Khaled Mohamed Ali El Hishri, detto Al Buti, uno dei capi del famigerato carcere di Mitiga in Libia, potrà essere processato dal Tribunale Penale Internazionale (TPI).
La Camera Preliminare del Tribunale ha confermato le accuse, anche basate sulle testimonianze di decine di persone ex detenute e ne ha disposto il rinvio alla Camera di primo grado. Sono ben diciassette i capi d’accusa, che includono ogni sorta di atrocità: tortura, trattamenti crudeli, stupro, omicidio e tentato omicidio, riduzione in schiavitù e persecuzione per motivi etnici, religiosi, politici, razziali e di genere, ecc.
Tali reati sarebbero stati commessi nei confronti di migliaia detenuti nel predetto carcere, nel periodo 1° maggio 2014-30 giugno 2020.
“La decisione del Tribunale di processare il suo primo caso in Libia – ha commentato Alice Autin di Human Right Watch – apre una tanto attesa porta alla giustizia per le vittime del sistema di detenzione abusivo della Libia. Le autorità libiche dovrebbero sostenere il procedimento e consegnare i sospetti rimasti nel Paese africano al Tribunale, dimostrando che sono veri partner nel porre fine all’impunità che continua ad alimentare le atrocità in tutto il Paese”. Anche Mediterranea Saving Humans, ha espresso soddisfazione, affermando “è stato compiuto un passo storico per la giustizia sulle atrocità di Mitiga”.
Al Buti è stato arrestato nel luglio dell’anno scorso in Germania e poi consegnato al Tribunale. E’ da sottolineare il differente approccio fra Berlino, che ha collaborato e Roma che ha ostacolato il lavoro della Corte. Il Governo Meloni ha liberato il generale Almarsi, un altro capo del lager libico, che la polizia italiana aveva arrestato a Torino e poi lo ha riportato nell’ex colonia con un aereo dei servizi segreti, per sfuggire all’ordine di cattura del Tribunale. L’operato del nostro Governo è coerente con la scelta di boicottare la Corte, ad esempio il Ministro per gli Affari esteri, Tajani, ha affermato che il premier israeliano, ricercato per crimini contro l’umanità dalla medesima Corte, qualora venisse in Italia non sarebbe stato arrestato. Allo stesso modo non ha mai difeso Francesca Albanese, Relatrice ONU sui Territori Occupati, dai violenti attacchi di USA, da Israele e da altri Governi europei, che le hanno reso la vita molto complicata.
Per la prima volta il sistema libico di persecuzione dei migranti andrà alla sbarra ed uno dei principali responsabili sarà giudicato. Non a caso molti ex carcerati chiamavano Al Buti “l’angelo della morte”, per la sua crudeltà.
Nonostante il TPI indaghi sulla questione da ben 15 anni, fino ad ora non si è svolto alcun processo. Finalmente il sistema di incredibili violenze realizzato a Mitiga sarà giudicato ed ai magistrati spetta il compito di fare piena luce sui crimini di guerra e contro l’umanità ivi commessi.
Il processo darà la parola anche ai numerosi testimoni, che hanno subito sulla propria pelle tanta barbarie e rappresenta un primo importante passo nella lotta all’impunità, che finora è stata garantita anche dal sostegno internazionale. L’ossessione italiana e dell’Unione Europea per contrastare l’inesistente invasione dei migranti irregolari dall’Africa, ha portato queste istituzioni a finanziare ed armare gli apparati repressivi libici, con risultati come quelli realizzati a Mitiga.
Il processo, quindi, non potrà limitarsi a giudicare soltanto gli aguzzini libici, ma dovrà necessariamente andare ad esaminare anche il ruolo svolto dalle cancellerie europee, che di fatto hanno appaltato il “lavoro sporco” alle milizie, ad esempio proprio la Rada di Al Buti. In questi giorni, però, le Commissioni Esteri e Difesa della Camera dei Deputati hanno approvato il provvedimento governativo sulle missioni militari all’estero, in cui sono comprese anche quelle di supporto alla Libia per la lotta all’immigrazione. Il Partito Democratico, che con il Governo Gentiloni aveva introdotto queste missioni ha cambiato idea da tempo ed ha votato contro. Ma il Governo Meloni, fra le nuove missioni ne ha inserita una analoga: l’assistenza alla Guardia Costiera della Tunisia, sempre con il solito motivo di fermare chi tenta la traversata del Mediterraneo prima di arrivare sulle coste europee. Il risultato di tali politiche: migliaia di morti in mare e torture ai fuggitivi riportati in Africa. In questi giorni molte associazioni, fra cui Amnesty International ed Human Right Watch, hanno denunciato l’Accordo fra Unione Europea e Tunisia, con un documento intitolato eloquentemente: “Accordo UE-Tunisia “un modello di complicità”: 46 ONG denunciano tre anni di violazioni dei ditti umani”


