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Storie

La Guerra Italo-Etiopica del 1935-36: testimonianze oculari a confronto

Quarta e ultima parte della storia coloniale dell’Italia di Mussolini e di una guerra che è stata un orribile massacro.

Hailé Selassié presso la Croce Rossa olandese

Tornando agli appunti del consigliere militare Konovaloff, egli così scrive: “Dopo la ritirata dell’Armata Imperiale dalle posizioni del Passo Mekan e di Mai Ceu, al lago Ascianghi – circa quaranta chilometri a sud – circola la voce che il Negus sia scappato all’insaputa di tutti. Immediatamente la caverna dove era stato l’Imperatore è assalita e depredata: i bagagli, vengono tutti aperti e ogni cosa portata via. Un gruppetto di armati appartenente alla Guardia Imperiale, rinviene una cassa di talleri – al tempo utilizzati come moneta ufficiale etiopica, nonostante fossero austriaci, e di grande valore – un urlo di gioia si leva dai petti di questi fortunati: ognuno cerca d’impadronirsi dei talleri.

Il Tallero di Maria Teresa d’uso in Etiopia

Nella zuffa che ne segue, l’unica lampada a petrolio che rischiarava l’ambiente cade a terra, spandendo il combustibile tutt’intorno: vampe dal colore nerastro si levano altissime e investono i malcapitati che abbandonano la cassa di talleri e si danno alla fuga.” Qui, il racconto di Konovaloff riportato dal nostro osservatore, Augusto, pur trattando lo stesso episodio, appare molto più ricco e articolato che quello di Steer e Micciché.

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“Incontrato uno dei soldati – racconta Konovaloff – che non aveva preso parte alla zuffa di questi ribaldi gli domandai che cosa avvenisse, se vi fosse almeno un capo per calmare il furore dei predatori e ristabilire l’ordine. Mi rispose: ‘Corre voce che l’Imperatore sia fuggito. Per questo i soldati hanno assalito la caverna. Comandanti non ve ne sono. Non c’è più alcuna autorità’” Poi il russo aggiunge: “Io stesso, unico europeo, vengo avvicinato da un ribaldo. In un primo tempo mi chiede del denaro con tono minaccioso. Io mi rifiuto e costui tenta di derubarmi del portafogli, ma grazie alla mia tattica d’improvvisato pugilatore, dopo una breve lotta, riesco a metterlo fuori combattimento”. Da notare che la parola “denaro”, da noi qui utilizzata, nel racconto di Steer è stata tradotta inglese con la parola inglese “silver”, cioè “argento”: se il testo originario del Konovaloff fosse stato in francese, come è plausibile, la parola francese di provenienza sarebbe stata “argent” che – al contrario del russo – ha il doppio significato di “argento” e “denaro”, e spiegare l’errata traduzione di Steer.

“Nei pressi del Lago Ascianghi – ovvero a sud est di Quoram, prosegue Konovaloff – vi era la caverna dove era situata l’ambulanza inglese e, poco più distante, l’altra per l’Imperatore e per i grandi capi, la quale era denominata ‘la caverna del cavallo”.

Aile Selassie con l’erede al trono

Un personaggio piuttosto strano, la cui presenza in battaglia non sembra stata mai sospettata d’alcuno, – precisa il nostro osservatore – era il Liqemequas (Liqe Mekwas), il quale, per le sue particolari attribuzioni, poteva ricordare il segretario di Porsenna, l’antico re etrusco, che scambiato per il re stesso per la sua somiglianza, fu ucciso per sbaglio da Caio Muzio Scevola. In effetti, il Liqemequas era una controfigura dell’Imperatore, che solitamente lo fiancheggiava in coppia con un altro e lo accompagnava ovunque. Ecco come Konovaloff descrive nei suoi appunti questo personaggio: “Il Liqemequas ha l’incarico di essere il sosia dell’Imperatore, difatti nella battaglia veste abiti sontuosi con sul capo la criniera di leone, mentre il Negus veste la pellegrina – una corta mantellina con cappuccio – e l’elmetto d’acciaio. E ciò allo scopo di distogliere l’attenzione del nemico dall’Imperatore. Io ho visto il Liqemequas vestito con gli abiti che avrebbe dovuto indossare il Negus, durante la ritirata al lago Ascianghi”.

