorevole penna di Mussolini.

Con le armate del Negus, un bianco fra i neri

Konovaloff fu criticato, e qualcuno lo critica anche oggi, per essersi prestato, secondo me inconsciamente, a questo gioco, lui che era cittadino di Addis Abeba e fedele suddito della corona etiope, avendo fornito occasione al regime fascista di avvalorare il disprezzo per il popolo etiope e giustificarne la conquista, considerato per dipiù che Konovaloff, dopo questa guerra, si recò in Spagna a militare tra le fila nazionaliste del dittatore Francisco Franco. Ma, a contrariamente alle insinuazioni di queste accuse, Konovaloff non era affatto fascista, né aveva simpatie per questa ideologia: egli aveva il torto di stimare gli italiani! Prima di tutto, come provetto aviatore, ne apprezzava lo sviluppo tecnologico, perché in campo aereonautico allora essi erano all’avanguardia; in secondo luogo, da ex ufficiale dell’Armata Bianca russa, che aveva combattuto contro l’Armata Rossa, li apprezzava credendo che in genere condividessero la sua avversione verso i bolscevichi.

Quanto a Steer, nei suoi pochi giorni di permanenza ad Addis Abeba aveva chiesto a Konovaloff di raccontargli gli avvenimenti del conflitto, ma limitatamente al periodo che partiva dal 19 marzo: cioè da quando fu inviato dall’Imperatore nel teatro di guerra dell’Etiopia del nord per assistere alle fasi finali della guerra, risoltasi nella disfatta e nella ritirata dei Ras Cassa Derghie e Seyum Menghescià.

Ras Cassa Darghiè
Ras Cassa Darghiè
Ras Sejum Menghescià

Ciò perché Steer, essendosi trovato in quel periodo a coprire giornalisticamente le operazioni sul fronte sud, in Somalia, non aveva potuto assistervi e pertanto doveva colmare tale lacuna con il racconto di qualcuno che c’era stato. D’altra parte, forse Konovaloff aveva raccolto appunti soltanto da quella data in poi, come testimoniano anche le note che qui riportiamo da parte del nostro parzialmente sconosciuto osservatore, che partono anch’esse dal 19 marzo. La prospettiva di George Steer, comunque, non era affatto “neutrale”: se Miccichè era il megafono della propaganda fascista, Steer era l’espressione di un imperialismo britannico, che possiamo definire “illuminato”, estremamente infastidito dall’irruenza italiana. Per l’establishment britannico, l’Italia era una “potenza minore” che cercava di farsi largo con metodi brutali (gas asfissianti) in un’epoca in cui il colonialismo inglese cercava di darsi una facciata più diplomatica e di “mandato”, sebbene l’esperienza seguente in altre zone dell’Impero Britannico (come l’India, ad esempio, non furono scevre da repressioni brutali e massacri). Inoltre, un’Etiopia indipendente andava difesa poiché fungeva da cuscinetto tra le colonie inglesi (Sudan, Kenya, Somalia Britannica), pertanto Steer, sebbene con grande e genuina ammirazione, descriveva gli etiopi come guerrieri nobili e l’imperatore come un sovrano moderno (o più moderno di altri in Africa o in Asia) per dimostrare che l’aggressione italiana era un atto di “pirateria internazionale” che minacciava la stabilità del continente. Miccichè dal canto suo, incontrando Konovaloff in un’epoca successiva e avendo più tempo a disposizione per intervistarlo, poté convincerlo ad ampliare le sue note e ricavarne un racconto più completo arricchito di episodi che riguardavano momenti antecedenti la sua missione al nord dell’Etiopia, che in seguito poté manipolare in sede di traduzione.

 

La città di Quoram

Pertanto, cosa scrive Konovaloff in questi appunti? Iniziando dal 20 marzo 1936, comincia a descrivere proprio l’esodo dei superstiti della battaglia del Tembien, e il loro arrivo nei pressi della città di Quoram (Korem), luogo dove l’imperatore s’era accampato:

La valle di Quoram

In quella data noi “scorgemmo le alture delle montagne dal lato sud della valle di Quoram – scrive, – la città stessa, piccolo paese di tipo puramente africano, situata fra colline boscose, e lì nel mezzo la superficie azzurra del Lago Ascianghi (Ashange).

