I vertici della Commissione Europea hanno invitato i funzionari del regime talebano a Bruxelles. L’obiettivo dell’incontro, tuttavia, non è discutere dell’oppressione sistematica di donne e ragazze, né tantomeno affrontare la drammatica crisi dei diritti umani che consuma il Paese: il vero, unico punto all’ordine del giorno è la deportazione dei migranti afghani fuori dall’Europa.
Il 12 maggio 2026, la Commissione Europea ha confermato ufficialmente l’invio di un invito formale ai talebani di Kabul per un “incontro a livello tecnico”. Dietro questa formula diplomatica si cela un errore pericoloso: Bruxelles si appresta a normalizzare un regime di terrore in cambio di una cinica “soluzione” a breve termine sul tema migratorio, sacrificando la sicurezza a lungo termine e i propri valori identitari.
Il portavoce della Commissione, Markus Lammert, ha insistito sul fatto che tali colloqui “non implicherebbero il riconoscimento dei talebani da parte dell’UE”. Si tratta di una formula tecnicamente corretta, poiché il riconoscimento è un atto giuridico formale, ma l’effetto concreto dell’azione di Bruxelles è una graduale normalizzazione, un processo che non passa da canali ufficiali, ma si insidia nei dettagli burocratici, un visto dopo l’altro, sostituendo i valori fondanti dell’Unione con la logica del compromesso.
L’eurodeputata dei Verdi, Melissa Camara, ha lanciato un monito durissimo alla Commissione, esortandola a “non oltrepassare questa linea rossa” e affermando che ospitare i funzionari talebani a Bruxelles equiverrebbe ad “abbandonare i valori e i diritti su cui si fonda l’UE”. La convinzione di poter “gestire” o “moderare” i regimi estremisti attraverso il dialogo bilaterale è un’illusione. In realtà, l’approccio concessivo non fa che offrire a questi gruppi maggiore leva politica e legittimità. I talebani non smetteranno di alzare la posta una volta normalizzati: ogni concessione dell’Occidente si trasformerà inevitabilmente in una nuova merce di scambio. Eppure, la storia sembra non insegnare nulla.
Per comprendere l’enormità di questa decisione, è sufficiente guardare ai fatti e alle date recenti, che svelano un’insanabile aporia giuridica. L’8 luglio del 2025 la Corte penale internazionale (CPI) ha emesso mandati di arresto per due leader talebani per il crimine contro l’umanità di persecuzione di genere, riscontrando fondati motivi sulla sistematica privazione dei diritti delle donne all’istruzione, alla libertà di movimento, di espressione e alla vita familiare attraverso oltre 100 decreti liberticidi. Meno di un anno dopo, a maggio 2026, si consuma il cortocircuito e l’Unione Europea decide di concedere visti eccezionali allo stesso governo a cui appartengono gli indagati. Bruxelles si ritrova così nella posizione paradossale di accogliere come legittimi interlocutori tecnici gli esponenti di un regime che la stessa giustizia internazionale ha bollato come criminale.
Come ha denunciato l’eurodeputata tedesca Hannah Neumann, “Ogni ritorno coordinato rafforza il potere dei talebani, contribuendo a normalizzare e legittimare il gruppo sulla scena internazionale”.
Oggi l’Afghanistan sotto il regime talebano rappresenta la perfetta incarnazione della violazione dei diritti femminili, definito senza mezzi termini dalle Nazioni Unite come “la più grave crisi dei diritti delle donne al mondo”. Il modello di governo dei talebani non è una “differenza culturale” o una lettura fondamentalista e strumentale della religione: Richard Bennett, Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Afghanistan, Amnesty International, Human Rights Watch e il Parlamento europeo hanno ufficialmente riconosciuto la situazione come un vero e proprio apartheid di genere, ossia un sistema istituzionalizzato di segregazione mirato a cancellare le donne dalla vita pubblica.
Oltre alla componente femminile, la Corte Penale Internazionale e le principali organizzazioni internazionali hanno documentato che le persone LGBTIQ+, le minoranze etniche e religiose, gli ex funzionari governativi, gli appartenenti alle forze di sicurezza del governo precedente;i giornalisti e gli attivisti continuano a subire detenzioni arbitrarie, torture e violenze. Di conseguenza, non esiste alcuna categoria di rimpatriati “sicuri” nell’Afghanistan odierno.
