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Storie

La Guerra Italo-Etiopica del 1935-36: testimonianze oculari a confronto – Terza parte

Prima dell’inizio dell’attacco all’accampamento italiano di Mai Ceu, l’Imperatore riunì tutti e impartì questo avvertimento: “Non uccidere il nemico che si arrende, ma portarlo sul tergo.” Questo scarno e grezzo appunto di Konovaloff, annotato nell’imminenza della battaglia fu in seguito ampliato e meglio precisato sia da Steer sia da Micciché nei loro libri come segue: “Non uccidete il nemico che si arrende a noi, ma fatelo prigioniero e portatelo nelle retrovie”, a ulteriore testimonianza che gli appunti del nostro sconosciuto osservatore, qui riprodotti per la prima volta, all’origine fossero solo delle brevi note scritte dal russo sul campo, alle quali poi, tornato ad Addis Abeba, si riprometteva di dare forma più completa. Il nostro osservatore che ne venne in possesso aggiunse di suo pugno la seguente considerazione: “Ciò gli fa onore, se si considera l’odio che l’Imperatore nutriva verso gli italiani. Può darsi anche che con la vita dei prigionieri l’Imperatore avesse avuto intenzione di barattare la pace, ma Konovaloff non l’aveva scritto. “Speranza delusa – aggiunse il nostro osservatore – perché quasi nessuno degli italiani cadde in mano etiopica”.

Bombardieri Italiani Ca-111

Un altro capitolo, negli appunti di Konovaloff, verteva sulla reazione dei difensori etiopici di fronte alla superiorità tecnologica e alla spregiudicatezza degli italiani nell’utilizzo delle macchine e degli ordigni, anche quelli vietati dalla Convenzione di Ginevra. I loro aerei, per gli etiopici rappresentavano un incubo. La reazione terrorizzata degli uni al loro apparire, e l’ammirazione di Konovaloff per l’audacia dei piloti, sono ben rappresentate dai suoi appunti: “Il mattino del 23 marzo nella caverna del Negus si stava celebrando la messa. Un superbo trimotore sorvolando, lancia delle bombe nelle vicinanze, provocando la fuga dei soldati e di noi tutti. Gli etiopici reagiscono con le mitragliatrici antiaeree e la loro azione è coronata da successo nel colpire l’aereo, che tuttavia, fa in tempo ad atterrare tra le linee nemiche.

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Resti di un Caproni Ca133

Il 24 marzo gli aerei bombardano gli accampamenti etiopici, facendo molte vittime. I morti e i feriti sono portati al cospetto dell’imperatore. E’ un triste spettacolo – chiosa Konovaloff – vedere quegli uomini sporchi di polvere e lordi di sangue”.

Haile Selassie alla contraerea
Maichew, 31 marzo 1936, l’imperatore Hailé Selassié alla contraerea Oerlikon

Il bombardamento continua ancora il successivo 25 marzo, e il russo annota: “gli etiopici con le loro antiaeree riescono a fare cadere in fiamme 10 aerei. In quella data lo stesso Imperatore spara con la mitragliatrice antiaerea. Il giorno 26, un aereo con la scritta 61-6, sorvolando a bassa quota la caverna imperiale, manca poco che ci entri dentro! L’imperatore, essendo testimone dello sprezzo del pericolo e dell’audacia dei piloti italiani, è costretto a dirmi in francese: ‘Sono davvero valorosi!’ Il 27 marzo: gli armati etiopici avvertono l’avvicinarsi di un aereo italiano che sorvola le nostre posizioni e poi, di tanto in tanto, lancia degli spezzoni.”

