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Focus internazionale

La morsa dei nazional-populismi e la difesa europea

Necessaria una leadership con una forte attribuzione di poteri, che porti avanti la linea e la visione politica, strategica e militare comune dell'Unione.

La scorsa settimana, non casualmente abbiamo assistito al manifestarsi di un nuovo “Asse,” forse non così formale come quello inaugurato nel 1936, ma certamente foriero di esiziali presentimenti per chi è abituato a trarre vantaggio dagli insegnamenti della Storia. Non voglia mai il destino che a novant’anni da tale data, nel 2026, dovessimo assistere alla ripetizione anche del “Patto d’Acciaio.” Può sembrare uno scherzo, tuttavia non c’è da dormire sogni tranquilli perché recentemente i prodromi di un tale rischio si sono purtroppo fatti sentire. Da una parte la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha condannato come “invenzioni blasfeme” le parole del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, che in una Lectio Magistralis tenuta all’università di Marsiglia aveva paragonato il comportamento della Federazione Russa con quello del Terzo Reich per il suo attacco all’Ucraina. Dall’altra parte, il vice di Trump, J. D. Vance, in un intervento a Monaco di Baviera si era detto preoccupato «per la libertà di parola in Europa», una battuta ridicola, “una delle tipiche gaffe degli americani all’estero,” la cui conoscenza del mondo – come commentato su La Repubblica da Michele Serra – è notorio non è mai stata materia nella quale eccellano.

Già, Monaco di Baviera! Una città che ci fa venire alla mente un’altra conferenza, svoltasi nel lontano 1938, per decidere a scapito della Cecoslovacchia recalcitrante (nemmeno invitata a partecipare) la rapina dei suoi territori da parte di Hitler, con il consenso dei francesi e degli inglesi, in nome della pace: un accordo disonorevole che, come disse Winston Churchill, non portò alla pace ma alla guerra, e anche al disonore.Un accordo seguito da un altro ben più grave e tuttavia da molti poco conosciuto, tra la Russia Sovietica di Stalin e la Germania Nazista di Hitler con il quale le due potenze di fatto diventarono alleate da metà 1939 a metà 1941. Sembra un paradosso, ma è proprio così. Infatti, queste due potenze che ci appaiono del tutto contrapposte e incompatibili, in un memorandum segreto allegato al trattato ufficiale, decidevano la spartizione tra di loro della Polonia e degli altri paesi confinanti, oltre la fornitura di armi e materie prime. Un accordo che per Hitler costituì l’implicito “consenso” a iniziare la Seconda Guerra Mondiale. E’ vero che dopo, Gran Bretagna e Francia si affrettarono a dichiarare guerra alla Germania Nazista tuttavia è altrettanto vero che si dimenticarono della Russia Sovietica non tenendo in nessun conto la sua evidente correità, essendosi macchiata degli stessi, se non più gravi crimini della Germania, per l’invasione di Polonia, Paesi Baltici, Finlandia, Ungheria, Romania e di quel che rimaneva della Cecoslovacchia, con il corollario di deportazioni e massacri, tipo quello di Katyn, tanto per citare il più clamoroso. E tale “disattenzione” di Francia e Gran Bretagna non fu solo una svista involontaria e momentanea, perché la cooperazione militare e il processo diplomatico per rinsaldare ed estendere l’alleanza tra Germania e Russia continuò alla luce del giorno fino alla metà del 1941, nonostante le proteste del governo polacco in esilio, mentre l’esercito britannico veniva ributtato in mare a Dunkerque, l’Inghilterra pesantemente bombardata dalla Luftwaffe e la Francia inesorabilmente invasa e spartita.

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Come si spiega allora che Germania e Russia finirono su fronti opposti? Solo grazie, si fa per dire, alla pazzia di Hitler! A metà 1941, dopo aver piegato la Francia e credendo di non aver più nulla da temere a ovest, il “Furer” decise di rivolgersi contro la Russia Sovietica, sua momentanea alleata, ma già oggetto nel Mein Kampf, il libro che aveva scritto sei anni prima, del suo disegno di annientamento. Fu solo così che la guerra ebbe il diverso svolgimento che conosciamo: altrimenti Stalin sarebbe stato ben felice di continuare l’alleanza con la Germania Nazista fino alla completa capitolazione e spartizione dell’Occidente. Un obiettivo in discussione a Berlino tra gli ambasciatori dei due paesi, Molotov e von Ribbentrop, in piena guerra in corso.