Nel 1936 la Pasqua cadeva il 12 aprile, così quella cattolica, come quella ortodossa e la copta etiopica. Il modo in cui la passarono i reduci di Mai Ceu, negli appunti di Konovaloff è tratteggiato come segue: “Il primo giorno di Pasqua lo passammo nel Ghebbì del Fitaurari Baley – cioè nel complesso recintato della fattoria del governatore della provincia Lāstā – situata nell’alta valle del fiume Tacazzè. – A tal fine dovemmo passare a guado il corso d’acqua. La sera l’Imperatore si recò alle chiese monolitiche della città santa di Lalibelà a implorare conforto per la sua sventura e ottenere pace per il proprio spirito: egli amava trarre forza morale a contatto con questo luogo sacro. Data la minaccia dei Galla e dei Raia, anziché seguire la strada diretta a Gobbò, egli vi si è recato per altra via.” Questo dimostra – chiosa il nostro sconosciuto osservatore – in quali pericoli incorrevano nell’Impero Etiopico le carovane che viaggiavano nelle province periferiche.

Santuario Lalibela

Nei suoi appunti, Konovaloff mette in rilievo il prestigio che i religiosi godevano nell’Etiopia del tempo: “Mercoledì 14 aprile da Lalibelà giunsero i servitori e i bagagli del Ras Cassa e dei figli, che prima di noi aveva lasciato il Tembien e la cui carovana era stata arrestata e attaccata dalla popolazione di Lalibelà. Questa – spiegò il russo – fu salvata dai sacerdoti e la fecero riparare in un loro monastero prendendola sotto la loro protezione.

Santuario Lalibela

I servitori, tuttavia, dovevano rimanere imprigionati sino all’arrivo dell’Imperatore. Io – annotò Konovaloff – rimasi molto stupito da questa cosa, ma mi fu data la seguente spiegazione: ‘Vi sono ancora molti peccati in Etiopia. Dio ci ha punito a causa loro’”. C’è da credere che la spiegazione fornita non dovette diminuire lo stupore del russo, abituato com’era ad analizzare le cose in modo scientifico.

“Venerdì 17 Aprile – scrive il Konovaloff – traversammo il fiume Chità. Subito su d’un pianoro a destra e a sinistra io vidi delle silhouettes che si profilavano all’orizzonte” (anche qui, per l’uso della parola francese “silhouettes”, interdetta al tempo in italiano, al posto della parola “sagoma” vale quanto scritto in precedenza per “block-notes”). “Tutti si domandarono: chi sono? – prosegue Konovaloff. – In risposta, alcuni colpi di fucile furono sparati verso di noi, e cominciò un nutrito scontro a fuoco all’indirizzo di quella gente. L’Imperatore mandò a destra e a sinistra i soldati della Guardia Imperiale per dargli contro: si trattava di contadini, che sotto la minaccia delle mitragliatrici si dispersero subito, così i soldati poterono ritornare portando con sé alcuni prigionieri, ai quali venne servita una decina di colpi di bastone. Poi si riprese il cammino, per quanto, in lontananza dei colpi di fucile continuarono ancora a sentirsi.”

