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Focus internazionale

L’illusione d’acciaio: perché l’Unione Sovietica era condannata a crollare

Ieri era la Nomenklatura di Voslenskij, oggi sono gli oligarchi e i burocrati del Cremlino. La dinamica non è cambiata: una classe di privilegiati continua a godere di ricchezze e tutele che nessun russo normale potrebbe mai sognarsi, mentre la massa resta passiva.

L’Unione Sovietica non è stata distrutta da Mikhail Gorbachёv o da Boris Eltsin. Loro sono stati semplicemente i becchini che ne hanno seppellito il cadavere. L’URSS si è autodistrutta perché era un costrutto artificiale, edificato su una premessa utopica e intrinsecamente fallimentare: la cosiddetta “dittatura del proletariato”. Affidare il governo di un corpo collettivo a un singolo rappresentante assoluto equivale a mettere un lupo a guardia del pollaio. Non serviva una scienza sofisticata per prevedere che il lupo avrebbe divorato le uova, le galline e persino le mura del pollaio stesso.

Il crollo non è stato un incidente della storia, ma l’inevitabile resa dei conti di un sistema basato su una fitta rete di menzogne strutturali.

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La piramide dei falsi miti sovietici

La nave sovietica navigava già rotta da tempo, invisibile a una popolazione priva di media liberi capaci di raccontare la realtà. La struttura si reggeva su falsi storici macroscopici:

  • Il falso dell’uguaglianza e della società senza classi: Il mito più grande è crollato sotto il peso della Nomenklatura. Come ben evidenziato dallo storico e sociologo Michael Voslenskij nel suo celebre libro degli anni ’80, il sistema ha partorito una nuova classe feudale, ultra-privilegiata. Mentre il cittadino comune faceva ore di coda per un pezzo di pane, questa élite godeva di spacci riservati con beni occidentali, dacie di lusso, cure mediche esclusive e diritti preclusi al resto della popolazione.
  • Il falso dell’uguaglianza geopolitica: Si professava la parità tra popoli e repubbliche, ma nei fatti la componente russa era “più uguale delle altre”, esercitando un’egemonia centralizzata.
  • Il falso dell’anti-imperialismo: Il regime si spacciava per liberatore, mentre l’URSS non era altro che una gigantesca matrioska di imperialismi interni ed esterni.
  • Il falso del potere proletario: Un paradosso ideologico applicato a una nazione che, al momento della rivoluzione, era un paese quasi interamente rurale e virtualmente privo di un vero proletariato industriale.
  • Il falso del “Mir” (Pace): La propaganda internazionale parlava di pace, ma l’unica vera industria nazionale efficiente era quella bellica e militare.
  • Il falso del welfare: Uno Stato che prometteva il paradiso sociale non era in grado di garantire i beni di consumo più elementari, che rimanevano scarsi, introvabili o di pessima qualità.

La prova del nove e il paradosso occidentale

Che il sistema fosse marcio alla radice lo dimostra l’effetto domino: quando è caduta l’URSS, è crollata anche la Jugoslavia, a conferma che il modello socialista reale non funzionava in nessuna delle sue varianti.

Questa consapevolezza era evidente persino all’esterno del blocco comunista. In Italia, la leadership del secondo partito comunista più grande del mondo occidentale (il PCI) arrivò a dichiarare, per bocca del suo segretario generale Enrico Berlinguer, di sentirsi più sicura sotto l’ombrello protettivo della NATO che sotto quello del Patto di Varsavia. Se persino i comunisti occidentali preferivano l’Occidente, la nave sovietica era già affondata nello spirito, prima ancora che nei trattati.

L’eredità del silenzio: dalla Nomenklatura a Putin

Quando Gorbachev arrivò al potere, il corpo dell’URSS era già impossibile da rianimare. I cittadini percepivano che qualcosa non andava, ma erano privati di qualsiasi mezzo per cambiare le cose: il potere non era nelle loro mani.