Ebbene, che c’entra tutto questo tuffo nel passato con la Federazione Russa? C’entra, perché la Russia d’oggi è portatrice della medesima filosofia imperialista della Russia Sovietica, che a sua volta la ereditava dall’Impero Zarista soppiantato nel 1917: facilis descensus averno! Facile è scendere all’inferno, il difficile è uscirne. Certo, la Russia di oggi sembra volersi estraniare dal ricordo dell’alleanza del regime che l’ha preceduta con il Terzo Reich, tuttavia il 9 maggio di ogni anno persiste nel celebrare il ricordo di una vittoria avvenuta quando la Federazione Russa ancora non esisteva. E non solo lo fa come se quella vittoria fosse sua, ma anche come se fosse “solo” sua, della Federazione Russa, e non già anche delle altre repubbliche che costituivano l’Unione Sovietica, Ucraina inclusa. Inoltre, nel magnificare il proprio ruolo per la disfatta del Terzo Reich, ignora il ruolo determinante degli alleati occidentali che, già il 7 maggio 1945, due giorni prima della data celebrata dai russi, avevano accettato a Reims in Francia la capitolazione dell’esercito tedesco. Una vittoria ottenuta da una nazione, l’Unione Sovietica, certamente pugnalata alle spalle, ma non del tutto immacolata, dato quel piccolo dettaglio dell’accordo segreto Molotov-Ribbentrop. Insomma una forma di dimenticanza schizofrenica tipica delle autocrazie, possibile solo grazie alla propaganda di regime che oggi vige nell’Averno russo, totalmente deprivato di un sano confronto democratico.

Infatti, come è noto, le autocrazie tendono facilmente a rimuovere e a mistificare i propri crimini, e se li ricordano, lo fanno solo per poi riversarli sulle vittime o sui regimi precedenti dai quali, in caso di crimini, non accettano alcuna eredità (vedi la rimozione da parte di Putin della lapide sul memoriale di Katyn che riportava la responsabilità russa per il massacro dei ventimila ufficiali polacchi). Al contrario, sono ben disposte a intestarsi le loro vittorie quando conviene (come oggi fa la Federazione Russa con quelle dell’Impero Zarista e dell’Impero Sovietico) celebrandone solennemente le ricorrenze ripulite dalle macchie disonorevoli come l’accordo Molotov-Von Ribbentrop, questo davvero blasfemo (tanto per citare la Zacharova).E se oggi un italiano come il Presidente Mattarella si permette di evocare tali comportamenti della Russia, sottolineando che il suo metodo di risoluzione delle le controversie internazionali ricorda quello della Germania nazista, allora gli si dice di stare zitto perché non è accettabile che un simile accostamento venga fatto dal rappresentante di un Paese che è stato la culla del fascismo.

Non ci si accorge che noi italiani, proprio perché conosciamo bene il fascismo per i danni, le sofferenze e le morti che ci ha causato, per la lotta partigiana che abbiamo intrapreso per liberarci, per le istituzioni e normative democratiche che ci siamo dati, per gli antidoti che abbiamo assunto per prevenirne il ritorno, siamo divenuti i massimi esperti al mondo di questo nefasto fenomeno? Non ci si accorge che, di conseguenza, quando noi italiani analizziamo un fenomeno fascista nel suo divenire, siamo i più abilitati, facilitati e capaci a riconoscerlo come tale: così come oggi lo riconosciamo nelle ideologie, dichiarazioni e azioni della Federazione Russa, di certi partiti nazionali e internazionali, e della nuova amministrazione statunitense?
Ultimamente, abbiamo assistito al manifestarsi di una nuova intesa tra questi opposti nazional populismi (come oggi eufemisticamente possiamo attualizzare il termine fascismo) che si candidano a ridisegnare gli equilibri nazionali e mondiali: grazie a tale intesa essi possono scatenare guerre commerciali e invadere i territori dei vicini senza nessuna conseguenza, esercitando la legge del più forte, con il consenso di quei paesi loro pari che, a loro volta, intendono adottare gli stessi criteri verso i vicini.

Di conseguenza, l’Ucraina può essere tranquillamente invasa e bombardata con il tacito beneplacito degli Stati Uniti, i quali invitano il presidente ucraino a subire l’invasione e la spoliazione delle proprie risorse per ottenere una pace senza garanzie – di fatto una resa senza condizioni. Il territorio della striscia di Gaza può essere tranquillamente bombardato e spianato da Israele, e requisito dagli Stati Uniti per farne un resort di lusso, a patto che gli abitanti palestinesi non siano anch’essi requisiti e portati in terra statunitense, magari su una nuova Striscia da creare in Florida, lungo il Golfo del Messico (buona idea questa! chi sa che ne pensa Trump?), e siano invece espulsi da casa loro, e ospitati dai paesi vicini, che già da molti anni ne ospitano diversi milioni.

