Skip to content
News

Iran, l’escalation travolge il Medio Oriente mentre il regime intensifica il terrore in piazza

La spirale di violenza in Medio Oriente continua su più fronti, tra la brutale repressione interna del regime iraniano e un'escalation militare che coinvolge gli Stati Uniti, l'Egitto, l'Arabia Saudita e la Giordania, con il rischio di una saldatura con il conflitto in Ucraina.

Le ostilità di questa settimana in Medio Oriente hanno allargato il teatro di guerra ben oltre quanto visto nei mesi scorsi. Oltre agli scontri diretti tra Stati Uniti e Iran, il conflitto ha coinvolto le milizie filo-iraniane, dagli Houthi ai gruppi sciiti iracheni, e una rete sempre più vasta di alleati di Washington, tra cui Giordania, Arabia Saudita, Iraq ed Egitto. L’Iran sta dimostrando una crescente capacità di condizionare gli snodi marittimi globali. Oltre a controllare lo Stretto di Hormuz e a minacciare, tramite gli Houthi yemeniti, lo Stretto di Bab al-Mandab, dove è già stato deviato il flusso petrolifero diretto in Asia, Sudamerica ed Europa, il regime degli Ayatollah ha dimostrato di poter colpire anche la terza rotta per l’esportazione delle risorse del Golfo, quella che passa attraverso il Canale di Suez. L’attacco alla nave di stoccaggio statunitense in Egitto, imputato a Teheran, conferma la volontà di mettere a rischio gli asset energetici occidentali nel Mediterraneo. Nella notte tra il 29 e il 30 luglio, gli Stati Uniti hanno dato il via a un nuovo vasto bombardamento contro l’Iran, in risposta ai tentati attacchi iraniani contro le basi americane in Giordania. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha confermato l’avvio dell’intensa ondata di raid aerei, iniziata alle 2 del mattino ora italiana, definendola una risposta potente e mirata a neutralizzare le minacce persistenti dell’IRGC e dei suoi affiliati contro i 50.000 militari americani nella regione, il traffico commerciale e i Paesi del Golfo. Il 28 luglio, infatti, le forze iraniane avevano lanciato numerosi missili balistici, tutti intercettati con successo. Secondo gli analisti, l’operazione segna il superamento di ogni soglia puramente difensiva. Vali Nasr, della Johns Hopkins School of Advanced International Studies, ha evidenziato come la strategia iraniana miri deliberatamente a estendere il campo di battaglia, costringendo gli Stati Uniti a difendere una zona di guerra sempre più ampia e complessa. Il presidente Donald Trump ha dichiarato che l’Iran era consapevole dell’imminente reazione di Washington: “Ora è il nostro turno. Li colpiremo duramente”. I media statali iraniani e locali hanno confermato danni e bombardamenti in diverse aree del Paese. Sull’isola di Qeshm, un raid ha colpito un’abitazione residenziale, provocando la morte di tre persone, tra cui un bambino. Nelle città meridionali di Bushehr, Jam e Khormuj sono state colpite diverse aeree, fortunatamente senza registrare vittime. Si tratta di tre città strategiche: a Bushehr c’è la prima centrale nucleare civile dell’Iran, costruita con il supporto russo. Inoltre la vicinanza della città a installazioni militari strategiche e basi della Guardia Rivoluzionaria (IRGC) la rende un bersaglio particolarmente sensibile. Jam è una città situata nell’entroterra della provincia di Bushehr, ed è un nodo logistico rilevante per l’economia energetica del Paese, soprattutto per la sua vicinanza a grandi impianti industriali legati al settore petrolifero e del gas naturale. Forti esplosioni sono state registrate anche ad Ahvaz, nel sud-ovest, dove i caccia hanno preso di mira i distretti di Kuy-e Ramezan, Sepidar e Bahonar, oltre alla base della 92ª Divisione Corazzata dell’esercito e a un edificio dell’intelligence dell’IRGC.

