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Migrazioni

Liberia, accordo per accogliere fino a 1.200 persone espulse dagli Stati Uniti

In Liberia arriveranno entro un anno fino a 1.200 cittadini stranieri espulsi dagli Stati Uniti: i primi 20 sono arrivati il 20 agosto, nell’ambito della strategia dell’amministrazione Trump di trasferire persone irregolari verso paesi terzi.

La Liberia ha annunciato che accoglierà fino a 1.200 cittadini stranieri espulsi dagli Stati Uniti nel corso dei prossimi dodici mesi. La decisione si inserisce nella politica dell’amministrazione del presidente Donald Trump volta a trasferire in paesi terzi persone che Washington intende espellere ma che, per ragioni giuridiche o di sicurezza, non possono essere rimpatriate nei loro paesi di origine.

Secondo un comunicato del governo liberiano, un primo gruppo di 20 persone sono arrivate giovedì 20 agosto. Una volta nel paese, gli espulsi saranno liberi di lasciare la Liberia qualora ne abbiano la possibilità oppure potranno presentare domanda di asilo.

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L’accordo rappresenta un nuovo sviluppo della strategia migratoria avviata dagli Stati Uniti dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca. L’amministrazione americana ha infatti ampliato le categorie di stranieri soggetti a espulsione, comprendendo anche persone che in precedenza beneficiavano di forme di protezione che consentivano loro di vivere e lavorare negli Stati Uniti a causa dei rischi connessi a un eventuale ritorno nei paesi d’origine.

La posizione di Washington è che l’impossibilità di rimpatriare una persona nel proprio Stato di provenienza non impedisca il suo trasferimento in un paese terzo disposto ad accoglierla. Una pratica che sta progressivamente coinvolgendo diversi Stati africani. Ghana e Guinea Equatoriale, tra gli altri, sono già stati utilizzati come destinazioni o punti di transito per persone espulse dagli Stati Uniti, anche quando queste non sono loro cittadine.

Il ricorso ai paesi terzi sta assumendo così una dimensione significativa nella politica migratoria americana. Secondo un’inchiesta dell’AFP, Washington avrebbe cercato di ottenere la collaborazione di diversi governi attraverso offerte di accordi economici da milioni di dollari e, in alcuni casi, facendo leva sulla possibilità di introdurre restrizioni sui visti.

Monrovia ha tuttavia precisato di non avere chiesto né ricevuto compensazioni o promesse di ricompense in cambio dell’accoglienza delle persone espulse. Il governo liberiano sostiene che il paese riceverà invece assistenza per la gestione del programma e per il rafforzamento più generale del proprio sistema migratorio, presentando l’intesa come una partnership di carattere «interamente umanitario».

La distinzione non elimina gli interrogativi politici sollevati dal meccanismo. L’invio di cittadini stranieri verso Stati con i quali non hanno necessariamente legami di nazionalità o di residenza trasferisce infatti una parte della gestione delle espulsioni americane al di fuori del territorio statunitense e attribuisce ai paesi di destinazione nuove responsabilità in materia di accoglienza, asilo e protezione.

Il caso liberiano potrebbe inoltre assumere particolare rilevanza per Kilmar Abrego Garcia, cittadino salvadoregno divenuto uno dei casi simbolo della politica migratoria dell’amministrazione Trump dopo essere stato espulso erroneamente verso El Salvador e successivamente riportato negli Stati Uniti. Secondo il New York Times, l’amministrazione starebbe valutando proprio la Liberia come possibile destinazione per un suo nuovo trasferimento.

Con la disponibilità ad accogliere fino a 1.200 persone in un solo anno, la Liberia diventa dunque uno dei casi più rilevanti della nuova geografia delle espulsioni statunitensi. Una geografia nella quale la frontiera non coincide più necessariamente con il luogo dal quale una persona viene allontanata o con quello verso cui dovrebbe essere rimpatriata, ma può estendersi a paesi terzi disposti ad assumere un ruolo nella gestione delle politiche migratorie di Washington.

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