Quanto agli europei? Questi devono smetterla con la loro Unione insulsa, “nata per fottere gli Stati Uniti” (parole testuali di Trump); devono smetterla di avere una moneta comune, di aprire tra di loro le frontiere come se volessero scimmiottare il paese di Abraham Lincoln. Ci si domanda: questo grande Paese, che ha versato fiumi di sangue nel secolo diciannovesimo durante un’orrenda guerra civile in cui era in gioco la propria essenza di stato unitario, perché mai sollecita i nazional-populisti dei paesi europei a riguadagnare la propria indipendenza nazionale da Bruxelles? Applicando lo stesso parametro, non sarebbe meglio anche per gli stati americani intraprendere un nuovo processo di secessione, essi che sono tanto diversi tra di loro, “coast to coast” e da nord a sud?
La risposta è che l’insegnamento imperialista con il suo “divide et impera” è l’unico insegnamento che vige tra i fascisti di tutti i tempi, anche tra quelli oggi al potere in quella grande nazione, fan della sopraffazione, della proliferazione interna delle armi, della discriminazione etnica e di genere, della lotta ai richiedenti asilo, della pena capitale, dello sfruttamento sfrenato, e senza sussidi o assistenza sanitaria, a danno dei meno abbienti, dei più deboli e dei malati.

Se l’Europa, dopo le illuminanti parole di Trump circa gli “stati senza carte”, si ritrova davvero priva della protezione del Patto Atlantico e schiacciata in mezzo a questo nuovo “Asse” nazional-populista costituito dagli Stati Uniti di Trump e dalla Federazione Russa di Putin, qual è l’unica via d’uscita?
L’unica giusta, – perché propugnata da Mario Draghi, ex presidente della B.C.E., e assolutamente non in disaccordo con le istruzioni impartiteci da Vance a Monaco e ribadite più volte da Trump, i quali del tutto inconsapevoli delle conseguenze ci hanno invitati a difenderci sa soli e a costituire una MEGA Europa, – l’unica strada giusta, dicevo, è quella di rafforzare e integrare le nostre capacità di difesa. Essa, secondo la mia opinione, dovrebbe prevedere i seguenti punti fermi: a. la razionalizzazione degli investimenti militari secondo il criterio delle “best practices” (eccellenze distintive) di ogni singolo paese, cioè in caso di sistemi d’arma prodotti in più paesi (ovvero doppioni, per farla semplice) preferire quello più efficace ed efficiente assorbendo gli altri; b. integrazione dove i doppioni non esistono (esempio, la proposta di Macron di estendere a tutta l’Unione il suo ombrello atomico); c. dirigere gli acquisti prevalentemente sul “made in Europe”, e in caso di acquisto fuori dall’Unione, escludendo quei paesi che impongono dazi; d. togliere tali investimenti dal patto di stabilità.

Solo così l’Europa potrà rafforzare la propria sicurezza e rendersi più autorevole nel mondo, affrancandosi dalla morsa dei nazional-populismi che oggi la circondano. Quindi ben venga il piano da 800 miliardi di Euro della Presidente della Commissione Europea von der Leyen, ma che si abbia al più presto il coraggio di cambiare le regole del gioco per non decidere più all’unanimità sulle questioni d’importanza strategica, il che ci porta sempre a non decidere affatto, o a procrastinare la decisione. Ma facciamolo presto, a maggioranza, definendo finalmente una leadership dotata della necessaria e forte attribuzione di poteri, che porti avanti la linea e la visione politica, strategica e militare comune dell’Unione.

Credits photo sito ufficiale dell’UE

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The grip of national-populisms and European defense

What is needed is a leadership with a strong attribution of powers, which carries forward the common political, strategic and military line and vision of the Union.

