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Iran, torna l’escalation nel Golfo: Hormuz resta chiuso e si allarga il fronte dello scontro con gli Stati Uniti

Washington colpisce 300 obiettivi in risposta al blocco navale. Teheran minaccia ritorsioni regionali: lo scontro entra in una nuova fase critica.

Sabato 11 luglio 2026, il Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Pete Hegseth, ha pubblicato la dichiarazione “L’Iran ha fatto una scelta sbagliata. Ora ne paga le conseguenze” sui social media, condividendo un aggiornamento del Comando Centrale degli Stati Uniti relativo a una nuova serie di attacchi militari contro l’Iran. Mentre il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha dichiarato lo Stretto di Hormuz ufficialmente chiuso “fino a nuovo ordine”, dopo una violenta escalation che ha visto Teheran colpire navi commerciali in transito, la risposta degli Stati Uniti non si è fatta attendere: il Comando Centrale (CENTCOM) ha lanciato una terza ondata di attacchi contro circa 140 obiettivi militari iraniani, portando il totale delle strutture colpite a oltre 300 nel corso di sole tre notti. Gli attacchi hanno fatto seguito a un’offensiva della Marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) iraniana contro una nave portacontainer battente bandiera cipriota, la M/V GFS Galaxy, nello Stretto di Hormuz. Secondo quanto ha riferito CENTCOM, la nave avrebbe subito danni significativi e un membro dell’equipaggio indiano risulta disperso. Un’altra imbarcazione commerciale è stata colpita dalle forze iraniane, mentre le autorità di Muscat hanno riferito il salvataggio di 23 membri dell’equipaggio da una nave sotto attacco. Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha respinto categoricamente le rivendicazioni iraniane, dichiarando che lo Stretto rimane aperto a tutte le imbarcazioni che desiderano transitare legalmente e confermando la piena operatività delle forze statunitensi per garantire la libertà di navigazione. Dallo scorso maggio, le forze USA hanno agevolato il passaggio sicuro di oltre 800 navi mercantili e circa 400 milioni di barili di greggio. L’ultima ondata di attacchi dell’11 e 12 luglio, ha preso di mira siti missilistici, difese aeree, infrastrutture per droni, depositi di munizioni, reti di comunicazione e postazioni di sorveglianza costiera. Gli attacchi sono stati eseguiti con armi di precisione lanciate da aerei, droni e unità navali. Gli Stati Uniti hanno accusato l’Iran di aver violato il Memorandum d’Intesa (MoU) precedentemente firmato riguardante il transito sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz. Al contrario, l’Iran sostiene che gli Stati Uniti abbiano infranto l’accordo revocando le deroghe alla vendita di petrolio e ha successivamente dichiarato lo Stretto di Hormuz chiuso “fino a nuovo avviso”.

Nonostante i recenti sforzi diplomatici per stabilizzare la regione, lo scambio di fuoco è ripreso con forza, anzi, come rappresaglia agli attacchi statunitensi, l’Iran ha minacciato di colpire “ulteriori basi nemiche nella regione”. Nel frattempo, funzionari iraniani e il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Qalibaf, hanno respinto tali azioni, affermando che “l’era degli accordi unilaterali è finita” e chiedendo che gli Stati Uniti rispettino i loro impegni. La situazione rimane decisamente complessa, con entrambe le parti che si scambiano accuse di provocazione mentre lo Stretto di Hormuz rimane di fatto chiuso al traffico commerciale. Le ripercussioni di questo conflitto si sono estese ben oltre lo Stretto. L’IRGC ha dichiarato di aver preso di mira basi militari statunitensi in cinque paesi della regione, tra cui la base aerea Prince Hassan in Giordania, Al-Udeid in Qatar, le basi Juffair e la Quinta Flotta in Bahrain, oltre al porto di Duqm in Oman e infrastrutture in Kuwait. Le forze armate del Kuwait hanno riferito di aver intercettato obiettivi aerei ostili nei propri cieli. Fonti giornalistiche dell’IRGC hanno inoltre sostenuto che sia stato colpito un magazzino di missili HIMARS in Kuwait, ma tali affermazioni non sono state verificate in modo indipendente. Altre esplosioni sono state segnalate da media iraniani come Mehr e Fars anche nel porto di Bandar Abbas e nell’area dell’isola di Kishm. La situazione rimane fluida, con Washington che definisce le operazioni come un modo per imporre a Teheran un “prezzo pesante” per la minaccia alla navigazione civile. Particolare preoccupazione desta un raid statunitense che, secondo fonti iraniane, avrebbe colpito aree vicine alla centrale nucleare di Bushehr. Sebbene non vi siano conferme di danni al reattore o fughe radioattive, un attacco a tale sito comporterebbe rischi estremi di contaminazione, portando l’AIEA a richiamare l’attenzione sulla sicurezza dell’impianto.

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Sul fronte diplomatico, l’ambasciatore statunitense Mike Huckabee ha confermato che Israele ha condiviso un’ informazione di intelligence riguardante un piano iraniano volto ad eliminare il presidente Donald Trump, mentre l’Iran pubblica le foto dei possibili nemici da punire, se si dà retta ai social. La diplomazia sta lasciando il posto alla vendetta e la retorica dei comunicati ufficiali rischia di trasformarsi in una profezia che si autoavvera. Con minacce dirette alle massime cariche dello Stato e l’ombra del rischio nucleare che aleggia sui raid, il confine tra una ritorsione mirata e una guerra totale si fa sempre più labile.

 

 

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