Il Lago Ascianghi

Verso le dodici dello stesso giorno, dopo aver attraversato colline e vallate, scendemmo lungo una ripida discesa avvicinandoci a delle caverne, dove era posta la residenza temporanea dell’imperatore e del suo stato maggiore. Ai nostri occhi si presentò il quadro tipico di un grande capo etiopico e del suo seguito: moltissimi animali, in genere muli di piccole dimensioni, soldati e Ascari (Askari) – cioè mercenari, – sparsi ovunque, il fumo e i fuochi delle cucine degli accampamenti. Avanzammo seguendo uno stretto sentiero e arrivammo a delle caverne: negli stretti spazi antistanti ad esse si ammassavano tutti gli appartenenti alla casa imperiale e il personale che era giunto da Addis Abeba. Noi tre europei fummo fatti entrare in una piccola tenda, tipo padiglione, assieme a Ras Cassa, e fummo condotti dall’Imperatore”.

Mentre questo accadeva, l’esercito d’invasione continuava ad avanzare lungo la strada carovaniera. A differenza dalle poche informazioni che l’armata etiopica riusciva a ottenere circa le posizioni raggiunte dagli italiani, questi ultimi grazie al loro più esteso ed efficiente sistema d’informazioni, da tempo instaurato nella zona, e ai voli di ricognizione aerea, riuscivano a conoscere ogni notizia riguardante l’esercito etiopico e i suoi spostamenti, specialmente il numero degli armati, che si stavano rafforzando e concentrando, nell’intento di costruire un argine al dilagare degli italiani nella zona Ascianghi-Quoram.

AereiItaliani Caproni-111

Segue negli appunti un accenno circa lo stato fisico dell’Imperatore e la volontà di chiarire le responsabilità della ritirata dal Tembien. Come appare chiaro dalle osservazioni del Konovaloff, egli rilevava l’incapacità dei capi nel dirigere gli uomini, e il disordine che, spesso, essi stessi causavano o amplificavano con il loro comportamento. L’imperatore accolse gentilmente il russo e gli altri, apparendo dimagrito, ma sempre vestito da generale, in tenuta da campagna: poi lo interrogò dettagliatamente sulle le cause della ritirata, le difficoltà della marcia, e altri particolari: “Siete convinto – gli chiese poi direttamente – che il Tembien non potesse essere tenuto da Ras Cassa? E che non potesse far altro che retrocedere?”

 

Hailé Selassié presso la Croce Rossa olandese

Konovaloff dovette rapidamente pensare a quale risposta dare a una domanda tanto delicata, ma decise di tenere riservato il suo vero pensiero, limitandosi ad affidarlo ai suoi appunti: motivo questo per cui noi lo possiamo conoscere: “per Ras Cassa – scrisse – sarebbe stato impossibile, agendo come aveva agito, prevedere o intraprendere qualunque cosa, essendo assolutamente sprovvisto, lui e i suoi capi, di iniziativa, di decisioni preordinate, e della minima conoscenza militare e organizzativa.” Quest’ultimo passaggio, presente nel testo di Steer, e in quello del nostro osservatore, fu omesso nel testo di Miccichè, probabilmente per non sminuire il valore di Ras Cassa che, sconfitto sul campo di battaglia dagli italiani, non doveva apparire un avversario troppo debole per non sminuire anche il valore della vittoria.