Last week, it is no coincidence that we witnessed the emergence of a new “Axis,” perhaps not as formal as the one conceived in 1936, but certainly a harbinger of disastrous forebodings for those accustomed to taking advantage of the lessons of History. May fate never forbid that ninety years from that date, in 2026, we should also witness the repetition of the “Pact of Steel.”
It may seem like a joke, but there is no reason to sleep soundly because recently the signals of such a risk have unfortunately become resonant. On the one hand, the spokeswoman for the Russian Foreign Ministry, Mrs. Maria Zakharova, condemned as “blasphemous inventions” the words of the President of the Italian Republic Mr. Sergio Mattarella, who in a Lectio Magistralis held at the University of Marseille had compared the behavior of the Russian Federation to that of the Third Reich for its attack on Ukraine.
On the other hand, Mr. Donald Trump’s deputy, Mr. J. D. Vance, in a speech in Munich had said he was concerned “about freedom of speech in Europe”, a ridiculous joke, “one of the typical gaffes of Americans abroad,” whose knowledge of the world – as commented in newspaper La Repubblica by journalist Michele Serra – is notoriously never been a subject in which U. S. people excel.
Yes, Munich! A city that brings to mind another conference, held way back in 1938, to decide at the expense of recalcitrant Czechoslovakia (not even invited to participate) the plundering of its territories by Mr. Adolph Hitler, with the consent of France and Great Britain, in the name of peace: a dishonorable agreement that, as Mr. Winston Churchill put it, which did not lead to peace but to war, and also to dishonor.
An agreement followed by another, much more serious and yet little known by many, between Mr. Stalin’s Soviet Russia and Mr. Hitler’s Nazi Germany, with which the two powers effectively became allies from mid-1939 to mid-1941. It seems like a paradox, but it is exactly so. In fact, these two powers that appear to us to be completely opposed and incompatible, in a secret memorandum attached to the official treaty, decided the division of Poland and other neighboring countries between them, in addition to the supply of weapons and raw materials. An agreement that for Mr. Hitler constituted the implicit “consent” to start the Second World War.
It is true that afterwards, Great Britain and France rushed to declare war on Nazi Germany, but it is equally true that they forgot about Soviet Russia, taking no account of its evident complicity, having been stained with the same, if not more serious crimes than Germany, for the invasion of Poland, the Baltic countries, Finland, Hungary, Romania and what remained of Czechoslovakia, with the corollary of deportations and massacres, such as that of Katyń, to just mention the most known.
And this “inattention” by France and Great Britain was not just an involuntary and momentary oversight, because the military cooperation and diplomatic process to strengthen and extend the alliance between Germany and Russia continued in broad daylight until mid-1941, despite the protests of the Polish government in exile, while the British army was being thrown back into the sea at Dunkerque, England was being heavily bombed by the Luftwaffe and France was being inexorably invaded and partitioned.
How then can we explain that Germany and Russia ended up on opposite sides? Only thanks, so to speak, to Hitler’s madness! In mid-1941, after having defeated France and believing that he no longer had anything to fear in the West, the “Fürer” decided to turn against Soviet Russia, his temporary ally, but already the object of his plan for annihilation in Mein Kampf, the book he had written six years earlier. It was only in this way that the war took the different course we know: otherwise Mr. Stalin would have been happy to continue the alliance with Nazi Germany until the complete capitulation and partition of the West. An objective discussed in Berlin between the ambassadors of the two countries, Mr. Molotov and Mr. von Ribbentrop, in the midst of the ongoing war.
Well, what does all this dive into the past have to do with the Russian Federation? It does, because today’s Russia is the bearer of the same imperialist philosophy as Soviet Russia, which in turn inherited it from the Tsarist Empire supplanted in 1917: facilis descensus averno! It is easy to descend into hell, the difficult thing is to get out of it. Of course, today’s Russia seems to want to distance itself from the memory of the alliance of the regime that preceded it with the Third Reich, however on May 9 of each year it persists in celebrating the memory of a victory that occurred when the Russian Federation did not yet exist. And not only does it do so as if that victory were its own, but also as if it were “only” its own, of the Russian Federation, and not also of the other republics that made up the Soviet Union, including Ukraine. Furthermore, in magnifying his own role in the defeat of the Third Reich, he ignores the decisive role of the Western allies who, already on May 7, 1945, two days before the date celebrated by the Russians, had accepted the capitulation of the German army in Reims, France. A victory obtained by a nation, the Soviet Union, certainly stabbed in the back, but not entirely immaculate, given that small detail of the secret Molotov-von Ribbentrop agreement. In short, a form of schizophrenic forgetfulness typical of autocracies, possible only thanks to the regime propaganda that today reigns in the Russian Avernus, totally deprived of a healthy democratic debate.
In fact, as is well known, autocracies tend to easily remove and mystify their own crimes, and if they remember them, they do so only to then pass them on to the victims or previous regimes from which, in the case of crimes, they do not accept any legacy (see Mr. Putin’s removal of the plaque on the Katyń memorial that reported Russian responsibility for the massacre of twenty thousand Polish officers). On the contrary, they are quite willing to take credit for their victories when it is convenient (as the Russian Federation does today with those of the Tsarist Empire and the Soviet Empire) solemnly celebrating their anniversaries cleansed of dishonorable stains such as the Molotov-von Ribbentrop agreement, this truly blasphemous (to quote Mrs. Zacharova).