Il vero dramma profondo del mondo russo è che nessuno aveva la minima idea di cosa significasse avere il potere nelle proprie mani, ovvero cosa fosse la democrazia. Mancavano l’esperienza pratica, la memoria storica e le istituzioni civili. Per questo il popolo è rimasto immobile e silenzioso a guardare il proprio destino compiersi, lasciando la gestione dello Stato in mano ai propri rapinatori e carnefici.

Ieri era la Nomenklatura di Voslenskij, oggi sono gli oligarchi e i burocrati del Cremlino. La dinamica non è cambiata: una classe di privilegiati continua a godere di ricchezze e tutele che nessun russo normale potrebbe mai sognarsi, mentre la massa resta passiva. Questo vuoto democratico spiega perfettamente perché Vladimir Putin può governare indefinitamente, perpetuando lo stesso delirio propagandistico nazionalista. La retorica odierna – incarnata dalle performance televisive estatiche e grottesche del cantante Shaman (Yaroslav Dronov) – non è altro che l’evoluzione moderna di quella vecchia industria del falso che serve a coprire, oggi come ieri, il silenzio di un popolo a cui non è mai stato permesso di governare sé stesso.

Il punto di rottura: come finirà il regime?

Ogni struttura costruita sull’illusione e sul terrore ha una data di scadenza biologica. Il regime di Putin non fa eccezione e crollerà per le stesse identiche ragioni che hanno polverizzato l’Unione Sovietica: l’insostenibilità delle sue stesse menzogne e la fragilità intrinseca di un potere totalmente verticalizzato.

La fine di questo sistema non arriverà necessariamente da una rivoluzione di piazza immediata, ma da tre fattori interni implacabili che stanno già logorando la cabina di regia del Cremlino:

  • L’implosione economica del “Pollaio”: Esattamente come negli anni ’80, il regime sta convertendo l’intera nazione in un’economia di guerra a scapito del benessere dei cittadini. Quando i proventi delle risorse energetiche non basteranno più a coprire i costi della macchina bellica e a oliare i privilegi dei moderni burocrati, la base sociale del consenso si scioglierà.
  • La resa dei conti tra i “Lupi”: In un sistema dove non esistono regole democratiche, la fedeltà dura solo finché c’è abbondanza da spartire. Con il progressivo isolamento internazionale e il prosciugamento delle risorse private, i moderni oligarchi e i servizi di sicurezza (i lupi del pollaio) inizieranno a sbranarsi a vicenda per la sopravvivenza, paralizzando lo Stato dall’interno.
  • Il risveglio sotterraneo delle periferie: Come accadde con la matrioska imperiale sovietica, la pressione sproporzionata sulle repubbliche etniche e sulle province più povere sta accumulando una rabbia silenziosa. Quando il centro moscovita mostrerà il primo segno di debolezza strutturale, le spinte autonomiste frammenteranno il controllo centralizzato.

La speranza oltre la tomba del regime

La vera speranza per il futuro non risiede nella benevolenza di un nuovo leader che sostituirà il vecchio, ma in un cambiamento antropologico lento, invisibile ma inarrestabile. Nonostante la censura asfissiante e i media di regime, la Russia di oggi non è più quella totalmente isolata del 1991. Esiste una rete di resistenza sotterranea, formata da giovani, attivisti in esilio, comunità locali e cittadini comuni che rifiutano la propaganda. Questa rete sta faticosamente tenendo vivi canali alternativi di informazione.

Il regime finirà quando la realtà romperà definitivamente lo schermo della televisione. L’esperienza storica dimostra che i regimi artificiali sembrano eterni e indistruttibili fino a cinque minuti prima di sparire nel nulla. La caduta dell’URSS ha dimostrato che i becchini arrivano sempre. La scommessa per la Russia di domani sarà quella di non farsi rubare il potere per la terza volta, imparando finalmente a esercitare quella democrazia che per troppo tempo le è stata negata.

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