Anche la comunità dei media ha espresso profonda costernazione per questa spinta diplomatica. Tom Gibson, vice direttore del programma di advocacy per l’UE del Committee to Protect Journalists (CPJ), ha dichiarato:
“È scandaloso che, mentre i talebani attaccano i media, la Commissione Europea estenda loro un invito a Bruxelles. Così facendo, legittima un regime responsabile di gravi repressioni e censure, rafforzando le sue pubbliche relazioni come attore internazionale. La Commissione Europea deve annullare questi piani.”
Di fronte a questa ferma levata di scudi della società civile e degli esperti, la Commissione tenta di derubricare la questione a un dibattito puramente “tecnico” sulla gestione dei flussi, ma non c’è nulla di tecnico nel rimpatriare esseri umani in un paese dove rischiano la vita.
La pericolosità di questo approccio è già tragicamente dimostrata dai fatti. Nell’agosto 2024, un volo charter ha riportato in Afghanistan 28 cittadini afghani, offrendo al regime talebano un’immediata opportunità di propaganda. In totale assenza di un monitoraggio internazionale indipendente, le autorità di Kabul hanno arrestato e interrogato i rimpatriati appena sbarcati sulla pista; secondo fonti locali, almeno uno di loro sarebbe stato successivamente ucciso.
Se l’UE deciderà di procedere sistematicamente con le deportazioni, lo farebbe dunque nella piena consapevolezza che molti dei rimpatriati finiranno direttamente nelle celle di tortura o nelle fosse comuni.
<span;>In base al diritto internazionale, l’UE è strettamente vincolata dal principio di non-respingimento, che vieta di respingere o espellere una persona verso uno Stato in cui vi sia il rischio concreto di persecuzione, tortura o trattamenti disumani. Questo principio trova un solido fondamento nel diritto internazionale ed europeo, essendo tutelato in modo convergente dall’Articolo 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), dall’Articolo 33 della Convenzione delle Nazioni Unite sui rifugiati e dall’Articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Proprio sulla base di queste tutele, in un caso recente, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha bloccato l’espulsione di un cittadino afghano.
Per i rifugiati la cui istruzione, il lavoro e l’impegno pubblico hanno rappresentato una forma di resistenza all’ideologia oscurantista, questa apertura dell’Europa non ha nulla della diplomazia pragmatica; appare piuttosto come un progressivo cedimento sui principi di protezione, dignità e libertà che costituiscono il pilastro del sistema d’asilo europeo.
Oltre all’incompatibilità etica e legale, questa operazione comporta rischi geopolitici immensi, soprattutto se si considerano i legami indissolubili dei Talebani con le reti jihadiste globali. Già nel 2023, l’Istituto dell’Unione europea per gli studi sulla sicurezza (EUISS) aveva avvertito che i talebani agiscono essenzialmente come protettori del terrorismo, evidenziando una spaventosa porosità del regime, dalle complicità strutturali con la rete Haqqani fino al rilascio di passaporti ufficiali che, a causa di corruzione e infiltrazioni, finiscono persino in mano a esponenti dell’ISIS. Incontrare gli emissari di Kabul mina direttamente gli sforzi antiterrorismo dell’UE e dell’intera comunità internazionale.
Molti analisti osservano che Kabul vede in questi colloqui sulla migrazione una corsia preferenziale per ottenere legittimazione globale, non una piattaforma di reale cooperazione. La Commissione potrebbe anche ottenere qualche espulsione in più nel breve termine, ma lo farà distruggendo la reputazione dell’Europa come paladina di un ordine internazionale basato sulle regole. Come i rappresentanti delle Nazioni Unite hanno ricordato all’Europa, “Gli Stati dovrebbero stare dalla parte giusta della storia”, e la diplomazia con i talebani è un passo accelerato nella direzione opposta.
La Carta dei diritti fondamentali dell’UE impone limiti invalicabili, dunque facilitare i rimpatri collaborando con forze estremiste viola questi obblighi formali. L’Afghanistan rimane un Paese intrinsecamente insicuro, a prescindere dai maldestri tentativi politici di presentarlo come “generalmente sicuro”, declassare i diritti umani a strumenti di negoziato politico significa svuotare di significato l’idea stessa di Europa. Per chi è fuggito da persecuzioni e violenze, assistere al dialogo formalizzato di Bruxelles con i propri oppositori è la dolorosa conferma che i principi comunitari si fermino davanti alla convenienza politica, una ferita alla credibilità dell’Unione che nessuna retorica istituzionale potrà mai sanare.
NEWS e ANAlisi dalle Afriche domenica 07 Giugno 2026


