La scorsa settimana, non casualmente abbiamo assistito al manifestarsi di un nuovo “Asse,” forse non così formale come quello inaugurato nel 1936, ma certamente foriero di esiziali presentimenti per chi è abituato a trarre vantaggio dagli insegnamenti della Storia. Non voglia mai il destino che a novant’anni da tale data, nel 2026, dovessimo assistere alla ripetizione anche del “Patto d’Acciaio.” Può sembrare uno scherzo, tuttavia non c’è da dormire sogni tranquilli perché recentemente i prodromi di un tale rischio si sono purtroppo fatti sentire. Da una parte la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha condannato come “invenzioni blasfeme” le parole del presidente della Repubblica italiana Sergio Mattarella, che in una Lectio Magistralis tenuta all’università di Marsiglia aveva paragonato il comportamento della Federazione Russa con quello del Terzo Reich per il suo attacco all’Ucraina. Dall’altra parte, il vice di Trump, J. D. Vance, in un intervento a Monaco di Baviera si era detto preoccupato «per la libertà di parola in Europa», una battuta ridicola, “una delle tipiche gaffe degli americani all’estero,” la cui conoscenza del mondo – come commentato su La Repubblica da Michele Serra – è notorio non è mai stata materia nella quale eccellano.
Già, Monaco di Baviera! Una città che ci fa venire alla mente un’altra conferenza, svoltasi nel lontano 1938, per decidere a scapito della Cecoslovacchia recalcitrante (nemmeno invitata a partecipare) la rapina dei suoi territori da parte di Hitler, con il consenso dei francesi e degli inglesi, in nome della pace: un accordo disonorevole che, come disse Winston Churchill, non portò alla pace ma alla guerra, e anche al disonore.Un accordo seguito da un altro ben più grave e tuttavia da molti poco conosciuto, tra la Russia Sovietica di Stalin e la Germania Nazista di Hitler con il quale le due potenze di fatto diventarono alleate da metà 1939 a metà 1941. Sembra un paradosso, ma è proprio così. Infatti, queste due potenze che ci appaiono del tutto contrapposte e incompatibili, in un memorandum segreto allegato al trattato ufficiale, decidevano la spartizione tra di loro della Polonia e degli altri paesi confinanti, oltre la fornitura di armi e materie prime. Un accordo che per Hitler costituì l’implicito “consenso” a iniziare la Seconda Guerra Mondiale. E’ vero che dopo, Gran Bretagna e Francia si affrettarono a dichiarare guerra alla Germania Nazista tuttavia è altrettanto vero che si dimenticarono della Russia Sovietica non tenendo in nessun conto la sua evidente correità, essendosi macchiata degli stessi, se non più gravi crimini della Germania, per l’invasione di Polonia, Paesi Baltici, Finlandia, Ungheria, Romania e di quel che rimaneva della Cecoslovacchia, con il corollario di deportazioni e massacri, tipo quello di Katyn, tanto per citare il più clamoroso. E tale “disattenzione” di Francia e Gran Bretagna non fu solo una svista involontaria e momentanea, perché la cooperazione militare e il processo diplomatico per rinsaldare ed estendere l’alleanza tra Germania e Russia continuò alla luce del giorno fino alla metà del 1941, nonostante le proteste del governo polacco in esilio, mentre l’esercito britannico veniva ributtato in mare a Dunkerque, l’Inghilterra pesantemente bombardata dalla Luftwaffe e la Francia inesorabilmente invasa e spartita.
Come si spiega allora che Germania e Russia finirono su fronti opposti? Solo grazie, si fa per dire, alla pazzia di Hitler! A metà 1941, dopo aver piegato la Francia e credendo di non aver più nulla da temere a ovest, il “Furer” decise di rivolgersi contro la Russia Sovietica, sua momentanea alleata, ma già oggetto nel Mein Kampf, il libro che aveva scritto sei anni prima, del suo disegno di annientamento. Fu solo così che la guerra ebbe il diverso svolgimento che conosciamo: altrimenti Stalin sarebbe stato ben felice di continuare l’alleanza con la Germania Nazista fino alla completa capitolazione e spartizione dell’Occidente. Un obiettivo in discussione a Berlino tra gli ambasciatori dei due paesi, Molotov e von Ribbentrop, in piena guerra in corso.