Konovaloff, perciò, dopo aver riflettuto, escogitò una risposta evasiva: – “E’ mancata l’occasione di fare qualunque cosa, – disse – ed ora gli italiani ci avvolgono con un’abile manovra” – poi nei suoi appunti aggiunse la spiegazione – ‘io non volevo creare dei dispiaceri all’Imperatore con dei dettagli rivelatori: l’inettitudine totale dei capi, la mancanza di organizzazione, la demoralizzazione dei soldati resa evidente dall’abbandono delle posizioni da parte di decine di migliaia di loro per andare a ricoverarsi nel nostro accampamento, lontano dalle caverne, con un disordine inimmaginabile fra le truppe’ – poi, a sua volta, Konovaloff domandò – E qual è la situazione qui, Maestà? – Tutto si svolge normalmente – fu la risposta, – sino ad ora noi resistiamo, e non vi è da notare nulla di minaccioso. Poi il Negus fece servire delle mele e del vino. È molto tempo probabilmente che voi non avete mangiato di questa frutta? – domandò l’Imperatore, con il suo sorriso gentile – e, notando lo stato molto deteriorato dei nostri abiti che, avendo perso tutti i bagagli durante la ritirata non disponevamo di alcun ricambio, ordinò di consegnare a ciascuno dei presenti una tenuta da campagna, completa di scarpe, e una coperta.”

Dopo aver preso congedo, il colonnello russo ricevette il via libera per recarsi ad Addis Abeba con l’ambulanza della Croce Rossa britannica: “dopo tante fatiche e privazioni – pensò Konovaloff – finalmente potevo tornarsene a casa. Ma nel momento in cui m’incamminavo verso la vettura, fui fatto richiamare d’urgenza. L’imperatore aveva cambiato idea, si era improvvisamente determinato ad attaccare gli italiani nel loro accampamento di Mai Ceu prima che si fossero consolidati”, perciò richiamava Konovaloff per chiedergli di tracciare un prospetto delle posizioni nemiche nella regione occupata e un piano d’azione per le truppe etiopiche. Tuttavia, essendo nel frattempo l’Imperatore già avanzato verso nord con tutto il quartier generale e le truppe, e avendo stabilito il suo comando nei pressi del lago Ascianghi, all’interno di una piccola caverna, l’incontro sarebbe avvenuto il giorno seguente. Quando finalmente Konovaloff fu ricevuto, l’Imperatore gli disse: “ho deciso di attaccare gli italiani nel loro campo di Mai Ceu, prima che abbiano ricevuto forze considerevoli. Io non sono ingegnere, e il mio disegno vi sembrerà assai primitivo, – disse quasi scusandosi, ed estrasse il suo blok-notes dorato –– ma ecco dove ci troviamo”. Konovaloff lo guardò e annotò: “sul foglietto del blok-notes il profilo delle montagne era disegnato in prospettiva”.

Qui è necessario chiarire un particolare, che attesta dell’antecedenza degli appunti riferiti dal nostro osservatore al libro di Miccichè, cioè della veridicità del ritrovamento (o della ricezione) degli stessi nel 1936 direttamente da Konovaloff ad Addis Abeba, o lungo la via di ritorno verso di essa, e non della loro conoscenza a partire dalla pubblicazione del libro di Miccichè due anni dopo. In Italia, durante il fascismo, il forestierismo  (cioè l’impiego dei termini linguistici stranieri) era severamente proibito: ne precludeva l’uso il neopurismo imposto dal regime (cioè la difesa della purezza della lingua italiana per motivi ideologici), prescrivendo la sostituzione di tali termini stranieri con i corrispondenti italiani. Pertanto non sarebbe stato consentito includere “blok-notes” in un testo scritto (un termine doppiamente all’indice trattandosi di uno pseudo-anglicismo francese (cioè un termine di origine francese scritto con ortografia inglese). Infatti, nel libro di Miccichè tale forestierismo è sostituito con “taccuino”. Se il nostro osservatore, anziché riceverlo da Konovaloff ad Addis Abeba, avesse copiato il testo due anni dopo in Italia dal libro di Miccichè, non avrebbe avuto nessun motivo per correggere il termine “taccuino” con “blok-notes”. Ciò depone per l’antecedenza delle note di Augusto rispetto a quelle di Micciché.

Tornando alla richiesta dell’Imperatore: “Io vi prego – aveva continuato — di recarvi su queste montagne con alcuni dei nostri ufficiali per tracciare un piano completo della regione occupata dal nemico, e un progetto per le posizioni da prendere da parte nostra”.

