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Focus internazionale

L’Azienda della Pace: il Board of Peace e la privatizzazione del conflitto

Dalle macerie di Gaza a Washington, il nuovo ordine mondiale di Trump trasforma l’occupazione in un asset finanziario.

WASHINGTON – Mentre il dispiegamento strategico ai confini dell’Iran segnala una mobilitazione bellica senza precedenti, il 19 Febbraio a Washington prende forma un’entità che ridefinisce il concetto stesso di sovranità: il Board of Peace. Dietro il nome rassicurante non si cela un organismo diplomatico, ma una spietata operazione di occupazione militare e finanziaria. È l’istituzionalizzazione dell’arbitrio: un’autorità sovranazionale ad personam, slegata dal diritto internazionale e dalle Nazioni Unite. Blindato nei salotti di Davos, il Board è una struttura privata che pone Donald Trump al vertice come presidente a vita. La sua governance è un manuale di autocrazia moderna: Trump detiene il potere di veto assoluto, decide chi ammettere o espellere e può essere rimosso solo da un comitato da lui stesso nominato. L’accesso al club? Un miliardo di dollari. Non è un tavolo di pace, è un consiglio d’amministrazione globale dove la geopolitica viene trattata come un asset societario, permettendo a Trump di esercitare un’autorità che scavalca i confini del suo mandato presidenziale.

Per il Presidente, la questione Gaza è già archiviata come un successo aziendale: “Sistemeremo Gaza, la renderemo sicura e di successo, una vera Riviera”, definendo il Board of Peace come “il corpo più prestigioso e potente della storia”, una struttura destinata non solo a gestire Gaza, ma a “sorvegliare le Nazioni Unite per assicurarsi che finalmente funzionino”. Al vertice operativo siede Jared Kushner, incaricato di gestire i miliardi provenienti dai paesi del Golfo. La ricostruzione si profila come la più grande operazione di “capitalismo dei disastri” del secolo: speculare sulle macerie per edificare infrastrutture di controllo e garantire profitti futuri ai soci del Board. Nel disegno del Board, la Striscia di Gaza non è un’entità politica da ricostruire, ma un territorio da “bonificare” militarmente e finanziariamente. La strategia ha abbandonato ogni simulazione di dialogo per l’ultimatum. Per Hamas, asserragliato tra le rovine di un’enclave che ha contribuito a portare al collasso, la via d’uscita è sbarrata, il disarmo è la condizione non negoziabile per sbloccare i 7 miliardi di dollari del fondo di ricostruzione: il Board non tratta con Hamas. In questo braccio di ferro tra l’autorità di Washington e il gruppo armato, la popolazione civile rimane l’unico vero ostaggio, schiacciata tra la violenza del controllo locale e la spietatezza di un Board che usa la fame come leva di pressione. Mentre i vertici si scontrano su clausole e disarmo, le madri di Gaza mendicano pane per figli che masticano bocconi ammuffiti, pedine di uno scacchiere dove l’aiuto umanitario è diventato un’arma da ricatto. Benjamin Netanyahu è stato esplicito: “Hamas sceglierà se disarmarsi pacificamente o con la forza”.

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​Mentre il “Piano in 20 punti” viene presentato ai media, i registri degli appalti esaminati dal Guardian rivelano la vera natura del progetto: una base militare di 350 acri nel sud di Gaza, dotata di 26 torri blindate e bunker sotterranei. Sotto il comando del Generale statunitense Jasper Jeffers, la International Stabilization Force (ISF) , con i suoi 20.000 soldati, inclusi 8.000 indonesiani, si prepara a presidiare quella che, a tutti gli effetti, sarà una prigione a cielo aperto. Per coprire il rumore dei cingolati e dei motori degli F-35, il Board ha messo in campo la più cinica delle distrazioni, ovvero la “diplomazia del pallone”. Con il coinvolgimento della FIFA e la promessa di 75 milioni di dollari per stadi di calcio, si tenta di verniciare di normalità l’orrore. È il paradosso di Washington: offrire un prato sintetico a chi non ha accesso all’acqua potabile. Lo stadio non è un luogo di sport, ma il simbolo di una resa sorvegliata dai droni.

​​In questo teatro dell’assurdo, la posizione dell’Italia come “osservatore”, un ruolo tecnicamente inesistente nello statuto autocratico di Trump, appare come un atto di complicità ambigua. Sedere a quel tavolo, anche solo per guardare, significa dare dignità a un circo autoritario che calpesta l’Articolo 11 della nostra Costituzione. Significa svendere i principi della giustizia internazionale in cambio di un posto in platea al grande banchetto delle macerie.

“La guerra è finita”, ha affermato il presidente americano,”Ora potremmo dover fare un passo ulteriore, o forse no. Forse faremo un accordo. Lo scoprirete nei prossimi dieci giorni. Ma dobbiamo fare un accordo serio, altrimenti succederanno cose molto brutte” con il guanto di sfida rivolto all’Iran. Il Board of Peace non ha fermato la guerra, l’ha semplicemente ribattezzata sotto un nuovo marchio commerciale. Come ha avvertito Marco Rubio: “Il piano B è tornare alla guerra”. Ma la verità è che, sotto i cappellini rossi e le luci della FIFA, la guerra non se n’è mai andata.

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