A Roma, lo scorso fine settimana, centinaia di attivisti, giornalisti, artisti e organizzazioni umanitarie, tra cui Amnesty International e il Partito Radicale, si sono riuniti in una manifestazione carica di significato. Le performance di artiste e artisti afghani hanno dato voce al dolore di un popolo prigioniero di un regime oscurantista e alla disperazione di chi vive l’esilio. Le stesse manifestazioni si sono svolte in tutto il mondo, dal Canada alla Svezia, da Parigi a Vienna. Ma mentre il dissenso esplodeva globalmente, a Bruxelles si aprivano le porte ai rappresentanti dell’Emirato. Il 22 e 23 giugno, una delegazione del regime talebano è stata ricevuta per colloqui definiti dalla Commissione Europea come “puramente tecnici”. L’obiettivo dichiarato è la gestione dei rimpatri e la riammissione dei cittadini afghani privi del diritto di residenza nell’UE. Tuttavia, dietro l’etichetta di “pragmatismo operativo”, si nasconde una realtà diversa: l’Europa, paladina dei diritti umani, sta negoziando con i medesimi persecutori da cui migliaia di persone sono fuggite. Non si tratta soltanto di un atto burocratico, ma di una pericolosa normalizzazione dell’estremismo, della misoginia e di un vero e proprio apartheid di genere che sacrifica il presente e il futuro di donne e bambini.
Il cuore del problema risiede in una evidente violazione del diritto internazionale. Il principio di non-refoulement, pietra miliare della Convenzione di Ginevra del 1951 (Art. 33) e pilastro dell’ordinamento europeo, proibisce tassativamente di espellere o respingere persone verso territori in cui la loro vita o la loro libertà sarebbero minacciate. Quando l’UE classifica l’Afghanistan come “Paese sicuro”, ignora deliberatamente l’articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che vieta torture e trattamenti inumani o degradanti. Non è possibile “derogare” a questo principio, nemmeno in situazioni di emergenza o crisi migratoria. Legittimare i rimpatri verso un regime che ha istituzionalizzato la persecuzione scardina completamente l’architettura legale sulla quale l’Europa ha costruito la sua stessa identità democratica. Sostenere che il dialogo con il regime talebano sia dettato dal “pragmatismo operativo” è, inoltre, un errore strategico. Il pragmatismo che mira esclusivamente a “liberarsi” dei migranti oggi rischia di trasformarsi in una minaccia alla stabilità geopolitica di domani. Normalizzare, anche solo tecnicamente, un governo che mantiene legami ambigui con reti estremiste transnazionali non garantisce affatto la sicurezza europea; legittimare chi trasforma le scuole religiose in focolai di radicalizzazione, contribuisce a indebolire la sicurezza interna all’UE. L’UNHCR, Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha espresso con preoccupazione che, nelle attuali condizioni, nessun rimpatrio verso l’Afghanistan può dirsi sicuro o volontario. Eppure, le direttive comunitarie e le decisioni di singoli Stati membri, come la Germania che ha recentemente sospeso i percorsi umanitari, procedono in direzione diametralmente opposta. Ignorare le raccomandazioni degli enti preposti alla protezione dei rifugiati trasforma la gestione dei flussi migratori in burocrazia repressiva.
Ma come può l’Afghanistan essere un “Paese sicuro”? Mentre l’Europa rimpatria, la situazione a Kabul precipita ogni giorno di più. Oltre al ripristino di flagellazioni pubbliche, il regime ha imposto, in questi ultimi giorni, nuove drammatiche restrizioni. Come se l’hijab non fosse abbastanza, si raccomanda ora un abbigliamento obbligatorio “spesso e non profumato” per le donne; inoltre è stato promulgato il divieto di usare gli smartphone negli uffici pubblici e privati, che non è solo una restrizione della libertà, ma una condanna all’isolamento: limitare l’accesso alla tecnologia significa impedire l’accesso all’istruzione, alla sanità e ai servizi essenziali, rallentando ogni forma di crescita sociale.
L’asimmetria tra la retorica dell’Unione Europea in materia di diritti umani e la gestione operativa dei flussi migratori si rivela una pericolosa decisione: legittimare regimi che praticano l’apartheid di genere, negando al contempo protezione alle vittime di tali persecuzioni, svuota di significato la Carta dei diritti fondamentali dell’UE.