Ebbene, che c’entra tutto questo tuffo nel passato con la Federazione Russa? C’entra, perché la Russia d’oggi è portatrice della medesima filosofia imperialista della Russia Sovietica, che a sua volta la ereditava dall’Impero Zarista soppiantato nel 1917: facilis descensus averno! Facile è scendere all’inferno, il difficile è uscirne. Certo, la Russia di oggi sembra volersi estraniare dal ricordo dell’alleanza del regime che l’ha preceduta con il Terzo Reich, tuttavia il 9 maggio di ogni anno persiste nel celebrare il ricordo di una vittoria avvenuta quando la Federazione Russa ancora non esisteva. E non solo lo fa come se quella vittoria fosse sua, ma anche come se fosse “solo” sua, della Federazione Russa, e non già anche delle altre repubbliche che costituivano l’Unione Sovietica, Ucraina inclusa. Inoltre, nel magnificare il proprio ruolo per la disfatta del Terzo Reich, ignora il ruolo determinante degli alleati occidentali che, già il 7 maggio 1945, due giorni prima della data celebrata dai russi, avevano accettato a Reims in Francia la capitolazione dell’esercito tedesco. Una vittoria ottenuta da una nazione, l’Unione Sovietica, certamente pugnalata alle spalle, ma non del tutto immacolata, dato quel piccolo dettaglio dell’accordo segreto Molotov-Ribbentrop. Insomma una forma di dimenticanza schizofrenica tipica delle autocrazie, possibile solo grazie alla propaganda di regime che oggi vige nell’Averno russo, totalmente deprivato di un sano confronto democratico.
Infatti, come è noto, le autocrazie tendono facilmente a rimuovere e a mistificare i propri crimini, e se li ricordano, lo fanno solo per poi riversarli sulle vittime o sui regimi precedenti dai quali, in caso di crimini, non accettano alcuna eredità (vedi la rimozione da parte di Putin della lapide sul memoriale di Katyn che riportava la responsabilità russa per il massacro dei ventimila ufficiali polacchi). Al contrario, sono ben disposte a intestarsi le loro vittorie quando conviene (come oggi fa la Federazione Russa con quelle dell’Impero Zarista e dell’Impero Sovietico) celebrandone solennemente le ricorrenze ripulite dalle macchie disonorevoli come l’accordo Molotov-Von Ribbentrop, questo davvero blasfemo (tanto per citare la Zacharova).E se oggi un italiano come il Presidente Mattarella si permette di evocare tali comportamenti della Russia, sottolineando che il suo metodo di risoluzione delle le controversie internazionali ricorda quello della Germania nazista, allora gli si dice di stare zitto perché non è accettabile che un simile accostamento venga fatto dal rappresentante di un Paese che è stato la culla del fascismo.
Non ci si accorge che noi italiani, proprio perché conosciamo bene il fascismo per i danni, le sofferenze e le morti che ci ha causato, per la lotta partigiana che abbiamo intrapreso per liberarci, per le istituzioni e normative democratiche che ci siamo dati, per gli antidoti che abbiamo assunto per prevenirne il ritorno, siamo divenuti i massimi esperti al mondo di questo nefasto fenomeno? Non ci si accorge che, di conseguenza, quando noi italiani analizziamo un fenomeno fascista nel suo divenire, siamo i più abilitati, facilitati e capaci a riconoscerlo come tale: così come oggi lo riconosciamo nelle ideologie, dichiarazioni e azioni della Federazione Russa, di certi partiti nazionali e internazionali, e della nuova amministrazione statunitense?
Ultimamente, abbiamo assistito al manifestarsi di una nuova intesa tra questi opposti nazional populismi (come oggi eufemisticamente possiamo attualizzare il termine fascismo) che si candidano a ridisegnare gli equilibri nazionali e mondiali: grazie a tale intesa essi possono scatenare guerre commerciali e invadere i territori dei vicini senza nessuna conseguenza, esercitando la legge del più forte, con il consenso di quei paesi loro pari che, a loro volta, intendono adottare gli stessi criteri verso i vicini.
