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Focus internazionale

L’Incubo delle Carceri Israeliane: La Tortura Quotidiana dei Prigionieri Palestinesi

Le mura delle prigioni israeliane nascondono un incubo quotidiano per migliaia di prigionieri palestinesi, tra cui il Dr Abu Safiyah

Solo pochi giorni fa, le telecamere hanno mostrato un prigioniero palestinese uscire dalla prigionia israeliana in lacrime. Ma ciò che non è stato ripreso sono le centinaia di persone come lui che, pur avendo riacquistato la libertà, sono uscite distrutte, umiliate, o che semplicemente non ce l’hanno fatta ad uscire affatto.
Testimonianze agghiaccianti raccontano di un inferno fatto di torture fisiche, psicologiche e, in alcuni casi, sessuali. Per chi ne è scampato, la parola “inferno” è l’unica che riesca a descrivere un’esperienza che lascia segni indelebili. È un’urgenza che non può più essere ignorata: la comunità internazionale deve agire per la libertà di tutti gli ostaggi palestinesi ingiustamente detenuti nelle carceri israeliane.

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I racconti dei sopravvissuti e le documentazioni delle organizzazioni per i diritti umani dipingono un quadro desolante delle condizioni di detenzione, un catalogo di abusi inumani. Le percosse severe, l’incatenamento prolungato in posizioni di stress, forzatamente nudi, la privazione totale del sonno e della luce sono pratiche comuni.
I prigionieri ricevono acqua sporca e pasti insufficienti, spesso avariati, per indebolirli e spezzarne la resistenza.
L’accesso alle cure è spesso negata. I testimoni hanno riferito di prigionieri lasciati sanguinare o vomitare sangue per giorni; anche a chi ha subito fratture ossee o, peggio, soffre di malattie gravi vengono negate le cure vitali, persino a chi ha subito un ictus o è malato di cancro.
Decine sono morti nelle loro celle senza aver avuto accesso alle cure, di fatto le prigioni sono luoghi di condanna a morte.

Strutture militari come Sde Teiman e Ofer, parzialmente convertite in centri di detenzione, sono diventate veri e propri “mattatoi di tortura” sotto la diretta supervisione dello Shin Bet (Shabak), l’agenzia di sicurezza interna israeliana.
Sde Teiman, situato nel deserto del Negev, vicino al confine con la Striscia di Gaza, è diventato un luogo famigerato per le violazioni sistematiche dei diritti umani nei confronti dei detenuti, che vengono tenuti bendati e ammanettati, a volte addirittura in gabbie, in condizioni disumane.

La prigione di Ofer è un’altra struttura di detenzione, situata in Cisgiordania, e ha anch’essa sollevato denunce a livello internazionale per le pessime condizioni e gli abusi perpetrati sui detenuti.
Le Nazioni Unite hanno documentato testimonianze di torture sessuali collettive, atti di crudeltà di una violenza inimmaginabile, intollerabili in un paese che si definisce “l’unica democrazia del Medio Oriente”.

Dietro tutti questi orrori subiti ci sono volti e storie.
Il Dr. Adnan al-Barsh, stimato chirurgo ortopedico palestinese, è stato rapito dall’ospedale Al-Awda dove prestava servizio, detenuto e torturato fino a morirne a Ofer nell’aprile 2024. Aveva 50 anni. Il suo corpo portava orribili segni di violazione sessuale, come hanno testimoniato ex detenuti, e a tutt’oggi, i suoi resti non sono stati restituiti alla famiglia.
C’è chi è stato picchiato numerose volte, ha perso i denti e parte della vista, e lasciato sanguinare per mesi in isolamento. Ad alcuni

è stato persino negato un paio di occhiali.
Marwan Barghouti, figura simbolo, è stato trascinato, legato e nudo, torturato davanti ai compagni prigionieri, ha subito la frattura della spalla, ha subito più volte l’isolamento totale.
E come dimenticare il dottor Hussam Abu Safya, prigioniero delle forze di sicurezza israeliane dal raid del Dicembre 2024 all’ospedale Kamal Adwan? Simbolo della resilienza palestinese per la sua abnegazione, ha continuato a curare i suoi pazienti anche quando un’esplosione proprio davanti all’ospedale ha dilaniato suo figlio quindicenne. Più volte Amnesty International, Front Line Defenders, Euro-Med Human Rights Monitor e molte altre organizzazioni hanno condannato la sua detenzione e hanno chiesto il suo rilascio immediato, l’accesso a un avvocato e la protezione dalla tortura.

Le pratiche israeliane violano apertamente il Diritto Internazionale Umanitario e il Diritto Internazionale dei Diritti Umani, nonché la Quarta Convenzione di Ginevra, disattesa anche dal trasferimento dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane e dal loro trattamento. Inoltre è sistematicamente violata dalle pratiche di abuso e maltrattamento la Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura.
La detenzione indefinita senza accusa né processo, basata su informazioni segrete dello Shin Bet – è una palese violazione del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, che garantisce il diritto a un processo equo e il divieto di detenzione arbitraria. Anche le Regole Minime Standard delle Nazioni Unite per il Trattamento dei Detenuti (Regole di Nelson Mandela) vengono spesso ignorate.

L’impatto di queste detenzioni è devastante. I prigionieri soffrono di gravi problemi di salute fisica e mentale, inclusi PTSD, ovvero disturbo da stress post-traumatico, depressione e ansia, che possono persistere a lungo, anche dopo la liberazione. Particolarmente vulnerabili sono i minori che subiscono abusi che compromettono il loro sviluppo psicologico, in violazione della Convenzione sui Diritti del Fanciullo. Sappiamo che tra i detenuti ci sono molti bambini. Oltretutto le restrizioni imposte sulle visite e l’isolamento causano un’enorme sofferenza anche alle famiglie, e contribuiscono a spezzare legami cruciali.

Diverse organizzazioni, come Addameer, Defense for Children International – Palestine, Amnesty International e Human Rights Watch, lavorano incessantemente per documentare queste violazioni, fornire assistenza legale e sanitaria e fare pressione a livello internazionale, accusando apertamente il Servizio Carcerario Israeliano (IPS) e lo Shin Bet. L’IPS è accusato di condizioni disumane, negligenza medica e violenza diffusa, lo Shin Bet di uso sistematico della tortura negli interrogatori e applicazione arbitraria della detenzione amministrativa, nonchè di negare l’accesso agli avvocati.

È necessario che la comunità internazionale non resti in silenzio. La richiesta di giustizia e libertà per i prigionieri palestinesi non è solo un atto di solidarietà, ma un imperativo morale e legale per il rispetto dei diritti umani universali.

Naturalmente si auspica che anche agli ostaggi israeliani attualmente nelle mani di Hamas siano garantiti i loro diritti.
La questione degli ostaggi rimane centrale nei negoziati per un cessate il fuoco tra Israele e Hamas.
Le notizie non sono univoche, ma a fine giugno 2025, secondo le autorità israeliane, circa 64 ostaggi tra i 101 ufficialmente detenuti a Gaza sarebbero ancora vivi.
Le famiglie continuano a protestare e a fare pressione sul governo israeliano per raggiungere un accordo che ne garantisca il rilascio, ma nonostante i tentativi di mediazione le trattative sono molto complesse e si sono bloccate spesso su richieste divergenti, in particolare sul numero e il tipo di prigionieri palestinesi da rilasciare in cambio degli ostaggi.
Nuovi spiragli potrebbero aprirsi nei prossimi giorni, Netanyahu starebbe per andare negli USA già la settimana prossima per parlare con Trump su una possibile soluzione a questa immane tragedia.

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