And if today an Italian like President Mattarella allows himself to evoke such behavior by Russia, underlining that its method of resolving international disputes recalls that of Nazi Germany, then he is told to shut up because it is not acceptable that such a comparison is made by the representative of a country that was the cradle of fascism.
Do they not realize that we Italians, precisely because we know fascism well for the damage, suffering and deaths it has caused us, for the partisan struggle we have undertaken to free ourselves, for the democratic institutions and regulations we have given ourselves, for the antidotes we have taken to prevent its return, have become the world’s leading experts on this nefarious phenomenon? Do they not realize that, consequently, when we Italians analyze a fascist phenomenon in its development, we are the most enabled, facilitated and capable of recognizing it as such: just as today we recognize it in the ideologies, declarations and actions of the Russian Federation, of certain national and international parties, and of the new US administration?
Lately, we have witnessed the flourishing of a new understanding between such opposing national populisms (as euphemistically we can translate the term today) that candidate themselves to redraw the national and international balances: thanks to it, they can unleash trade wars and invade the territories of their neighbors without any consequences according to the law of the strongest, with the consent of those countries, their peers, which in turn intend to adopt the same criteria towards neighbors.
As a result, Ukraine can be easily invaded and bombed with the tacit approval of the United States, which invites the Ukrainian president to accept the invasion and the plundering of its resources in order to obtain a peace without guarantees – in effect an unconditional surrender. The territory of the Gaza Strip can be easily bombed and bulldozed by Israel, and requisitioned by the United States to make it a luxury resort, as long as the Palestinian inhabitants are not requisitioned together with the land – and brought to American soil, possibly to a new Strip to be created in Florida, on the shore of the Gulf of Mexico (good idea! Who knows what Mr. Trump thinks of it?), – but expelled from their homes, and hosted by neighboring countries, which have already been hosting several million of them for many years.
As for the Europeans? They must stop with their dull Union, “born to screw the United States” (Mr. Trump’s exact words); They must stop having a common currency, opening their borders among themselves as if they wanted to ape the country of Mr. Abraham Lincoln. One wonders: this great country, which shed rivers of blood during a horrendous civil war in the nineteenth century when its essence as a unitary state was at stake, why on earth should it urge the national populists of the European countries to regain their national independence from Brussels? Applying the same parameter, wouldn’t it be better for the States to undertake a new process of secession, they who are so different from each other, coast to coast and north to south?
The answer is that the imperialist “divide et impera” teaching is the only discipline in force among the fascists of all times, even among those in power today in such great a nation, fond of oppression, of internal proliferation of weapons, of ethnic and gender discrimination, of fight against asylum seekers, of capital punishment, of uncontrolled exploitation, and without subsidies or health care, of the less well-off, the weakest and the sick.
If Europe, after Mr. Trump’s enlightening words about the “states without cards”, really finds itself deprived of the protection of the Atlantic Pact and crushed in the middle of this new national-populist “Axis” constituted by Mr. Trump’s United States and Mr. Putin’s Russian Federation, what is the only way out?
The only way out – because it was advocated by Mr. Mario Draghi, former president of the ECB, and absolutely not in disagreement with the instructions given to us by Mr. Vance in Munich and reiterated several times by Mr. Trump, who, completely unaware of the consequences, invited us to defend ourselves alone and to form a MEGA Europe – the only way out, I was saying, is to strengthen and integrate our defense capabilities. In my opinion, it should include the following fixed points: a. the rationalization of military investments according to the criterion of the “best practices” (the distinctive excellences) of each individual country, that is, in the case of weapons systems those produced in multiple countries (i.e. duplicates, to put it simply) preferring only one, the most effective and efficient one, absorbing the others; b. integration where duplication does not exist (for example, Mr. Macron’s proposal to extend his atomic umbrella to the entire Union which has not); c. direct purchases mainly towards equipment “made in Europe,” and in the case of purchases outside the Union, excluding those from countries imposing duties; d. remove such investments from the stability pact.
Only in this way will Europe be able to strengthen its security and become more authoritative in the world, freeing itself from the grip of the national-populisms that surround it today. So let’s welcome the 800 billion euro plan of the President of the European Commission Mrs. von der Leyen, but let’s have the courage as soon as possible to change the rules of the game so as not to decide unanimously on issues of strategic importance, which always leads us to not decide at all, or to procrastinate the decision. But let’s do it quickly, by majority, finally defining a leadership with the necessary and strong attribution of powers, which carries forward the line and the common political, strategic and military vision of the Union.

