In una parte dell’Africa occidentale si sta consumando una nuova stagione di restrizioni nei confronti delle persone LGBTQIA+. Niger, Mali, Burkina Faso, Senegal e Ghana, pur con situazioni politiche e istituzionali molto diverse tra loro, sono accomunati da un progressivo irrigidimento delle norme e del discorso pubblico sull’omosessualità.
È un fenomeno che merita attenzione non soltanto per la gravità delle singole leggi, ma perché racconta qualcosa di più ampio: il modo in cui, in alcuni Paesi, la difesa della tradizione, della famiglia e dell’identità nazionale viene utilizzata per limitare libertà individuali e diritti fondamentali.
Il caso del Niger è particolarmente significativo. Il Paese, che per lungo tempo non aveva previsto una specifica criminalizzazione dei rapporti consensuali tra persone dello stesso sesso, nel 2026 ha introdotto nuove disposizioni penali che prevedono il carcere per i rapporti omosessuali e pene ancora più severe per i matrimoni tra persone dello stesso sesso e per chi sostiene o organizza associazioni LGBTQIA+.
La svolta è avvenuta sotto il regime militare instauratosi dopo il colpo di Stato del 2023. Il nuovo corso politico ha fatto della sovranità nazionale e della contrapposizione alle influenze occidentali alcuni dei propri principali elementi identitari. La repressione delle persone LGBTQIA+ finisce così per inserirsi in una narrazione politica più vasta, nella quale ciò che viene percepito come occidentale viene respinto in nome di una presunta autenticità nazionale.
Ma la difesa della sovranità di un Paese non dovrebbe mai significare la rinuncia ai diritti fondamentali delle persone.
La stessa dinamica è visibile negli altri Paesi del Sahel governati da giunte militari. Mali e Burkina Faso hanno introdotto negli ultimi anni norme più severe contro le relazioni omosessuali. Il fenomeno non riguarda quindi soltanto una singola esperienza nazionale, ma sembra accompagnare una trasformazione politica più generale dell’area.
Ancora più interessante è il fatto che la stretta non rimanga confinata ai regimi militari.
In Senegal, Paese che per lungo tempo è stato considerato uno degli esempi più solidi di tradizione democratica dell’Africa occidentale, nel marzo 2026 il Parlamento ha approvato un inasprimento delle pene per i rapporti tra persone dello stesso sesso e nuove restrizioni alla cosiddetta promozione dell’omosessualità. La misura ha suscitato forti preoccupazioni anche sul piano della salute pubblica e della tutela dei diritti.
Anche il Ghana si trova dentro questa nuova fase. A maggio 2026 il Parlamento ha approvato una legge che introduce ulteriori sanzioni contro la cosiddetta promozione delle attività LGBTQIA+. Il provvedimento, al momento delle ultime notizie disponibili, doveva ancora essere promulgato dal presidente.
Di fronte a questo scenario, è importante evitare una lettura semplicistica secondo cui l’omofobia sarebbe un elemento esclusivamente africano o esclusivamente religioso. La realtà è molto più complessa. Molte delle norme che ancora oggi criminalizzano i rapporti omosessuali hanno origini coloniali, mentre nell’Africa contemporanea il tema è diventato anche terreno di scontro politico, culturale e identitario.
Questo rende ancora più paradossale l’utilizzo del tema come simbolo della lotta contro l’Occidente: alcune delle legislazioni originarie dalle quali derivano le attuali proibizioni furono infatti introdotte proprio durante il dominio coloniale europeo.
Non si tratta, naturalmente, di negare le tradizioni culturali africane. Al contrario: significa riconoscere che nessuna cultura è immobile e che le società africane, come tutte le società umane, hanno conosciuto nel corso della loro storia differenti forme di relazione, affettività e identità.
Il problema nasce quando una determinata idea di famiglia viene trasformata in uno strumento dello Stato per stabilire quali cittadini meritino piena dignità e quali debbano essere esclusi.
Da una prospettiva socialista, il principio dovrebbe essere semplice: lo Stato deve garantire uguale dignità e uguali diritti a ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale. La libertà personale non può essere concessa soltanto a chi rientra nei modelli socialmente maggioritari.
E soprattutto, nessuna persona dovrebbe diventare il bersaglio di una battaglia politica.
Quando un governo attraversa una fase di forte trasformazione e cerca nuovi elementi attraverso cui costruire consenso, le minoranze possono diventare facilmente dei capri espiatori. La promessa di difendere la società, la famiglia o i valori tradizionali può trasformarsi così nella giustificazione di nuove forme di controllo e repressione.
La questione LGBTQIA+ diventa allora parte di una discussione molto più grande: quale società vogliamo costruire? Una società nella quale lo Stato protegge le libertà individuali oppure una società nella quale la maggioranza decide quali comportamenti siano accettabili e quali debbano essere puniti?
La storia dei movimenti socialisti e progressisti insegna che i diritti civili e sociali non sono mai acquisiti una volta per tutte. Sono il risultato di lotte, mobilitazioni e cambiamenti culturali che possono richiedere generazioni.
Anche in Africa esistono giovani, associazioni, attivisti e cittadini che contestano questa deriva e chiedono maggiore libertà. La loro voce merita di essere ascoltata, così come merita attenzione la situazione di chi è costretto a vivere nascosto, a rinunciare alla propria vita affettiva o, in alcuni casi, ad abbandonare il proprio Paese per mettersi al sicuro.
Difendere i diritti delle persone LGBTQIA+ non significa imporre un modello culturale dall’esterno. Significa affermare un principio universale: nessuno dovrebbe essere incarcerato, perseguitato o discriminato semplicemente per essere ciò che è o per amare una persona dello stesso sesso.
La lotta contro l’autoritarismo passa anche da qui. Perché una società realmente libera non è quella nella quale tutti sono obbligati a essere uguali, ma quella nella quale persone diverse possono vivere con la stessa dignità, gli stessi diritti e la stessa libertà”.


