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Focus internazionale

Libano, il sacrificio di Padre Pierre e il trauma dei piccoli sopravvissuti all’orrore

"Mentre Hollywood celebra il ricordo della piccola Hind, la storia si ripete tra i posti di blocco della Cisgiordania: il martirio di Padre Pierre e l'orrore dei nuovi orfani di Tammun denunciano un futuro che non impara dal proprio dolore."

BEIRUT- Di fronte all’escalation di violenza che sta scuotendo il Medio Oriente, i numeri faticano a descrivere l’orrore. Una scia di sangue attraversa il Libano lasciando dietro di sé oltre 850 vittime, dall’inizio dell’ultima ondata di scontri il 2 marzo.

La comunità cristiana piange padre Pierre El Raii, il cui cognome significa, quasi come un presagio, “il pastore” . Il parroco maronita di Qlayaa è stato ucciso mentre soccorreva i suoi fedeli ed era una figura di riferimento per la comunità, che spiccava per il suo valore simbolico e umano.  Padre Pierre non era solo una guida spirituale, era il volto della resilienza per i cristiani del Sud. Il 9 marzo, durante un attacco israeliano, il sacerdote è accorso verso una casa colpita da un colpo di tank per prestare soccorso a un parrocchiano ferito. È stato allora che un secondo colpo lo ha centrato in pieno, uccidendo l’uomo che per anni era stato il pilastro della Caritas locale.

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«Era veramente il sostegno dei cristiani in quest’area», ha commentato con commozione padre Toufic Bou Merhi, francescano della Custodia di Terra Santa. «Finora la gente non aveva voluto lasciare i villaggi, ma ora tutto si è capovolto. Lasciare casa oggi significa finire in strada, perché la crisi economica impedisce a chiunque di pagare un affitto». La svalutazione della lira libanese oltre il 98% rende impossibile per gli sfollati persino acquistare beni di prima necessità, figuriamoci perdere una casa. “Restiamo qui perché queste pietre hanno bisogno del nostro respiro”, ripeteva padre Pierre quando esortava i suoi concittadini a non abbandonare la propria terra. Il sacrificio di padre Pierre è arrivato fino in Vaticano, dove Papa Leone XIV lo ha ricordato come un seme di pace per il “suo” amato Libano.

Mentre i riflettori di Hollywood si accendono per ricordare il sacrificio della piccola Hind Rajab, trasformandola in un’icona globale del dolore, in Cisgiordania la realtà scavalca il ricordo: nei pressi di Nablus, una serata di festa si è trasformata in un eccidio e si è ripetuto l’incubo, bambini soli e disperati tra i cadaveri dei genitori.

Una famiglia palestinese, che aveva appena terminato la cena dell’Iftar a Tammun, nel Governatorato di Tubas, è stata investita dal fuoco dell’esercito israeliano mentre rientrava in auto: entrambi i genitori e due dei quattro figli sono morti. A sopravvivere, feriti dalle schegge, sono stati il piccolo Mustafa di 8 anni e il fratello maggiore Khaled. In quegli istanti di puro terrore, i bambini hanno fatto l’unica cosa possibile: hanno chiamato i soccorsi, urlando nel ricevitore proprio come fece la piccola Hind Rajab tra le lamiere a Gaza.

Il racconto di Khaled è agghiacciante: «Un soldato mi ha tirato fuori dall’auto e mi ha detto “abbiamo ucciso dei cani”, e poi mi ha picchiato. Quando ho urlato che in auto c’erano mio padre e mia madre, mi ha dato del bugiardo». L’esercito ha giustificato l’apertura del fuoco parlando di un’auto che accelerava verso i militari.

Quando un bambino come Khaled assiste all’esecuzione dei propri genitori e, nel momento della massima vulnerabilità, riceve insulti anziché pietà, ciò che si rompe non è solo la sua infanzia, ma l’idea stessa di umanità dell’altro. Questi bambini non ereditano solo terre contese o case distrutte, ma un sedimento di umiliazione e disperazione si posa in loro, che rischia di diventare l’unico linguaggio conosciuto. Sentirsi chiamare “cani” mentre si veglia il corpo del proprio padre crea una ferita identitaria profonda, se il “nemico” nega la tua dignità nel momento del lutto, il dialogo futuro diventa un’ipotesi vana.

Questa è la vera vittoria della guerra sulla pace: la capacità di avvelenare i pozzi del domani. Ogni bambino lasciato solo tra i cadaveri è una potenziale recluta del risentimento o, nel migliore dei casi, un adulto spezzato che faticherà a credere nella convivenza.

E ancora una volta il diritto internazionale umanitario sembra vacillare anche sul fronte dei soccorsi. Le Convenzioni di Ginevra, che dovrebbero proteggere chi salva vite, sembrano carta straccia a Burj Qalaouiyah, nel sud del Libano, non lontano da Qlayaa, terra di Padre Pierre, dove un raid aereo israeliano ha centrato un centro sanitario in piena attività. Il bilancio è atroce, almeno 18 operatori uccisi, tra cui medici, infermieri e paramedici, che fanno arrivare la tragica conta dei sanitari morti nelle ultime due settimane a 31.

Colpire chi cura significa togliere l’ultima speranza di sopravvivenza a una popolazione già stremata. Colpire un “pastore” come Padre Pierre o distruggere una famiglia a un posto di blocco non significa solo eliminare dei bersagli, ma smantellare l’architettura sociale e psicologica necessaria per ricostruire. Dalle montagne del Libano alle strade della Cisgiordania, il grido è lo stesso. La comunità cristiana e quella musulmana, in lotta per restare nelle proprie terre ancestrali, e le famiglie palestinesi distrutte nel silenzio della notte, sono le facce di una tragedia che va oltre il sangue di Qlayaa o di Tammun. Con l’intensificarsi dei raid, l’aggravarsi della crisi economica e il silenzio della diplomazia, il tessuto sociale della Terrasanta si lacera in modo forse irreparabile: la morte di un medico o di un parroco come Padre Pierre non è solo un lutto privato, ma lo spegnimento di una luce che impediva a intere comunità di scivolare nel buio profondo della disperazione.

Se la comunità internazionale continua a guardare solo ai confini geografici, ignorerà il fatto che i confini più difficili da abbattere saranno quelli tracciati oggi nel cuore di Mustafa, Khaled e di migliaia di altri piccoli testimoni dell’abisso.

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