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L’emprise des national-populisme et la défense Europeenne

Ce qu’il faut, c’est un leadership doté d’une forte attribution de pouvoirs, qui porte en avant la ligne et la vision politique, stratégique et militaire commune de l’Union.

La semaine dernière, ce n’est pas un hasard si nous avons assisté à l’émergence d’un nouvel «Axe», peut-être pas aussi formel que celui conçu en 1936, mais certainement annonciateur de funestes présages pour ceux qui sont habitués à tirer profit des leçons de l’Histoire. Que le destin ne nous empêche jamais d’assister, dans quatre-vingt-dix ans, en 2026, à la répétition du «Pacte d’acier».
Cela peut sembler une plaisanterie, mais il n’y a aucune raison de dormir sur ses deux oreilles car ces derniers temps, les signaux d’un tel risque sont malheureusement devenus résonnants. D’un côté, la porte-parole du ministère russe des Affaires étrangères, Mme Maria Zakharova, a condamné comme «inventions blasphématoires» les propos du président de la République italienne M. Sergio Mattarella, qui, dans une Lectio Magistralis tenue à l’Université de Marseille, avait comparé le comportement de la Fédération de Russie à celui du Troisième Reich pour son attaque contre l’Ukraine.
D’autre part, l’adjoint de M. Donald Trump, M. J. D. Vance, dans un discours à Munich, avait déclaré qu’il était préoccupé par «la liberté d’expression en Europe», une plaisanterie ridicule, «l’une des gaffes typiques des Américains à l’étranger», dont la connaissance du monde – comme l’a commenté le journaliste Michele Serra dans le journal La Repubblica – n’a jamais été un sujet dans lequel les habitants des États-Unis excellent.
Oui, Munich ! Une ville qui rappelle une autre conférence, tenue en 1938, pour décider aux dépens de la Tchécoslovaquie récalcitrante (même pas invitée à participer) du pillage de ses territoires par M. Adolf Hitler, avec le consentement de la France et de la Grande-Bretagne, au nom de la paix : un accord déshonorant qui, comme l’a dit M. Winston Churchill, n’a pas conduit à la paix mais à la guerre, et aussi au déshonneur.
Un accord suivi d’un autre, beaucoup plus grave et pourtant peu connu de beaucoup, entre la Russie soviétique de M. Staline et l’Allemagne nazie de M. Hitler, avec laquelle les deux puissances devinrent effectivement alliées de la mi-1939 à mi-1941. Cela semble paradoxal, mais c’est exactement le cas. En fait, ces deux puissances qui nous paraissent complètement opposées et incompatibles, dans un mémorandum secret joint au traité officiel, décidèrent du partage de la Pologne et d’autres pays voisins entre elles, en plus de la fourniture d’armes et de matières premières. Un accord qui constituait pour M. Hitler le “consentement” implicite au déclenchement de la Seconde Guerre mondiale.
Il est vrai qu’ensuite la Grande-Bretagne et la France se sont précipitées pour déclarer la guerre à l’Allemagne nazie, mais il est tout aussi vrai qu’elles ont oublié la Russie soviétique, sans tenir compte de sa complicité évidente, ayant été entachée des mêmes crimes, sinon plus graves, que l’Allemagne, pour l’invasion de la Pologne, des pays baltes, de la Finlande, de la Hongrie, de la Roumanie et de ce qui restait de la Tchécoslovaquie, avec pour corollaire des déportations et des massacres, comme celui de Katyń, pour ne citer que les plus connus.
Et cette « inattention » de la France et de la Grande-Bretagne n’était pas seulement un oubli involontaire et momentané, car la coopération militaire et le processus diplomatique pour renforcer et étendre l’alliance entre l’Allemagne et la Russie se sont poursuivis au grand jour jusqu’à la mi-1941, malgré les protestations du gouvernement polonais en exil, tandis que l’armée britannique était rejetée à la mer à Dunkerque, que l’Angleterre était lourdement bombardée par la Luftwaffe et que la France était inexorablement envahie et partagée.
Comment expliquer alors que l’Allemagne et la Russie se soient retrouvées dans des camps opposés ? Seulement grâce, pour ainsi dire, à la folie d’Hitler ! Au milieu de l’année 1941, après avoir vaincu la France et croyant n’avoir plus rien à craindre à l’Ouest, le “Fürer” décide de se retourner contre la Russie soviétique, son alliée temporaire, mais déjà objet de son plan d’anéantissement dans Mein Kampf, le livre qu’il avait écrit six ans plus tôt. C’est seulement ainsi que la guerre prend le cours différent que l’on connaît : sinon M. Staline aurait été heureux de poursuivre l’alliance avec l’Allemagne nazie jusqu’à la capitulation complète et le partage de l’Ouest. Un objectif discuté à Berlin entre les ambassadeurs des deux pays, M. Molotov et M. von Ribbentrop, en pleine guerre en cours.
