Il Levante soffre, piange, viene martoriato ogni giorno. Dalle macerie di Gaza all’assedio dei coloni in Cisgiordania, la violenza sta devastando i luoghi simbolo della storia antica e religiosa. È un lutto che sa di condanna quello proclamato da Nawaf Salam, Presidente della Corte Internazionale di Giustizia. Giovedì il Paese si fermerà, istituzioni chiuse e bandiere a mezz’asta per onorare le vittime di una pioggia di fuoco che non ha risparmiato nessuno. Il Libano, nel pieno di una difficile fase di ricostruzione politica dopo anni di regime, è stato bersaglio di un’offensiva aerea senza precedenti, ma davanti alla distruzione di territori che hanno segnato la nascita della civiltà occidentale, la comunità internazionale continua a mantenere una posizione di sostanziale passività. Beirut si era svegliata mercoledì sotto un’illusoria normalità, la speranza di una tregua imminente aveva spinto famiglie e studenti a riprendersi un briciolo di quotidiana libertà, affollando di nuovo i marciapiedi di Beirut. Un’illusione durata poco: alle 14:00, proprio mentre la città organizzava il ritorno alla quotidianità, il miraggio di pace è svanito nel peggiore dei modi. Nel mezzo del traffico di metà giornata, l’inizio dei bombardamenti non preannunciati ha colpito una città impreparata, trasformando i quartieri civili in un teatro di devastazione. Con una scelta terminologica di macabra fantasia, Israele ha denominato il raid “Oscurità Eterna”. L’obiettivo politico appare chiaro, ovvero sabotare il fragilissimo accordo raggiunto a Islamabad. In soli 10 minuti, 50 caccia israeliani hanno sganciato 160 bombe su tutto il Paese. Le aree colpite non sono i soliti obiettivi militari, ma zone civili densamente popolate: Corniche Al-Mazraa, una delle arterie stradali più importanti di Beirut, Ain El-Mreisseh, uno dei quartieri storici della città, i sobborghi meridionali di Beirut, Tiro, e decine di villaggi come Sarafand, Houmine El-Tahta e Souk El-Gharb. L’intero villaggio di Naqoura è stato fatto saltare in aria, una cittadina antica, con una storia che risale al 3000 a.C. Gli attacchi sono avvenuti senza alcun preavviso, una firma deliberata per massimizzare il caos e rompere ogni trattativa. “Ho preso mio nipote e sono corso in strada. Era apocalittico. Corpi a terra. Sangue ovunque, adulti e bambini feriti. Camminavamo senza meta, cercando solo di metterci in salvo”. Quella di Ashraf è solo una delle tante testimonianze dell’orrore. La Protezione Civile libanese ha confermato un bilancio di sangue pesantissimo: 254 morti in un breve lasso di tempo. Il numero dei feriti è salito a circa 1.165, con gli ospedali di Beirut e Tiro in stato di massima emergenza e le banche del sangue che lanciano appelli disperati alla popolazione. Anche un convoglio logistico del contingente italiano dell’UNIFIL che viaggiava da Shama verso Beirut, è stata coinvolto negli attacchi delle forze israeliane (IDF), e alcuni colpi di avvertimento hanno centrato un veicolo blindato Lince. Fortunatamente, non si registrano feriti tra i militari italiani, che sono rientrati immediatamente alla base. Il Ministro degli Esteri Antonio Tajani ha definito l’episodio “intollerabile” e ha convocato l’ambasciatore d’Israele per chiarimenti urgenti. Anche il Ministro della Difesa Crosetto ha condannato l’atto come “inaccettabile”, sottolineando anche che la tutela dei peacekeeper deve essere una priorità assoluta.
Mentre il premier pakistano Shehbaz Sharif invita alla diplomazia, il governo di Tel Aviv ha dichiarato che la pausa di due settimane concordata con l’Iran “non include il Libano”, e il conflitto è definito una “scaramuccia separata”. La risposta dei vicini non si è fatta attendere, l’Iran ha annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz fino a nuovo avviso, anzi il Consiglio di Sicurezza Nazionale iraniano ha avvertito che, se il fuoco non cesserà, Tel Aviv sarà bombardata entro poche ore. Anche Hezbollah ha dichiarato che rispetterà la tregua solo se Israele interromperà i raid, minacciando ritorsioni immediate insieme all’Iran. Il rischio reale è che l'”Oscurità Eterna” sul Libano finisca per inghiottire anche la fragile luce diplomatica accesa in Pakistan.
In sole cinque settimane, il Libano è stato ridotto allo stremo, oltre ogni capacità di resistenza. Con più di 1,1 milioni di persone in fuga, il Libano è diventato un immenso dormitorio a cielo aperto, intere famiglie accampate sui marciapiedi, private di tutto, in una realtà che non è più solo emergenza, ma un insulto alla dignità umana. Lasciare che il Libano, terra di storia e cultura, si trasformi nel ‘giardino macabro’ del Medio Oriente non è solo una tragedia umanitaria: significa rinunciare, pezzo dopo pezzo, alle radici stesse della nostra civiltà.
Mentre il fumo dei raid oscura la Corniche e i quartieri storici di Beirut, svanisce l’illusione che la storia possa proteggerci dalla barbarie. Se oggi non si fermano i caccia, non sarà solo il Libano a restare nell’oscurità, ma la coscienza di un’intera comunità internazionale che ha preferito il silenzio al coraggio.


