Dopo oltre trent’anni di conflitti, colpi di stato e interventi internazionali, il paese rimane intrappolato in un circolo vizioso di instabilità politica, povertà endemica e violenza jihadista.
La Somalia continua a vivere una delle crisi più complesse e persistenti del continente africano. Dopo oltre trent’anni di conflitti, colpi di Stato e interventi internazionali, il paese rimane intrappolato in un circolo vizioso di instabilità politica, povertà endemica e violenza jihadista.
Al centro di questa crisi vi è la difficile costruzione di un’autorità statale funzionante e la costante minaccia rappresentata dal gruppo terroristico Al Shabaab, affiliato ad Al Qaeda.
Secondo gli analisti dell’ACLED (Armed conflict location and event data project) la Somalia è oggi il paese detiene il primato di episodi violenti nel continente.
“Dopo di me, la Somalia non sarà mai più governabile” – Mohammed Siad Barre, gennaio 1991
Nel gennaio 1991 una rivolta costrinse Mohammed Siad Barre alla fuga. Il dittatore si rifugiò in Nigeria dove, quattro anni dopo morì a Lagos all’età di settantacinque anni.
Dal crollo del regime la Somalia ha vissuto per due decenni senza un governo centrale effettivo. La mancanza di istituzioni solide ha aperto la strada a una frammentazione del potere, con signori della guerra, clan rivali e autorità regionali che si sono spartiti il controllo del territorio.
La nascita del Governo Federale di Somalia (FGS) nel 2012 che ha sostituito il Governo Federale di Transizione (GFT) (2004 al 2012), aveva generato speranze di stabilizzazione, ma i progressi si sono rivelati lenti e discontinui.
Il sistema federale somalo, seppur pensato per tenere insieme le varie regioni del Paese, è spesso teatro di scontri tra le autorità centrali e quelle locali. Le dispute sulle competenze, sui finanziamenti e sul controllo delle risorse naturali alimentano tensioni continue, mentre la corruzione e la mancanza di trasparenza minano la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.
La recente crisi tra il presidente Hassan Sheikh Mohamud e alcuni stati federati come il Puntland ha ulteriormente compromesso il fragile equilibrio politico.
Le elezioni, spesso ritardate o contestate, si trasformano in momenti di crisi anziché rafforzare il processo democratico. In questo contesto, la società civile fatica a emergere come forza coesiva e il processo di riconciliazione nazionale resta incompiuto.
Nel vuoto istituzionale lasciato da decenni di instabilità, Al Shabaab ha saputo consolidare la propria presenza. Nato nei primi anni 2000 come ala radicale dell’Unione delle Corti Islamiche, il gruppo si è trasformato in una potente milizia jihadista con capacità militari avanzate e una rete di finanziamento ben strutturata. Oggi controlla ampie aree del sud e del centro del Paese, dove impone la propria versione della legge islamica e si sostituisce spesso allo Stato nella gestione di giustizia e servizi.
Nonostante le offensive militari condotte dalle forze somale, sostenute dalla missione dell’Unione Africana (ATMIS, ex-AMISOM) e da operazioni aeree statunitensi condotte da USAFRICOM, Al Shabaab si è dimostrato resiliente.
I suoi attacchi colpiscono non solo obiettivi militari, ma anche centri urbani e civili, come testimoniano gli attentati a Mogadiscio e nei pressi di basi internazionali. Il gruppo riesce inoltre a infiltrarsi nei centri urbani, spesso con l’appoggio di reti claniche e tramite un efficace sistema di raccolta di tasse e estorsioni.
Uno degli elementi più preoccupanti è la capacità di Al Shabaab di adattarsi e mutare strategia: negli ultimi anni ha rafforzato la sua presenza anche nei Paesi vicini, come il Kenya, e ha intensificato l’uso dei media per la propaganda e il reclutamento.
La sua lotta non è solo militare, ma anche ideologica, mirata a screditare il governo federale e a presentarsi come l’unica alternativa credibile.
La comunità internazionale gioca un ruolo cruciale, ma spesso ambiguo, nel panorama somalo. Se da un lato fornisce assistenza militare, umanitaria e finanziaria, dall’altro rimane spesso impassibile di fronte l’eccessiva concentrazione di potere, sulla mancanza di sicurezza interna e sulla mancanza di una visione politica di lungo periodo da parte del governo in carica.
I fondi destinati alla ricostruzione vengono spesso mal gestiti, e i rapporti tra donatori e governo somalo sono talvolta segnati dal sospetto e da accuse reciproche di mala gestione.
Inoltre, il progressivo disimpegno delle truppe africane dell’UA lascia intravedere scenari incerti. Le forze di sicurezza somale, pur migliorate in capacità, non sembrano ancora pronte a gestire autonomamente la sicurezza del Paese.
La Somalia si trova oggi di fronte a una doppia sfida: costruire uno Stato funzionante e sconfiggere una delle insurrezioni jihadiste più durature al mondo. Il successo di questo processo richiederà un forte investimento non solo nella sicurezza, ma anche nella riconciliazione tra clan, nello sviluppo economico e nel rafforzamento delle istituzioni democratiche.
In zone diverse del paese crescono le ostilità legate all’appartenenza clanica – la società somala è da sempre strutturata attorno alle appartenenze a clan e sotto-clandistinti, seppur accomunati dalla lingua somala e dalla religione islamica – ai quali sono riconducibili oltre 1.200 morti tra 2023 e 2025.
Senza un vero patto politico tra le componenti del Paese, ogni progresso resterà fragile. La popolazione somala, che ha dimostrato straordinaria resilienza, merita una prospettiva di pace duratura, lontana dalla guerra, dalla fame e dall’esilio. La lotta ad Al Shabaab, per quanto essenziale, non può essere vinta solo con le armi: serve una Somalia unita, legittima e inclusiva per sperare in un futuro diverso.