Fu così che Konovaloff, “accompagnato da tre etiopi” che avevano studiato presso la prestigiosa scuola di guerra francese di Saint Cyr, si recò nella regione di Aja dove dall’alto di una montagna poté osservare “il seguente panorama: sull’estremo orizzonte il passo Debar, dove passava la strada Amba Alagi–Quoram, in basso il Talaghé con il campo italiano, disposto presso il suo passo, la linea delle colline Mecan, anch’essa occupata dagli italiani, protetta da leggeri trinceramenti eretti su una montagna molto elevata ed isolata; evidentemente – commentò Konovaloff – il loro posto d’osservazione a supporto dell’artiglieria”.

La valle di Mai Ceu vista dall’alto

“Verso la prima linea di montagne e molto avanti nella pianura che a nord est si confondeva con il deserto degli Azebò – proseguiva Konovaloff – si poteva scorgere un secondo raggruppamento d’italiani, giunto per un’altra strada più lontana, la grande via carovaniera, ma più facile da percorrere superando il passo principale. Grazie al mio cannocchiale – scrisse – potevo osservare molto distintamente nel campo italiano lo schema organizzativo delle tende disposte in ordine, con l’andirivieni degli uomini e dei quadrupedi. Avevo già visto questo schema nel Tembien e presso Makallé, ma questa volta mi sembrava che vi fosse accampato un distaccamento di 3.000 uomini, disposti di fronte a una catena di monti molto ripida, in un paese nemico, a una altitudine di 3.000 metri. Queste truppe si erano allontanate di 400 chilometri dalla frontiera ove erano le loro basi logistiche. Il compito ricevuto probabilmente non era di attaccare, ma al contrario quello di spingere al combattimento quel che restava dell’Armata Etiopica nel nord dell’Impero”.

Militari italiani con bandiera

Secondo Konovaloff, le forze dell’Imperatore in campo erano le seguenti: “la guardia imperiale poteva contare su circa 5.000 unità; l’armata del Ministro della Guerra Fitaurari Ayalew Birru, su 40-50.000 unità; un complesso di 300 mitragliatrici, 8 cannoni da 37”, un cannone francese da 75”, sei mortai Brandt, 8 pezzi contraerei Oerlikon giunti da poco”. Circa la qualità degli uomini, nei suoi appunti Konovaloff esprimeva, senza reticenza o pregiudizi, la qualità degli elementi che componevano la guardia imperiale: chiunque credesse che questo corpo scelto fosse composto da elementi impeccabili per moralità e doti intellettuali almeno comuni, si sbagliava: esso “era stato istruito dalla missione belga e si componeva della peggiore canaglia di Addis Abeba e dintorni.”

Kebur Zebenya

Lo stesso figlio di Ras Cassa avvalorava l’affermazione del russo, riconoscendo con le seguenti parole in una sua conversazione con Konovaloff, avvenuta presso il lago Ascianghi, lo scarso rendimento di questo corpo nel corso dell’attacco: “Queste Guardie Imperiali, le considero uguali ai soldati regolari. E pensare che ci sono costate così care!” Alludendo forse agli ingenti costi che l’Impero aveva dovuto sostenere da parte della missione belga per l’istruzione bellica di questi cosiddetti Kibur Zebenya (Guardie Preziose) come erano sarcasticamente soprannominati riferendosi al loro costo. Ma anche il valore degli armati regolari non era ritenuto migliore: dopo la Guardia Imperiale, erano loro – come riferì Konovaloff – a muovere lo sdegno degli stessi capi etiopi: “Io non posso vedere questa canaglia, – aveva affermato Wolde Giyorgis, segretario particolare dell’imperatore: – se fosse in mio potere, li farei fucilare tutti!” Questa esclamazione era uscita dalla sua bocca nell’osservare la ridda infernale cui i soldati etiopici si stavano abbandonando in un momento di sosta nei pressi del lago Ascianghi.

 

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