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Interviste

Musica e diritti, “Le Sirene” porta a Roma la voce delle donne afghane

Martina Attili e Alia Ansari raccontano il brano che dà voce alle donne afghane. Il progetto è stato ospite dei Diversity Media Awards a Roma.

Una cantautrice romana e una cantante afghana, due culture lontane e un messaggio condiviso. È questo “Le Sirene”, intenso progetto musicale e di impegno civile che unisce Martina Attili e Alia Ansari. La canzone nasce per dare voce alla sofferenza dell’esilio, alla nostalgia per la propria terra e, soprattutto, per denunciare la condizione delle donne in Afghanistan: la negazione sistematica dei diritti e della libertà di espressione, fino alla cancellazione della possibilità di studiare, comporre e cantare. Le due artiste hanno portato il brano ai Diversity Media Awards, spesso definiti gli “Oscar dell’inclusione”. L’undicesima edizione, organizzata dalla Fondazione Diversity per premiare i personaggi, i progetti digitali, il cinema, la tv e i media che si sono distinti per una narrazione valorizzante e priva di stereotipi delle tematiche di inclusione e DE&I, si è tenuta per la prima volta a Roma, venerdì 18 settembre 2026, alla Nuvola dell’Eur, con un grande red carpet e la cerimonia di premiazione.

Per Martina Attili, “Le Sirene” è nata dopo la lettura di Mille splendidi soli.

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«Come artista ho voluto dare voce a chi non può usarla», racconta. La canzone, precisa, «è rivolta a tutte le donne, non solo alle afghane, ma voglio supportare le donne afghane e NOVE – Caring Humansche fa moltissimo sul territorio». A ispirare il titolo della canzone è stato un paradosso che l’ha colpita: in Afghanistan la voce femminile è bollata come peccato e tentazione, esattamente come il richiamo delle sirene nel mito. Nel brano la voce della Attili si fa eco di chi rischia di perdere il diritto all’arte, mentre Alia Ansari che canta nella lingua dari, dà voce al dolore e alla ferita profonda della diaspora afghana, alla nostalgia per la terra lasciata, ma anche alla forza, alla speranza e alla resistenza delle donne che, nonostante il silenzio imposto, ci sono ancora. Sul contributo della collega, Attili ha aggiunto: «Alia si è unita all’arrangiamento da Londra, dando sonorità diverse, fraseggio con scale che qui non usiamo, un arricchimento».

Per Alia Ansari, l’incontro con Martina è stato prima di tutto un incontro di intenti. «Veniamo da culture diverse, ma ci siamo ritrovate nello stesso messaggio sulle donne, sulla libertà e sul diritto di avere una voce», ha spiegato. Anche la fusione degli stili è nata da questo rispetto reciproco: «Non abbiamo cercato di rendere uguali le nostre culture: abbiamo mantenuto le nostre differenze e le abbiamo fatte funzionare magnificamente insieme». Il titolo del brano ha per lei un significato preciso. «Per me le sirene sono un richiamo a essere ascoltate, un grido d’aiuto, ma anche un simbolo di forza, speranza e resistenza». Continuare a cantare è la stessa cosa: «Un modo per dire che le donne afghane ci sono ancora, anche quando le loro voci vengono messe a tacere». Ansari non nasconde la sua preoccupazione per l’attenzione internazionale: «Temo che l’Afghanistan stia diventando meno visibile, e la musica può aiutare a ricordare che le donne afghane stanno ancora soffrendo e aspettano ancora di essere ascoltate». Quanto al rapporto tra arte e politica, la sua risposta è sincera: «Non sempre vedo la mia musica come politica, ma quando le donne vengono messe a tacere, usare la mia voce può diventare un atto di resistenza». Per le donne afghane, il sostegno più importante passa da tre parole: «Istruzione, sicurezza e la possibilità per le donne di diventare indipendenti e costruire il proprio futuro sono estremamente importanti». E alle ragazze che oggi vivono in Afghanistan rivolge un messaggio: «Non smettete di sognare: non siete dimenticate, la vostra voce conta e il vostro futuro vi appartiene ancora». Nell’arte vede una forma di resistenza quotidiana. «L’arte mantiene vive la nostra identità, la nostra cultura e la nostra speranza, anche quando cercano di toglierci la libertà». E guardando al futuro, il suo sogno è semplice: «Voglio vedere le ragazze andare a scuola, le donne vivere libere, e la musica e le risate riempire di nuovo le strade dell’Afghanistan». Dall’incontro tra due voci diverse è nato un brano di forte impatto, e un connubio che parla di diritti umani, che unisce culture lontane nel segno della solidarietà, e che ricorda a chi ascolta che le donne afghane ci sono ancora, e aspettano di essere ascoltate.

Il sostegno delle due artiste a Nove Caring Humans è il prolungamento naturale del brano. Se “Le Sirene” racconta una voce femminile guardata come tentazione e colpa, l’ONG italiana, presente in Afghanistan dal 2013, lavora perché quelle voci non vengano zittite. Dai panifici gestiti dalle donne al sostegno all’imprenditoria femminile, il suo impegno trasforma in gesti concreti ciò che la canzone affida alla musica: il diritto di ogni donna di ritrovare uno spazio di esistenza, o di autonomia, il diritto di farsi ascoltare.

 

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