Altro argomento riguarda la disciplina che vigeva presso l’Armata Etiopica, come si eseguissero gli ordini e quanto fossero pronte e disponibili le truppe accampate in attesa della battaglia. Ecco al riguardo cosa il russo aveva annotato: “Dalle nostre postazioni l’Imperatore scorge una collina che, per la sua collocazione, riveste un valore tattico. Fa chiamare il Fitawrari – cioè il comandante dell’avanguardia, un certo Tafesse Hapte Mikael, – gli mostra la collina e gli ordina che la raggiunga con i suoi uomini e vi si collochi a sua difesa per fronteggiare eventuali sorprese degli italiani. Il Fitawrari, lasciato l’Imperatore, scende da basso dove erano situati gli accampamenti per radunare i propri uomini, che ascendevano a circa un migliaio. Cosa indescrivibile! Riesce appena a trovarne una cinquantina! Tra questi ne sceglie uno, che a suo parere poteva essere capace di eseguire l’ordine poco prima impartitogli dall’Imperatore, lo incarica e lo invia con gli altri sulla collina!” Ecco come venivano eseguiti gli ordini nell’Armata Imperiale “a scarica barile”, commenta il nostro osservatore, inevitabilmente imbevuto della retorica del regime, “a differenza dall’obbedienza” che doveva vigere in un esercito regolare.

Al primo scontro con gli italiani, Konovaloff, rileva l’incompetenza degli addetti alla Sezione Artiglieria. Nei suoi appunti annota: “A mezzanotte del 28 marzo l’Imperatore ordina una prima offensiva. Nel campo etiopico è un pullulare di luci e di fuochi. Alle 5 e 30, quando si scorgono le prime luci dell’alba, viene sferrato l’attacco. I cannoni dell’Armata Imperiale per errore colpiscono gli armati della propria linea avanzata”. Al sopraggiungere degli aerei italiani, le condizioni per gli etiopici subiscono un drastico peggioramento; “verso le 8,– scrive Konovaloff – il crepitio della fucileria si fa sempre più rado. Sopraggiungono gli aerei che bombardano le nostre truppe ammassate, infliggendoci tra le 1.000 e le 1.500 perdite”.

Hailé Selassié presso la Croce Rossa olandese

Quale fosse il morale dell’Imperatore appare evidente dagli appunti del Konovaloff che, nella sua raccolta, annota anche le sue confidenze: “Io non so nulla: ho perduto completamente la testa”. Un’annotazione schematica che poi Steer e Micciché ampliarono aggiungendo dettagli che negli appunti originali di Konovaloff non sono presenti. Il Negus aveva preveduto lo sfacelo della sua armata, e nei pressi del lago Ascianghi, fa a Konovaloff quest’altra confidenza: “la disfatta della mia armata personale sarà la fine di tutto!” L’Imperatore, benché afflitto da questo stato d’animo, non intendeva comunque piegarsi allo strapotere degli invasori. Continuava ad adoperarsi per conseguire anche una seppur minima vittoria, e a questo scopo non smetteva di elaborare le sue coraggiose, seppur disperate offensive: “Il 27 e il 28 marzo – annota Konovaloff – l’Imperatore, avendo intenzione di preparare un nuovo attacco, dà ordine affinché siano eseguite alcune osservazioni, e addirittura il 29 marzo, per eseguire una ricognizione, si porta egli stesso a circa 3 chilometri dal nemico.” Tuttavia, nonostante la sua forza di volontà, l’ordine che regnava nell’Armata e la cura gli Etiopici avessero dei mezzi di collegamento restava deficitaria e può essere rilevata dal seguente appunto: “venerdì 27 marzo, – scrive il russo – abbandoniamo il passo Aja dirigendoci verso Quoram. Qualcuno dimentica su quella postazione la stazione Radio, e di tale dimenticanza se ne rende conto solo quando si presenta nuovamente l’occasione di adoperarla.” Quest’ultimo passo è presente soltanto negli appunti di Konovaloff, non nei libri di Steer e di Micciché. Il passo Aja (o di Agudo) si trovava nella regione del Tigray, a 1.836 metri sul livello del mare, lontano 28 chilometri da Mai Ceu e 70 da Quoram (Korem), quindi la radio fu lasciata lì perché certo non era agevole andare a recuperarla.

La mattina del 31 marzo a Mai Ceu, vi fu un secondo attacco dell’Armata Etiope, più importante e definitivo.