Subito dopo questo incidente Konovaloff – che sembrava seguire gli avvenimenti e guardare i luoghi con gli occhi distaccati non tanto dell’uomo d’arme ma del viaggiatore, come del resto il nostro giovane osservatore Augusto – a tempo perso notava e apprezzava il paesaggio ove l’incidente era avvenuto, perciò aggiunse: “il luogo che stavamo attraversando era una pianura larga 300 metri tagliata da boschi e da fiumi.  Dai due lati si vedevano dei campi d’orzo, che avrebbero impiegato sei o sette mesi a maturare, e lontani innumerevoli branchi di montoni neri che costituiscono la ricchezza del paese. Negli ultimi tempi avevamo imparato a ripararci dall’inseguimento degli aerei: appena ne sentivamo il rumore ci nascondevamo immediatamente, ma se fossero apparsi non sarebbe stato possibile continuare la strada”.

Poi: “Sabato 18 aprile arrivammo nella regione Delarton (Delanta), e ci avviammo al capoluogo Ouolgalesche (Wegel Tena). A quanto pare, qui l’altitudine non arrivava a 2500 metri e il paesaggio andava cambiando. La valle era larga, senza ondulazioni, solcata da fiumi e da ruscelli dai letti profondi. A ovest un tratto tagliato a picco, dove sembravano riunirsi le ramificazioni delle montagne, percorso da un fiume bordato di vegetazione. Più lontano spaziava un altro altipiano con ripide pendenze: erano le sorgenti del Gescen (Geshen) – spiegò Konovaloff – e non lontano era posta Dessiè, la meta dei nostri desideri.”

Delanta, la regione Wollo

“‘Che cosa troveremo là’? – Chiesi all’Imperatore. – ‘L’ignoto’. – Rispose lui – ‘Ma è una città; e di là strade camionabili per Addis Abeba, ed io troverò finalmente la fine di questa fucileria, di queste privazioni, di queste fatiche’. ‘Dessiè! Dessiè!’” Questo è ciò che ripetevano i soldati allungando il passo.”

“Uno dei miei antichi amici, – scrive Konovaloff nei suoi appunti – un etiope serio, un giorno mi domandò: ‘Perché qualcuno, ad esempio la Germania, non si fa intermediario per la pace?’ – Io mi ricordai che questa proposta mi era stata già rivolta altre volte, e chiesi a mia volta: ‘Su quali basi credete possa essere negoziata una pace?’ ‘Daremo qualche cosa, – rispose il mio interlocutore – per esempio l’Ogaden: in seguito una simile opportunità non ci capiterà più’. Ascoltando – scrisse Konovaloff – pensavo a quanto affermato dal Signor Mussolini al riguardo della ‘collezione di deserti’ – che il primo ministro francese Pierre Laval gli aveva offerto per evitare la guerra, – delle enormi spese affrontate dall’Italia, dell’eccesso di popolazione che aveva e della catastrofe dell’Impero Etiopico cui ero testimone. – Di rimando perciò rispose: – ‘Non credo probabile che l’Italia accetti altra pace che quella stabilita dalla situazione attuale. E poi con quale governo dovrebbe firmare la pace? In questo momento ogni provincia è un paese a sé stante e decide ciò che vuole!’ Al che il suo serio interlocutore etiope rispose: ‘E’ giusto. Tutto è cambiato. L’Imperatore è circondato da uomini di basso livello… In altri tempi…’ – E sconsolato cominciò a nominare i grandi personaggi del passato”.

“Interessante questo spunto di Konovaloff – commenta il nostro osservatore – nel quale riferisce il pensiero di qualcuno in grado di ragionare e riconoscere inutile prolungare il conflitto, qualcuno che considera opportuna una soluzione pacifica. In esso si riscontra lo stato di disgregazione in cui versava l’Impero, un chiaro, sebbene timido, accenno a chi fossero e come ragionassero i dignitari di cui si circondava l’erede di Ligg Iasu (cioè l’Imperatore stesso, essendo stato cugino Ligg Iasu e suo precedessore nella reggenza)”. Questo passo alquanto scarno del Konovaloff, in Steer e Micciché risulta ampliano con l’aggiunta di una serie di ulteriori particolari.