Di conseguenza, l’Ucraina può essere tranquillamente invasa e bombardata con il tacito beneplacito degli Stati Uniti, i quali invitano il presidente ucraino a subire l’invasione e la spoliazione delle proprie risorse per ottenere una pace senza garanzie – di fatto una resa senza condizioni. Il territorio della striscia di Gaza può essere tranquillamente bombardato e spianato da Israele, e requisito dagli Stati Uniti per farne un resort di lusso, a patto che gli abitanti palestinesi non siano anch’essi requisiti e portati in terra statunitense, magari su una nuova Striscia da creare in Florida, lungo il Golfo del Messico (buona idea questa! chi sa che ne pensa Trump?), e siano invece espulsi da casa loro, e ospitati dai paesi vicini, che già da molti anni ne ospitano diversi milioni.
Quanto agli europei? Questi devono smetterla con la loro Unione insulsa, “nata per fottere gli Stati Uniti” (parole testuali di Trump); devono smetterla di avere una moneta comune, di aprire tra di loro le frontiere come se volessero scimmiottare il paese di Abraham Lincoln. Ci si domanda: questo grande Paese, che ha versato fiumi di sangue nel secolo diciannovesimo durante un’orrenda guerra civile in cui era in gioco la propria essenza di stato unitario, perché mai sollecita i nazional-populisti dei paesi europei a riguadagnare la propria indipendenza nazionale da Bruxelles? Applicando lo stesso parametro, non sarebbe meglio anche per gli stati americani intraprendere un nuovo processo di secessione, essi che sono tanto diversi tra di loro, “coast to coast” e da nord a sud?
La risposta è che l’insegnamento imperialista con il suo “divide et impera” è l’unico insegnamento che vige tra i fascisti di tutti i tempi, anche tra quelli oggi al potere in quella grande nazione, fan della sopraffazione, della proliferazione interna delle armi, della discriminazione etnica e di genere, della lotta ai richiedenti asilo, della pena capitale, dello sfruttamento sfrenato, e senza sussidi o assistenza sanitaria, a danno dei meno abbienti, dei più deboli e dei malati.
Se l’Europa, dopo le illuminanti parole di Trump circa gli “stati senza carte”, si ritrova davvero priva della protezione del Patto Atlantico e schiacciata in mezzo a questo nuovo “Asse” nazional-populista costituito dagli Stati Uniti di Trump e dalla Federazione Russa di Putin, qual è l’unica via d’uscita?
L’unica giusta, – perché propugnata da Mario Draghi, ex presidente della B.C.E., e assolutamente non in disaccordo con le istruzioni impartiteci da Vance a Monaco e ribadite più volte da Trump, i quali del tutto inconsapevoli delle conseguenze ci hanno invitati a difenderci sa soli e a costituire una MEGA Europa, – l’unica strada giusta, dicevo, è quella di rafforzare e integrare le nostre capacità di difesa. Essa, secondo la mia opinione, dovrebbe prevedere i seguenti punti fermi: a. la razionalizzazione degli investimenti militari secondo il criterio delle “best practices” (eccellenze distintive) di ogni singolo paese, cioè in caso di sistemi d’arma prodotti in più paesi (ovvero doppioni, per farla semplice) preferire quello più efficace ed efficiente assorbendo gli altri; b. integrazione dove i doppioni non esistono (esempio, la proposta di Macron di estendere a tutta l’Unione il suo ombrello atomico); c. dirigere gli acquisti prevalentemente sul “made in Europe”, e in caso di acquisto fuori dall’Unione, escludendo quei paesi che impongono dazi; d. togliere tali investimenti dal patto di stabilità.
Solo così l’Europa potrà rafforzare la propria sicurezza e rendersi più autorevole nel mondo, affrancandosi dalla morsa dei nazional-populismi che oggi la circondano. Quindi ben venga il piano da 800 miliardi di Euro della Presidente della Commissione Europea von der Leyen, ma che si abbia al più presto il coraggio di cambiare le regole del gioco per non decidere più all’unanimità sulle questioni d’importanza strategica, il che ci porta sempre a non decidere affatto, o a procrastinare la decisione. Ma facciamolo presto, a maggioranza, definendo finalmente una leadership dotata della necessaria e forte attribuzione di poteri, che porti avanti la linea e la visione politica, strategica e militare comune dell’Unione.
Credits photo sito ufficiale dell’UE