Eh bien, qu’est-ce que toute cette plongée dans le passé a à voir avec la Fédération de Russie ? Oui, car la Russie d’aujourd’hui est porteuse de la même philosophie impérialiste que la Russie soviétique, qui à son tour l’a héritée de l’Empire tsariste supplanté en 1917: facilis descensus Averno! Il est facile de descendre aux enfers, le plus difficile est d’en sortir. Certes, la Russie d’aujourd’hui semble vouloir se distancier du souvenir de l’alliance du régime qui l’a précédée avec le Troisième Reich, mais le 9 mai de chaque année elle persiste à célébrer le souvenir d’une victoire survenue alors que la Fédération de Russie n’existait pas encore. Et elle le fait non seulement comme si cette victoire était la sienne, mais aussi comme si elle était « seulement » la sienne, celle de la Fédération de Russie, et non pas celle des autres républiques qui composaient l’Union soviétique, y compris l’Ukraine. De plus, en magnifiant son propre rôle dans la défaite du Troisième Reich, elle ignore le rôle décisif des alliés occidentaux qui, déjà le 7 mai 1945, deux jours avant la date célébrée par les Russes, avaient accepté la capitulation de l’armée allemande à Reims, en France. Une victoire obtenue par une nation, l’Union soviétique, certes poignardée dans le dos, mais pas entièrement immaculée, compte tenu de ce petit détail de l’accord secret Molotov-von Ribbentrop. En bref, une forme d’oubli schizophrénique typique des autocraties, possible seulement grâce à la propagande du régime qui règne aujourd’hui dans l’Avernus russe, totalement privé d’un débat démocratique sain.
En fait, comme on le sait, les autocraties ont tendance à effacer et à mystifier facilement leurs propres crimes, et si elles s’en souviennent, elles ne le font que pour les transmettre ensuite aux victimes ou aux régimes précédents dont, dans le cas des crimes, elles n’acceptent aucun héritage (voir le retrait par M. Poutine de la plaque sur le mémorial de Katyń qui signalait la responsabilité russe dans le massacre de vingt mille officiers polonais). Au contraire, elles sont tout à fait disposées à s’attribuer le mérite de leurs victoires quand cela les arrange (comme le fait aujourd’hui la Fédération de Russie avec celles de l’Empire tsariste et de l’Empire soviétique) en célébrant solennellement leurs anniversaires nettoyés de taches déshonorantes comme l’accord Molotov-von Ribbentrop, ce qui est véritablement blasphématoire (pour citer Mme Zacharova).
Et si aujourd’hui un Italien comme le président Mattarella se permet d’évoquer un tel comportement de la Russie, en soulignant que sa méthode de résolution des conflits internationaux rappelle celle de l’Allemagne nazie, alors on lui dit de se taire car il n’est pas acceptable qu’une telle comparaison soit faite par le représentant d’un pays qui fut le berceau du fascisme.
Ne se rendent-ils pas compte que nous, les Italiens, précisément parce que nous connaissons bien le fascisme pour les dommages, les souffrances et les morts qu’il nous a causés, pour la lutte partisane que nous avons entreprise pour nous libérer, pour les institutions et les réglementations démocratiques que nous nous sommes données, pour les antidotes que nous avons pris pour empêcher son retour, sommes devenus les plus grands experts mondiaux de ce phénomène néfaste ? Ne se rendent-ils pas compte que, par conséquent, lorsque nous, les Italiens, analysons un phénomène fasciste dans son développement, nous sommes les plus habilités, les plus facilités et les plus capables de le reconnaître comme tel: tout comme aujourd’hui nous le reconnaissons dans les idéologies, les déclarations et les actions de la Fédération de Russie, de certains partis nationaux et internationaux et de la nouvelle administration des États Unités?
Ces derniers temps, nous avons assisté à l’éclosion d’une nouvelle entente entre des populismes nationaux opposés (c’est ainsi que l’on peut traduire aujourd’hui le terme de manière euphémistique) qui prétendent redessiner les équilibres nationaux et internationaux : grâce à elle, ils peuvent déclencher des guerres commerciales et envahir les territoires de leurs voisins sans aucune conséquence, selon la loi du plus fort, avec le consentement de ces pays, leurs pairs, qui entendent à leur tour adopter les mêmes critères envers leurs voisins.