Esercito etiope all’attacco

Negli appunti originari di Konovaloff, reperiti dal nostro osservatore, non ve n’è menzione, contrariamente a quanto riportato da Micciché, che scrivendo due anni dopo ebbe tutto il tempo di ottenere nuovi dettagli dal russo. Questa lacuna probabilmente fu dovuta al fatto che Konovaloff s’era già ritirato con l’Imperatore nei pressi del Lago Ascianghi, in alcune caverne. In seguito, rimasto assieme all’Imperatore, il russo ripiegò con lui quando ne diede l’ordine, il 4 aprile. Il nostro osservatore congettura che le truppe imperiali del secondo attacco fatto “in grande stile” – come definito dal nostro osservatore – nella mattina del 31 marzo, e in minore misura del primo aprile, non fossero altro che una retroguardia, sebbene di forza considerevole, inviata per impegnare il Regio Esercito allo scopo di ostacolarne l’avanzata e favorire lo sganciamento dell’Imperatore e del suo seguito.

Al momento di tale sganciamento, Konovaloff appuntò la seguente considerazione: “Sabato 4 aprile. L’armata imperiale ripiega dalle posizioni del Mai Ceu su Quoram. Passando per la valle dell’Ascianghi viene inseguita dall’aviazione italiana che ci cagiona immense perdite. Quasi che ciò non bastasse, – aggiunge Konovaloff – man mano che i pochi superstiti tentavano di superare la strada per Quoram, con la gioia di chi sta per gettarsi alle spalle un gioco pericoloso, gli Azebò-Galla, nascosti tra la vegetazione che fiancheggia la via, sparano senza pietà su di loro. Io credetti opportuno nascondermi in una caverna lì vicina.”

Un guerriero Azebo

Infatti, nel frattempo, questa popolazione, gli Azebò-Galla (oggi noti come Oromo), un tempo non molto convintamente alleata degli etiopici, vista la loro disfatta, aveva cambiato fronte e si era alleata con gli italiani. Alcuni di loro catturarono uno dei capi etiopici, il Ras Mulughetà, ministro della Guerra, mentre vegliava il figlio vittima di un loro precedente agguato e lo uccisero. Questo voltafaccia fu un grande colpo per l’Imperatore, per dipiù considerate le modalità feroci con cui fu eseguito.

A questo punto, il nostro osservatore elenca alcuni dei capi che avevano partecipato alla battaglia di Mai Ceu. Tra di essi c’erano: i fratelli Grasmac (cioè comandanti dell’ala sinistra) Ras Aberra Cassa, Ras Wondosson Cassa e Ras Asfawossen Cassa. Essi dopo la presa di Addis Abeba non deposero le armi, si ribellarono, ma furono presi e fucilati dagli italiani sulla piazza principale del loro stesso feudo, Fiche (Fikke), a un centinaio di chilometri a nord di Addis Abeba. Poi il Legolà (cioè, principe) Ras Tasso. Poi il Chetacceu (religioso e comandante nobile dell’esercito) Ras Abate. Il Dejazmach (cioè, comandante in capo) Ras Wolde Manuel che era anche il governatore dell’Impero e Ministro dei Lavori Pubblici. Il Fitaurari (cioè comandante dell’avanguardia) Ras Ayalew Birru Wolde-Gabriel, Ministro della Guerra, subentrato al deceduto Ras Mulughuetà. Il Ras Sejum Mangascià, comandante dell’Armata del Tigray e infine il Fitaurari Täfärra Birhanu, il più fermo esecutore degli ordini dell’Imperatore a Mai Ceu.

L’intervista che segue, non facente parte degli appunti di Konovaloff, fu comunque raccolta dal nostro sconosciuto osservatore dalla diretta voce di un grande capo etiopico, di cui ignoriamo l’identità, il quale aveva fatto parte dell’Armata Imperiale. L’intervista non è contenuta nemmeno nei testi di Steer e di Micciché: “vi era una segreta intesa fra l’Imperatore e gli Azebò per cui essi avrebbero dovuto assalire gli italiani alle spalle quando noi etiopici avessimo avanzato per attaccarli frontalmente. Però, quest’aiuto da parte degli Azebò venne meno, essendosi loro resi conto degli scacchi che gli armati etiopici stavano subendo. Così non mantennero più la promessa, e anzi si schierarono dalla parte degli italiani perché più forti”. Durante la ritirata dall’Amba Aradam, nei pressi del lago Ascianghi, gli Azebò catturarono e uccisero il ministro della guerra Ras Mulughetà, decapitandolo assieme a parecchi altri capi che si trovavano con lui. I loro cadaveri in decomposizione furono poi ritrovati sulla strada che da Mai Ceu conduce al lago Ascianghi.

