MONROVUA – Il sole che filtra timidamente tra le nuvole, il vento che porta il profumo salino e selvaggio dalla costa dell’Atlantico. Appena si arriva in Liberia, un paese che soltanto pochi anni fa era sprofondato nel dramma dell’epidemia di Ebola, uno dei momenti più bui della storia recente africana, l’aria pulita e la luminosità del cielo sorprendono come una ninfea che sboccia in una palude angusta.
Quel virus insidioso e letale che aveva decimato comunità, spezzato famiglie e lasciato un’impronta indelebile nelle anime di chi, sul campo, aveva combattuto la battaglia più dura della propria vita, sembrava un ricordo lontano. Fino alla scorsa estate, quando un nuovo focolaio ha allungato le sue spire sulla popolazione più debole.
Non accadeva dal giugno del 2016, quando l’Organizzazione mondiale della sanità, a due anni dal’inizio dell’epidemia e alla quarta volta in cui si accertava l’assenza di nuovi contagi per quarantadue giorni di fila, pari a due cicli di incubazione del virus.
Il nostro viaggio nel cuore di un paese ferito ma resiliente, che vuole essere una testimonianza, un resoconto di resistenza e di speranza, parte proprio da quest’ultima battaglia vinta grazie soprattutto alle vaccinazioni.
Uno studio osservazionale condotto da Epicentre, il centro di ricerca medica ed epidemiologica di Medici Senza Frontiere ha dimostrato che la vaccinazione contro Ebola ha dimezzato il tasso di mortalità. I risultati dello studio pubblicati su The Lancet evidenziano che la mortalità tra i pazienti non vaccinati è stata del 56% contro il 25% di coloro che avevano ricevuto ancora la prima dose.
Attraversando Monrovia, la capitale immersa nella sua incessante agitazione, è inevitabile ritrovarsi a riflettere sulle cicatrici che questa crisi ha lasciato sulla pelle della sua gente ma anche la speranza che è andata oltre le macerie di case e famiglie distrutte dalla pandemia, i cumuli di materiale di plastica “usa e getta” e i sogni segretamente ancora da ricostruire. Essere qui permette di ascoltare le storie di chi ha avuto il coraggio di affrontare Ebola con scienza, solidarietà e un immenso desiderio di ricominciare. Esperienze di eroismo silenzioso, di dolore e di rinascita, di quella forza umana che si manifesta quando tutto sembra perduto. Le prime tappe mi hanno portata a Bromley, uno dei tanti villaggi nascosti tra le foreste di Monrovia, e alla clinica gestita dagli operatori di Medici Senza Frontiere. «Durante l’epidemia, le strutture sanitarie erano un campo di guerra. Mi ricordo le facce di quei malati, i genitori che si nascondevano con i figli infetti, le veglie funebri che duravano giorni, il dolore silenzioso di chi aveva trovato il corpo di un proprio caro e non poteva nemmeno piangerlo liberamente» il racconto di Justine Hallard, una donna forte e determinata, che per anni ha coordinato il progetto di supporto psicologico ai sopravvissuti. La sua voce calma, le sue parole e il suo sguardo, esprimono la profondità di chi ha visto troppo e nonostante tutto crede ancora nella possibilità di guarire anche dalle malattie più ostiche e mortali. Una testimonianza che è un pugno allo stomaco, ma anche un gesto di speranza: «Abbiamo creato le Survivor Clinics, strutture pensate per curare non solo il corpo, ma anche la mente devastata da questa terribile prova» la rivendicazione orgogliosa di una persona che ha speso la vita per gli altri. Andando avanti tra le strade polverose di West Point, la grande baraccopoli che si staglia come un’ombra nera sulla città, si incontrano tanti giovani che portano sul viso i segni di quella lotta. «Ho perso mia madre e una sorella» dice Rosaline, 25 anni, sarta, che racconta il dramma di chi ha perso la vita nel tentativi di forzare i blocchi della quarantena. Negli anni ha visto morire suo padre, indebolito dalla malattia, e tanti suoi parenti. Lei l’unica sopravvissuto della sua famiglia. La voce le trema, ma l’orgoglio di essere viva, di avercela fatta, è più forte di tutto. «I miei cari sono morti di Ebola, ma io ora voglio raccontare a tutti che quella malattia si può vincere. La paura ci ha diviso, ma la conoscenza può farci riunire» la sua convinzione. Tuttavia, la testimonianza di Rosaline ha rischiato di essere soffocata dal peso dello stigma. Un’ombra che è gravata a lungo sulle esistenze di chi ha avuto la sventura di superare Ebola: il timore di essere ostacolati, di essere emarginati, di essere considerati contaminati in eterno.
Le comunità, ancora scosse dal trauma, hanno affidato per anni alle megafonate ufficiali le raccomandazioni e i divieti, che hanno lasciato inalterate le insicurezze e i pregiudizi radicati nel profondo delle culture locali. In questo contesto, le équipe di MSF hanno avviato programmi di supporto psicosociale e campagne di sensibilizzazione.