En conséquence, l’Ukraine peut être facilement envahie et bombardée avec l’approbation tacite des États-Unis, qui invitent le président ukrainien à accepter l’invasion et le pillage de ses ressources afin d’obtenir une paix sans garanties – en fait une capitulation inconditionnelle. Le territoire de la bande de Gaza peut être facilement bombardé et bulldozer par Israël, et réquisitionné par les États-Unis pour en faire un complexe touristique de luxe, à condition que les habitants palestiniens ne soient pas réquisitionnés avec la terre – et amenés sur le sol américain, éventuellement dans une nouvelle bande à créer en Floride, au bord du golfe du Mexique (bonne idée! Qui sait ce qu’en pense M. Trump?), – mais expulsés de leurs foyers, et hébergés par des pays voisins, qui en accueillent déjà plusieurs millions depuis de nombreuses années.
Quant aux Européens ? Qu’ils en finissent avec leur Union terne, «née pour foutre les États-Unis» (les mots exacts de M. Trump) ; qu’ils cessent d’avoir une monnaie commune, d’ouvrir leurs frontières entre eux comme s’ils voulaient singer le pays de M. Abraham Lincoln. On se demande : pourquoi ce grand pays, qui a versé des fleuves de sang au cours d’une horrible guerre civile au XIXe siècle, alors que son essence d’État unitaire était en jeu, devrait-il pousser les populistes nationaux des pays européens à reconquérir leur indépendance nationale de Bruxelles? En appliquant le même paramètre, ne serait-il pas préférable que les États entreprennent un nouveau processus de sécession, eux qui sont si différents les uns des autres, d’un océan à l’autre et du nord au sud ?
La réponse est que la doctrine impérialiste du “divide et impera” est la seule discipline en vigueur chez les fascistes de tous les temps, même chez ceux qui sont aujourd’hui au pouvoir dans une nation aussi grande, friande d’oppression, de prolifération interne d’armes, de discrimination ethnique et de genre, de lutte contre les demandeurs d’asile, de peine capitale, d’exploitation incontrôlée, et sans subventions ni soins de santé, des moins nantis, des plus faibles et des malades.
Si l’Europe, après les propos éclairants de M. Trump sur les «États sans cartes», se retrouve réellement privée de la protection du Pacte atlantique et écrasée au milieu de ce nouvel «Axe» national-populiste constitué par les États-Unis de M. Trump et la Fédération de Russie de M. Poutine, quelle est la seule issue ?
La seule issue – parce qu’elle a été préconisée par M. Mario Draghi, ancien président de la BCE, et absolument pas en désaccord avec les instructions que nous a données M. Vance à Munich et réitérées à plusieurs reprises par M. Trump, qui, complètement inconscient des conséquences, nous a invités à nous défendre seuls et à former une MEGA Europe – la seule issue, disais-je, est de renforcer et d’intégrer nos capacités de défense. A mon avis, elle devrait inclure les points fixes suivants : a. la rationalisation des investissements militaires selon le critère des “meilleures pratiques” (les excellences distinctives) de chaque pays individuel, c’est-à-dire, dans le cas des systèmes d’armes ceux produits dans plusieurs pays (c’est-à-dire des doublons, pour le dire simplement) en préférant un seul, le plus efficace et le plus efficient, en absorbant les autres; b. l’intégration là où la duplication n’existe pas (par exemple, la proposition de M. Macron d’étendre son parapluie atomique à l’ensemble de l’Union qui n’a pas été adoptée); c. orienter les achats principalement vers des équipements «fabriqués en Europe» et, dans le cas d’achats hors Union, exclure ceux provenant de pays imposant des droits de douane ; d. enlever ces investissements du pacte de stabilité.
C’est seulement de cette manière que l’Europe pourra renforcer sa sécurité et devenir plus autoritaire dans le monde, en se libérant de l’emprise des national-populismes qui l’entourent aujourd’hui. Saluons donc le plan de 800 milliards d’euros de la présidente de la Commission européenne Mme von der Leyen, mais ayons le courage de changer au plus vite les règles du jeu pour ne pas décider à l’unanimité sur des questions d’importance stratégique, ce qui nous conduit toujours à ne pas décider du tout, ou à tergiverser sur la décision. Mais faisons-le vite, à la majorité, en définissant enfin un leadership avec l’attribution nécessaire et forte des pouvoirs, qui porte en avant la ligne et la vision politique, stratégique et militaire commune de l’Union.

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