Ligg Iasu Imperatore non incoronato d’Etiopia

Anche l’Imperatore aveva sperato di venire a patti con gli italiani prima che fosse troppo tardi: ce lo conferma un ingegnere e appaltatore edile che abitava in Etiopia da circa 25 anni, Sebastiano Castagna, intimo amico del Negus prima della guerra, e al momento dell’invasione aggregato alla colonna d’occupazione. Castagna conobbe il nostro osservatore e gli confermò personalmente questa informazione durante una sosta nei pressi di Dessié. Tuttavia nessun passo era possibile, sia perché da un lato Mussolini ormai era determinato a entrare in guerra e non avrebbe accettato nessun compromesso al ribasso, sia perché dall’altro l’Imperatore temeva che i Ras – cioè i dignitari locali – tutti di sentimenti italofobi, gli si sarebbero ribellati, e con essi la popolazione.

Sebastiano Castagna
Sebastiano Castagna, imprenditore.

A questo punto, Konovaloff, senza voler giustificare l’invasione italiana, rammenta gli storici e cruenti interventi dei portoghesi e degli inglesi in Etiopia: dei veri e propri precedenti – i primi con l’intervento del XVI secolo contro il Sultanato di Adal, i secondi con la spedizione punitiva di Lord Napier del luglio 1867, in cui sconfisse l’Imperatore Tewodros II.

Lord Napier

Tali interventi confermano l’affermazione del Deigiac Wolde Manuel (Ministro dei Lavori Pubblici e Governatore dell’Imperatore), uno dei reduci di Adua del 1896, che riconosceva l’inferiorità bellica etiopica e la supremazia dello schieramento italiano, animato dallo spirito aggressivo del “Tempo nuovo”: “Noi arrivammo alla piccola città di Wegel Tena, – scrisse Konovaloff – e di nuovo vi trovammo un paese tipico africano. Da una parte, una vasta collina, al centro, il ghebì costruito da Ras Uollo (Wolé) circa mezzo secolo fa. La piccola collina e le montagne ondulate erano davanti a noi, dalle quali gli inglesi [di Lord Napier] con l’artiglieria avevano bombardato gli etiopici, secoli dopo che i portoghesi erano venuti in aiuto all’Etiopia: fu il primo vero esercito europeo – quello degli inglesi – che entrò in Etiopia. Per gli etiopici si trattò d’un vero spettacolo, prima mai visto: i cannoni, le colonne inglesi, la loro cavalleria. Tutto quanto nel mezzo del disordine etiopico. A me sono venute in mente le parole del Degiac Wolde Manuel che ad Aja mi disse: ‘Sono stato all’altra battaglia di Adua e vi fui ferito. Tuttavia, quale differenza! Allora non c’erano che fucili e poca artiglieria. Noi potevamo fare degli italiani ciò che volevamo. Ma oggi…’”

Si giunse vicino alla città di Magdala (Amba Mariam): la popolazione era diventata ostile e si stava preparando ad attaccare un Negus Neghesti demoralizzato, come appunta Konovaloff: “Martedì 21 aprile ci preparammo a lasciare Magdala, prima che potessimo perché avevamo saputo che la popolazione voleva attaccarci. Ma a un tratto l’attacco ebbe inizio. Parecchi uomini della nostra disordinata colonna caddero. L’imperatore inviò la Guardia sulla sommità di Magdala, da dove la maggior parte dei colpi ci erano indirizzati. Il resto di noi continuò il cammino bruciando tutto ciò che trovava lungo il percorso: era come se centinaia di giganteschi bracieri stessero fiammeggiando. La via era coperta di cadaveri. Vi era un tanfo indescrivibile. Finalmente la fucileria finì.”