Il quadro di instabilità è arrivato a coinvolgere anche l’Europa dell’Est, dopo che droni ucraini hanno colpito una nave iraniana ancorata strategicamente alla foce del fiume Volga. Quest’area, situata in territorio russo, riveste un’importanza logistica fondamentale per l’asse Mosca-Teheran: la rotta del Volga e il Mar Caspio rappresentano infatti il corridoio principale attraverso cui l’Iran invia in Russia forniture militari, droni e componenti bellici, ricevendo in cambio tecnologia e supporto strategico. Colpire una nave iraniana in quel punto esatto ha significato per Kiev non solo danneggiare la catena di rifornimento logistico russa, ma anche colpire direttamente gli interessi della Repubblica Islamica al di fuori del Medio Oriente. Di fronte a questa violazione e al danno subito, i vertici militari di Teheran avevano inizialmente preparato una risposta armata immediata, pianificando una ritorsione militare diretta contro l’Ucraina. Tuttavia, secondo quanto riportato dal quotidiano statunitense, l’intervento tempestivo e riservato della diplomazia internazionale è riuscito a disinnescare la miccia all’ultimo momento, convincendo Teheran a desistere dall’attacco diretto per evitare l’apertura di un nuovo e imprevedibile fronte di guerra nell’Europa dell’Est, che avrebbe potuto trascinare la Russia in una dinamica di reazioni a catena ancora più incontrollabile. E la tensione investe direttamente anche i vicini regionali. L’Arabia Saudita, dopo aver subito attacchi diretti con droni sull’ambasciata statunitense a Riad e missili sulla raffineria di Yanbu, e trovandosi accerchiata su tre lati da Iran, Yemen e Iraq, ha abbandonato la linea attendista rispondendo con raid congiunti insieme a Washington contro le milizie in Iraq. La decisione dell’Arabia Saudita di bombardare i gruppi armati iracheni sostenuti da Teheran al fianco degli Stati Uniti è l’ennesimo campanello d’allarme che fa temere un’escalation del conflitto nel Golfo. I raid segnano inoltre la fine di una breve tregua proclamata da Washington la scorsa settimana contro gli obiettivi in Iran, dopo che quest’ultimo aveva colpito alcune installazioni militari statunitensi in Giordania. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è andato su tutte le furie, promettendo di colpire gli iraniani duramente e che “le prenderanno di santa ragione”. Dietro le decisioni strategiche e diplomatiche di questi giorni si celano pesanti calcoli elettorali. Israele è infatti a un passo dal voto legislativo previsto in ottobre, mentre gli Stati Uniti si preparano a rinnovare il Congresso con le elezioni di metà mandato un mese più tardi. Per il premier Benjamin Netanyahu e per il presidente Donald Trump la posta in gioco è la sopravvivenza politica: entrambi lottano per blindare le proprie cariche ed evitare l’ipotesi impeachment. La loro urgenza principale è non passare per i leader che hanno fallito nell’obiettivo di abbattere il regime iraniano o che si sono impantanati in una guerra senza fine, cercando disperatamente di salvare la faccia di fronte a una crisi che sta costando miliardi di dollari, risorse tecnologiche avanzate e preziose vite umane. Ma cinque mesi dopo l’inizio della guerra, il rischio di un effetto domino non è mai stato così alto.  Sul piano diplomatico, intanto, il Ministero della Difesa saudita ha annunciato che i rappresentanti di 43 Paesi e dell’Unione Europea hanno partecipato a una riunione giovedì 30 luglio 2026 a Riyadh, per definire una coalizione mondiale per la difesa navale, volta a proteggere le rotte del Golfo, di Bab al-Mandab, del Mar Rosso e del Golfo di Aden. L’iniziativa ha raccolto il sostegno congiunto di 14 nazioni, tra cui Turchia, Pakistan, Egitto, Sudan e Gibuti. In Giordania, oltre 130 personalità politiche, accademiche, culturali, sindacali e tribali hanno sottoscritto un appello per chiedere il ritiro delle truppe straniere e la cancellazione o la restrizione dell’accordo militare con gli Stati Uniti. I firmatari hanno avvertito che la presenza straniera espone il regno a gravi rischi politici, economici e di sicurezza, trascinandolo in una guerra regionale estranea ai suoi interessi.

Annunci

In seguito agli attacchi, il primo ministro iracheno, Ali al Zaidi ha annullato l’incontro previsto a Gedda con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman (Mbs), mentre l’ufficio di presidenza irachena ha definito i raid aerei contro le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF), note anche come al-Hashd al-Shaabi “una palese violazione della sovranità irachena”. In Egitto, nelle stesse ore, nel porto di Damietta, un drone ha colpito la nave di stoccaggio e rigassificazione di proprietà statunitense Energos Winter, innescando un incendio propagatosi a una seconda imbarcazione, la Gaslog Salem. Il ministero del Petrolio egiziano ha confermato che il rogo è stato domato tempestivamente senza registrare vittime né feriti, mentre le autorità continuano a indagare sull’accaduto.

Mentre il conflitto divampa all’esterno, la Repubblica Islamica sta sfruttando la guerra come copertura per intensificare la repressione interna contro i partecipanti alle proteste. All’alba del 29 luglio, le autorità hanno eseguito l’impiccagione pubblica in Piazza Alikhani, a Isfahan, di due giovani detenuti: Abolfazl Sepahi Badjani (23 anni) e Amirhossein Safari Hosseinabadi (29 anni), arrestati in seguito alle manifestazioni del dicembre 2023. Secondo l’organizzazione Hengaw for Human Rights, si tratta delle prime esecuzioni pubbliche legate ai manifestanti del gennaio 2026, portando ad almeno 22 le persone messe a morte negli ultimi cinque mesi. Nonostante l’area fosse blindata dalle forze di sicurezza, moltissimi cittadini si sono radunati per protestare contro questa barbarie. La risposta dei basiji è stata implacabile: tiratori scelti e cecchini hanno aperto il fuoco sulla folla disarmata, causando diversi morti, oltre 210 feriti e centinaia di arresti. La mattanza si inserisce in una scia di sangue che pochi giorni prima aveva visto l’esecuzione di altri due giovanissimi, Erfan Esfandiari (21 anni) e Gol Mohammad Mohammadi (23 anni). La ferocia del regime non si ferma qui: un manifestante di 20 anni, Arian Valipour, condannato a morte in appello per “inimicizia verso Dio”, “collaborazione con Israele” e “blocco stradale”, ha tentato il suicidio in un carcere di Teheran dopo la conferma della sentenza, ed è stato trasferito d’urgenza nell’infermeria del penitenziario di Greater Tehran e successivamente nel carcere di Ghezel Hesar. È il volto duplice di una crisi totale, spietata e feroce nel soffocare ogni voce di dissenso dentro i confini nazionali, devastante e fuori controllo nel proiettare il terrore ben oltre i confini del Medio Oriente. Una guerra in cui la diplomazia, ormai, sembra aver esaurito le parole.

Annunci
guerraIranrepressioneusa
Leggi anche
Torna su
No results found...