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Libia, accordo tra Est e Ovest sotto l’egida dell’ONU per riaprire la strada alle elezioni

In Libia rappresentanti dell’Est e dell’Ovest hanno firmato a Tripoli, sotto l’egida dell’ONU, un accordo che punta a superare lo stallo politico e a portare il Paese alle elezioni nazionali entro ventiquattro mesi.

A Tripoli, rappresentanti delle principali istituzioni e forze politiche della Libia orientale e occidentale hanno firmato domenica 30 agosto un nuovo accordo volto a superare lo stallo politico e a creare le condizioni per lo svolgimento di elezioni nazionali. L’intesa, raggiunta sotto l’egida delle Nazioni Unite, prova a riaprire un percorso istituzionale in un Paese che, a quindici anni dalla caduta di Muammar Gheddafi, continua a essere attraversato da una profonda frammentazione politica e territoriale.

Il documento è il risultato di diversi mesi di negoziati, condotti anche attraverso incontri a Roma e Tunisi, tra rappresentanti delle istituzioni e delle forze politiche rivali. L’obiettivo indicato è arrivare alle elezioni entro un periodo non superiore a ventiquattro mesi, ma il percorso resta subordinato a una condizione decisiva: l’unificazione delle strutture di governo che continuano a contendersi la legittimità e il controllo del Paese.

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La Libia rimane infatti divisa tra differenti centri di potere. A Tripoli opera il governo riconosciuto internazionalmente, mentre nell’Est si è consolidato negli anni un sistema politico e militare concorrente. A questa frattura si sovrappongono interessi locali, milizie, reti economiche e l’influenza di diversi attori internazionali, rendendo particolarmente complesso qualsiasi tentativo di costruire istituzioni nazionali condivise.

Il nuovo accordo cerca soprattutto di evitare che si ripeta quanto accaduto nei precedenti tentativi di organizzare elezioni. Nel 2021 il voto previsto per dicembre fu rinviato dopo mesi di controversie sulle regole elettorali, sulle candidature e sulle competenze delle istituzioni. Anche iniziative precedenti, compreso il tentativo diplomatico promosso dalla Francia nel 2018, non erano riuscite a tradurre gli accordi politici in un processo elettorale effettivo.

Uno dei nodi principali continua a riguardare il ruolo delle due assemblee che dominano il quadro istituzionale: la Camera dei rappresentanti, insediata nell’Est, e l’Alto Consiglio di Stato di Tripoli. Negli anni, il confronto tra questi organismi ha contribuito a rallentare o bloccare la definizione delle regole necessarie per arrivare alle urne.

Proprio per ridurre la possibilità di un nuovo stallo, le Nazioni Unite avrebbero previsto un meccanismo ulteriore: qualora le istituzioni libiche ostacolassero l’attuazione dell’intesa, quanto concordato potrebbe essere portato davanti al Consiglio di sicurezza dell’ONU con l’obiettivo di rafforzarne il peso politico e internazionale.

È questo uno degli elementi più significativi dell’accordo. Il problema libico, infatti, non consiste soltanto nello stabilire una data per le elezioni, ma nel costruire un quadro istituzionale sufficientemente condiviso perché il voto possa effettivamente svolgersi e, soprattutto, perché il suo risultato venga riconosciuto dalle parti.

Sul dossier si muove anche la diplomazia statunitense, ulteriore segnale dell’attenzione internazionale verso un Paese strategico tanto per gli equilibri del Mediterraneo quanto per le risorse energetiche e per le dinamiche migratorie regionali.

L’intesa firmata a Tripoli rimane dunque un passaggio preliminare, più che la soluzione della lunga crisi libica. La prospettiva di elezioni entro due anni offre un nuovo orizzonte politico, ma la questione fondamentale resta quella che ha accompagnato tutti i tentativi precedenti: trasformare un compromesso negoziato tra élite e istituzioni rivali in un processo capace di produrre un’autorità politica riconosciuta su scala nazionale.

Dopo quindici anni di divisioni, la difficoltà della Libia non è più soltanto trovare un accordo. È costruire istituzioni abbastanza solide da farlo sopravvivere ai conflitti di potere che finora hanno impedito al Paese di uscire dalla transizione.

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