La meta dei fuggiaschi era Dessié – prosegue il nostro osservatore: – lì avrebbero trovato un po’ di tregua e dimenticato gli agguati tesi dalle popolazioni locali. Tuttavia – chiosa – avevano fatto i cosiddetti “conti senza l’oste”: “Il mattino del 22 aprile – continuano gli appunti di Konovaloff – venimmo a sapere che Dessié era stata presa dagli italiani e allora ci dirigemmo verso Uorrò Ailù (Warra Illu), che si trova a circa 40 chilometri a nord est da lì. L’Imperatore attendeva notizie da Addis Abeba, ma in quella città non vi erano più linee telefoniche. I soldati continuavano a saccheggiare e a bruciare i villaggi che incontravano: ciò obbligò l’Imperatore a ordinare l’arresto e la bastonatura dei colpevoli”. Infatti, la linea telegrafica era stata costruita tra il 1902 e il 1904 da un’impresa italiana, e collegava Asmara con Addis Abeba passando attraverso la città di Were Ilu, dove era stato istallato un ufficio telegrafico locale. I rami della linea telegrafica, da Were Ilu, conducevano a est verso Ankober e a ovest verso Gondar attraverso Debre Tabor, ma non nella direzione verso cui l’Imperatore stava andando.

Tuttavia, anche Uorrò Ailù doveva capitolare: “A una distanza di 35 chilometri da Uorrò Ailù – continua Konovaloff – apprendiamo che gli italiani avevano occupato il paese. Il comandante di Uorrò Ailù, si era ritirato dopo essere stato attaccato dalla stessa popolazione. Questa informazione ci spinse a deviare su Ficcè, a 120 chilometri da Addis Abeba”.

L’imperatore

Ficcè era l’ultima meta intermedia che avrebbe condotto i pochi superstiti di Mai Ceu, sconfitti e demoralizzati, verso la capitale. Le tribolazioni, comunque, non ebbero ancora termine: pare che il destino avesse stabilito di rendere ancor più amara la vita. Un aereo appare nel cielo ed è il solito fuggi fuggi. “La decomposizione dell’Etiopia – annota amaramente Konovaloff – continua al galoppo, la popolazione saccheggia i magazzini, le provviste, le case. Non vi è alcuna autorità e il commercio è il primo settore a subire il saccheggio. Il mattino successivo ci avvistò un aereo, che ci bombardò uccidendo cinque persone. Arrivammo a Ficcè la sera del mercoledì 29 Aprile. Lì ci attendevano 5 camion e 5 auto. Dopo un banchetto disordinato prendemmo posto nei camion, venimmo fatti salire anche forzatamente. L’Imperatore non se ne rese conto, passò rapidamente e si diresse alla sua auto. Partì per primo verso Addis Abeba. Il suo viso era stanco e affaticato”. Povero Imperatore – esclama chiosando Augusto, il nostro osservatore.

Il Sergente Maggiore Augusto, autore degli appunti e un commilitone

Terminano così gli appunti del colonnello Fëdor Eugenevich Konovaloff, raccolti, commentati e integrati dal nostro osservatore: con un senso di lugubre tragedia. L’Armata Imperiale è stata annientata, non tanto perché abbia combattuto con scarso valore, anzi, ma per colpa della disparità tecnologica, logistica e organizzativa e soprattutto della anacronistica preponderanza di un paese colonialsta, come l’Italia era a quel tempo, che non si era ancora reso conto dell’agonia del concetto coloniale e aveva messo in campo un vasto dispiegamento di forze composto da un esercito, da volontari, da una potente aviazione, determinato a infrangere qualsiasi regola – perfino l’uso di gas asfissianti che erano stati banditi dalla Convenzione di Ginevra – pur di conseguire il minimale scopo di sottomettere una nazione confinante, povera di risorse di qualsiasi genere, che non l’aveva né attaccato né provocato, ma che aveva l’unico torto di essere rimasto l’unica preda disponibile in Africa dato che il resto del continente era già finito sotto le grinfie di altri paesi colonialisti più blasonati, ma soprattutto quello di essere sprovvisto di difese adeguate. Come diremmo oggi, sprovvisto di un’adeguata deterrenza.

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