I primi mesi del 2026 hanno posto la Libia di fronte a una serie di eventi che mettono in luce, con estrema chiarezza, tutto ciò che ha definito la realtà del Paese nel periodo post-rivoluzionario. Un assassinio politico eseguito con precisione professionale. Un’indagine che si è fermata dove inizia il potere tribale. Un accordo storico sul bilancio che potrebbe o meno resistere alla prova dei fatti. E un processo elettorale che resta sempre all’orizzonte. Per
capire dove si trova oggi la Libia, bisogna guardare a tutti questi elementi insieme — perché in
Libia nulla accade in isolamento. Nel pomeriggio del 3 febbraio 2026, quattro uomini armati e mascherati sono entrati nel
complesso residenziale di Saif al-Islam Gheddafi a Zintan e lo hanno ucciso. Aveva 53 anni.
Insieme a lui sono morte altre tre persone
— un custode del sito, un leader di milizia locale e suo figlio. Nel giro di poche ore, la notizia si è diffusa in tutta la Libia e nel mondo. Il figlio di
Muammar Gheddafi, l’uomo che molti ritenevano destinato a ereditare il potere, era morto. Ciò che la maggior parte dei titoli internazionali non ha colto è quanto fosse pianificata
l’operazione e quanto rapidamente l’indagine si sia scontrata con la realtà politica libica. Saif viveva a Zintan da anni – prima come prigioniero, poi in una sorta di esilio protetto. Era sopravvissuto per 14 anni alle minacce mantenendo un profilo basso, muovendosi con cautela e affidandosi alle protezioni non scritte delle consuetudini tribali. Col tempo, però, proprio questo senso di sicurezza è diventato una vulnerabilita. Aveva progressivamente ridotto il proprio dispositivo di sicurezza, trattando la protezione più come un fastidio che come una necessità. II giorno dell’attacco, il suo responsabile della sicurezza aveva appena lasciato il complesso per comprare del latte — una piccola commissione resa più lunga dall’isolamento del luogo. L’unica
persona con lui in quel momento era il cuoco. Quella finestra di vulnerabilità non era casuale. Nel mese precedente alla sua morte, la sicurezza attorno a lui si era ridotta quasi a zero, e non venivano più effettuati nemmeno i controlli di base sui visitatori. Che si trattasse di negligenza o
di un ntiro deliberato della protezione resta una domanda senza risposta pubblica. Vale la pena soffermarsi anche sul motivo per cui Saif abbia scelto di restare a Zintan. Tra il 2018 e il 2019 gli fu chiesto più volte di trasferirsi – Bani Walid sarebbe stata una scelta naturale, un bastione dei lealisti del vecchio regime e un luogo più facile da proteggere. Ma la sua risposta fu sempre la stessa: andarsene sarebbe stato irrispettoso verso chi lo aveva ospitato e protetto per anni. Era rimasto cosi a lungo senza incidenti che restare gli sembrava sia sicuro sia un dovere morale. Una decisione radicata nei valori più profondi della culturaCiao
NEWS e ANAlisi dalle Afriche martedì 18 Agosto 2026