La clinica di Bromley, una piccola struttura immersa nella vegetazione, è diventata un punto di riferimento per tutta la popolazione della zona. Qui, tra le pareti dipinte di azzurro e le tende di tessuto colorato, hanno operato a lungo persone come Theresa Traub, psicologa di grande empatia, che ha compreso bene quanto fosse importante far sentire alle persone che «il pericolo se n’era andato» e che era possibile ricostruire rapporti di fiducia e di calore umano. «Il nostro primo gesto, nei contatti con i pazienti, è stringere loro la mano, abbracciarli se possibile. Il contatto fisico è fondamentale per ristabilire la fiducia, per dimostrare che il virus ormai non controlla più i nostri corpi e le nostre relazioni» spiega, descrivendo l’approccio pratico al post pandemia, Gesti semplici, ma potenti, un atto di resistenza contro lo stigma e il confine invisibile che Ebola aveva tracciato tra i sopravvissuti e le comunità di appartenenza. Ma non basta parlare di guarigione solo attraverso le medicine. Il lavoro di MSF si è basato anche sulla rieducazione delle comunità, la promozione di norme igieniche elementari, la riappropriazione dei rituali funebri in modo sicuro — per esempio, cambiando le modalità di sepoltura — e il superamento della “no-touch policy” imposta durante l’epidemia.
Questi aspetti erano cruciali per ripristinare la vita sociale e superare le paure ancestrali che ancora aleggiavano.
Tra le storie più toccanti, quella di Blamama Roberts, una donna segnata dal dolore e dal lutto. Prima di Ebola, aveva vissuto con una famiglia numerosa nella periferia di Monrovia. Dopo aver perso quasi tutti i figli e il marito, è rimata sola con tre bambini, tra i quali Prince, adolescente che frequentava la scuola e che accennava ancora timidi sorrisi.
«Durante l’epidemia abbiamo tutti avuto paura, anche noi ci siamo ammalati – racconta – Mi hanno portata in clinica, mi hanno curata, e ho capito che la malattia può essere sconfitto. La comunità ha cominciato a guardarmi con occhi diversi, anche se lo stigma non scompare subito».
La sua storia, come quella di tanti altri sopravvissuti al virus, evoca il lento ma possibile processo di riconciliazione sociale. Ma il trauma psicologico più profondo si è insinuato nei ricordi , tra le ombre di una guerra civile ancora viva nelle mente e nel cuore di molti.
James T. Bonah, un uomo di 53 anni, che continua a mostrarsi convinto del valore del “ricordo” sottolinea che «Tre anni di Ebola sono stati più duri della guerra civile, perché non si vedeva chi era malato e chi no. Ebola ti prende i sogni, ti porta via tutto, anche le persone che ami».
Tuttavia, la presenza di organizzazioni come Msf rappresentava un’ancora di speranza rassicurante e forte. Parlavano, ascoltavano, offrivano una mano e soprattutto un’umanità capace di scacciare le paure e il silenzio.
Non si poteva dimenticare che, nel cuore di questa crisi, i corpi dei morti avevano un potere tremendo. I rituali funebri, le veglie, i lavaggi delle salme: tutte occasioni di contagio che avevano moltiplicato i casi e alimentato il senso di panico. La paura di toccare era radicata nel profondo, così come il concetto di contaminazione che rendeva ogni sepoltura un atto di fiducia nella scienza e nel protocollo sanitario, più che un rito religioso o culturale tradizionale.
Poi, in questa terra martoriata, la luce si è fatta strada grazie alla resistenza di chi, tra missioni, volontari e operatori sanitari, ha deciso di lottare per la vita. La creazione di centri di salute mentale, il sostegno ai familiari, le campagne di educazione preventiva erano piccoli fari all’orizzonte di un paese che, pur tra mille difficoltà, si rimboccava le maniche.
Il ricordo di questo viaggio, che più di ogni altro ho voluto portare con me, è stato un gesto di speranza: la posa della “prima pietra” dei nuovi centri di assistenza a West Point, chiamati “Star of the Sea”, simbolo di una rinascita che scaturisce dal dolore e che, passo dopo passo, si tende verso la luce. Le facce di bambini e adulti tornati a sorridere, a frequentare le scuole e a ricostruire rapporti falsamente infranti, sono l’immagine più potente di questo lungo cammino. Anche in un contesto di estremo disagio e di esplicita lotta contro lo stigma, l’umanità ha dimostrato di poter rinascere, di poter ricostruire i legami spezzati dalla paura.
Questo viaggio in Liberia, due anni dopo Ebola, mi ha insegnato che il vero coraggio non era solo nella lotta contro il virus, ma soprattutto nella capacità di ascoltare, comprendere e tendere una mano anche quando tutto sembrava perduto.
Perché la memoria è fondamentale: ricordarsi di chi è morto, ma anche di chi, con fatica e speranza, ha scelto di vivere e di ricominciare.