Questa testimonianza fu resa dal grande capo, dopo la presa di Addis Abeba, quando si trovava, forse come prigioniero, presso il campo d’aviazione italiano. Lui si era salvato ed era riuscito a fuggire dal lago Ascianghi svestendo l’uniforme militare, camuffandosi da contadino, e raggiungendo Addis Abeba a piedi.

Riguardo all’ecatombe etiopica, possono far fede anche gli occhi del nostro sconosciuto osservatore che, il giorno successivo, dopo lunga marcia e ignaro di quanto era successo prima perché per problemi di salute non aveva potuto partecipare all’ultima parte dell’avanzata e alla battaglia di Mai Ceu, superata una piccola altura scorse in lontananza una leggera conca azzurra: il lago Ascianghi, e in un primo momento se ne rallegrò perché sulla mappa quella era la meta tanto desiderata e fantasticata.

Il Lago Ascianghi

Ma giunto sul posto, i suoi occhi inorridirono alla vista della pianura circostante il lago completamente disseminata di uomini della Guardia Imperiale, irregolari e animali in decomposizione. Uomini che avevano creduto di trovare in quel luogo ameno scampo e, come lui, refrigerio ma invece vi avevano trovato una morte atroce. In quel momento essi erano già orrido pasto delle iene! Era il 5 aprile, e precisamente la Domenica delle Palme, inizio della Settimana di Passione.

Tuttavia, le necessità della vita prendono sempre il sopravvento. E il nostro osservatore, nonostante il disgusto ha una sete formidabile, il sole è alto nel cielo, caldissimo, e lui porta con se una borraccia “con dell’acqua che puzza di cadavere già da tempo”: durante il percorso non l’ha toccata “a costo di morire assetato”, e adesso può gettarla. Da una parte, la bellezza struggente, sublime del lago, dall’altra l’orrore della morte. In mezzo, una sete tremenda: svuota la borraccia e si dirige di corsa in riva al lago per riempirla, ma la sete è tanta, troppa per resistere e lasciata cadere la borraccia, si getta giù nel lago vestito com’è, quasi ad abbracciarlo e baciarlo, come abbracciando un’amata da tempo desiderata, e beve, beve, beve a più non posso!

Poi, calmata la sete, sfinito da cinque giorni di marcia ininterrotta all’inseguimento di un nemico personalmente mai visto da vicino, almeno da vivo, un nemico ormai dileguatosi da tempo, fa sosta e si lava, “con grande dispiacere dei suoi fidi e fedeli pidocchi”. Qualche persona pia si sta occupando della sepoltura dei poveri corpi, di quel che resta della Guardia Imperiale.

La Guardia Imperiale (Kebur Zebanya)

Lui riceve l’ordine di recarsi in ispezione nei dintorni del lago, che è davvero splendido: “incastonato com’è in una spaziosa, ma arida pianura, contornata da piccole colline, ed è ancor più bello di notte, quando si presenta argenteo e reso tremulo da una leggera brezza”. Ma non si può indugiare troppo con la poesia, la morte è tutta intorno, e la fame è tanta: “il menù di oggi, prevede mezza galletta – scrive – con abbondante acqua del generoso Ascianghi. Un pasto – ironizza fra sé e sé – succulento, luculliano, stile novecento, moderno, economico; ottimo per non perdere la linea”! Questi erano gli appunti di un giovane di 23 anni, pieno di vita, gettato in quella sporca guerra di sopraffazione. Guerra di morte, come tutte le guerre, ma ancora più mortifera perché guerra coloniale, di conquista di imperi, quando invece a quell’età si dovrebbe pensare a conquiste di altro genere. Questo annotava, mentre gli uomini della Croce Rossa e i cappellani militari, intorno a lui, si prendevano cura di quei poveri resti, causati dall’esercito presso il quale, anche lui giovane un tempo spensierato, era stato costretto ad aggregarsi.

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