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Conflitti

Lahbib Mohamed Abdelaziz, un martire che incarna il destino di un popolo

Fatima Mahfud, Rappresentante del Fronte Polisario in Italia; «Non è soltanto una perdita umana e familiare. È un evento destinato a occupare un posto particolare nella memoria collettiva saharawi».

È stato  “giustiziato”, non c’è altro termine che possa descrivere l’attacco con droni nel Sahara Occidentale che ha ucciso

Lahbib Abdelaziz, considerato un leader del  movimento saharawi.

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Comandante militare del Fronte Polisario, 37 anni, Lahbib era figlio dell’ex presidente della  Repubblica araba saharawi democratica Mohamed Abdelaziz, che ha guidato il movimento indipendentista tra il 1976 e il 2016, Nell’operazione marocchina sono stati assassinati altri due combattenti saharawi.

L’attacco è avvenuto mentre era in visita l’inviato delle Nazioni Unite per il Sahara occidentale, Staffan de Mistura, ai campi profughi di Tinduf, il quartier generale del Polisario nel sud-ovest dell’Algeria e vicino al confine saharawi. De Mistura stava cercando di riattivare i negoziati tra il Marocco e il Fronte indipendentista. I colloqui, sostenuti dagli Stati Uniti, si erano bruscamente interrotti lo scorso febbraio a Madrid dopo l’attacco di artiglieria del Polisario all’inizio di maggio contro una base militare marocchina a Esmara, nel nord-est del Sahara occidentale.

“Per la straordinaria densità di significati che porta con sé, l’uccisione di  Lahbib Mohamed Abdelaziz, membro del Segretariato Nazionale del Fronte Polisario e comandante della Prima Brigata di Riserva dell’Esercito di Liberazione Popolare Saharawi, non è soltanto una perdita umana e familiare. È un evento destinato a occupare un posto particolare nella memoria collettiva saharawi» afferma Fatima Mahfud, Rappresentante del Fronte Polisario in Italia.

L’operazione militare a est del muro di sabbia marocchino, con droni delle forze armate reali marocchine, è avvenuto il 7 giugno ma la notizia è stata confermata solo oggi.

Lahbib rappresentava una figura emergente del movimento, spesso indicato come possibile successore nell’ambito del rinnovamento generazionale.

Nato nel 1989, pochi anni prima del cessate il fuoco del 1991, Abdelaziz apparteneva a una generazione sospesa tra due epoche. È cresciuto insieme a migliaia di giovani saharawi nell’attesa di un referendum di autodeterminazione che avrebbe dovuto rappresentare il naturale approdo del processo di pace. La sua biografia coincide con quella di un’intera generazione.

«Una generazione educata alla speranza della soluzione politica, ma costretta a confrontarsi con il progressivo logoramento delle promesse internazionali e, infine, con il ritorno della guerra nel 2020. In questo senso, la sua vicenda personale assume una dimensione che supera il destino individuale e si intreccia con la storia collettiva del suo popolo.

Vi è poi la sua storia familiare, inevitabilmente legata a una delle figure più rappresentative della costruzione nazionale saharawi. Vi è il luogo della sua morte, il fronte, che continua a rappresentare per molti saharawi non soltanto una linea militare, ma uno spazio simbolico in cui si incontrano sovranità, sacrificio e responsabilità collettiva. Vi è infine il modo in cui è stato ucciso, attraverso una guerra sempre più segnata dalla distanza tecnologica e dall’asimmetria dei mezzi, che rende ancora più evidente la vulnerabilità umana di chi ne sopporta il peso diretto» sottolinea Mafhoud.

A rendere questo evento ancora più carico di significato è stata la coincidenza con la visita dell’Inviato Personale del Segretario Generale delle Nazioni Unite, Staffan de Mistura, nei campi profughi saharawi. Come se, proprio nel momento in cui la diplomazia internazionale tornava a interrogarsi sul futuro del Sahara Occidentale, la realtà del conflitto avesse ricordato con brutalità che la guerra continua a produrre morti, lutti e destini interrotti.

Eppure il significato più profondo della sua scomparsa risiede forse altrove. In una società che ha costruito la propria identità politica attraverso il sacrificio condiviso, la morte di Lahbib riporta al centro una questione fondamentale: quale rapporto deve esistere tra leadership e destino collettivo? Per molti saharawi essa rappresenta una risposta implicita. Non perché il sacrificio conferisca automaticamente prestigio o ragione, ma perché ricorda che l’autorità, per essere riconosciuta e rispettata, deve continuare a confrontarsi con il rischio, la responsabilità e il servizio.

Non sorprende quindi che il suo nome sia stato rapidamente assunto come simbolo da una parte della società saharawi. Nel Giorno dei Martiri, una cellula della resistenza a Smara occupata ha scelto di portare il nome di “Cellula del Martire Lahbib Mohamed Abdelaziz”, rivendicando un’azione durante la quale è stata ammainata la bandiera marocchina da un edificio amministrativo e issata la bandiera nazionale saharawi. Al di là del gesto in sé, ciò che colpisce è la velocità con cui una vicenda individuale è stata trasformata in riferimento collettivo. Le comunità non scelgono casualmente i propri simboli: li riconoscono quando vi ritrovano una parte di sé, delle proprie aspirazioni e della propria memoria.

Forse è proprio questo l’aspetto più significativo della  perdita saharawi.

«In un tempo in cui molte società faticano a riconoscersi nelle proprie élite, la figura di Lahbib richiama un principio antico e profondamente radicato nella cultura politica saharawi: l’idea che il dirigente non sia colui che si colloca al di sopra del popolo, ma colui che ne condivide il destino. È una concezione che attraversa la storia della rivoluzione saharawi, dai primi anni della lotta fino ai nostri giorni, e che continua a rappresentare uno dei principali criteri attraverso cui una comunità giudica i propri dirigenti.

Per questo motivo la morte di Lahbib Mohamed Abdelaziz trascende la dimensione personale e familiare. Essa diventa uno specchio attraverso il quale noi saharawi interroghiamo noi stessi, il significato del nostro percorso storico, il rapporto tra memoria e futuro, tra eredità e responsabilità. E forse è proprio in questa capacità di parlare contemporaneamente del passato, del presente e delle generazioni che verranno che risiede la forza simbolica di una scomparsa destinata a lasciare una traccia profonda nella memoria collettivq» conclude l’esponente del Fronte Polisario che  ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.

Il sacrificio di Lahbib e dei suoi compagni non sarà vano: rafforza la determinazione del popolo saharawi a perseguire il diritto all’autodeterminazione e all’indipendenza, come sancito dal diritto internazionale. La comunità internazionale non può più voltarsi dall’altra parte di fronte a una guerra dimenticata che continua a reclamare vite innocenti. Il referendum promesso rimane l’unica via per una pace giusta e duratura.

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RasdSahara Occidentalesaharawi

Esperta di questioni internazionali, africanista. È stata insignita per il suo lavoro di giornalista della Medaglia di rappresentanza della Presidenza della Repubblica.

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