Nel precedente articolo annunciavamo di voler approfondire la questione del nucleare di Tel Aviv, e puntuale oggi ce se ne fornisce l’occasione. Ma prima facciamo il punto della situazione attuale.
Leggendo i giornali, ascoltando i notiziari, sentiamo parlare di raid israeliani contro Teheran, di risposte su Gerusalemme e Tel Aviv. Dopo una notte così, nuovi raid di Israele e nuove risposte dall’Iran con missili nell’opposta direzione. E’ stato colpito il quartier generale nucleare dell’Iran da una parte con centinaia di morti, e 13 israeliani sono stati uccisi nei raid iraniani dall’altra, forse di più. Accuse reciproche, minacce reciproche, orgogliose affermazioni unilaterali di Trump, o #47 o The King (come variamente lo chiamano oggi negli U.S.A.) che “grazie al suo intervento ci sarà la pace”. Ci sarebbe da ridere se la situazione non fosse seria, anzi tragica, se la gente non morisse davvero, se la pace di #47 non fosse una “americanata”, come, in effetti, è, il che rende l’America ancor più piccola, sempre più piccola.
Sentiamo che adesso, dopo questi attacchi e contrattacchi tutti vogliono correre ai ripari, tutti vogliono scongiurare l’escalation, tutti vogliono evitare un allargamento del conflitto, tutti vogliono evitare il ricorso di Israele all’arma nucleare, e dell’Iran a una bomba sporca. Nessuno però propone l’unica cosa sensata. E qual è questa cosa sensata lo vedremo tra un attimo.
Intanto analizziamo oggettivamente la situazione. Israele, a suo dire, ha iniziato a bombardare l’Iran perché questo stava per sviluppare la sua arma atomica, era arrivato a buon punto nell’arricchimento dell’uranio, usando molte centrifughe con le quali aveva concentrato il materiale ed era vicino a possedere abbastanza uranio arricchito da disporre della massa critica necessaria a realizzare il suo prototipo nucleare. D’altro canto, Tel Aviv supponeva, forse con ragione, che l’Iran stesse facendo tutto ciò per attaccare Israele. E tutti noi siamo concordi e persuasi che l’Iran non debba possedere l’arma atomica, come nessuno in quell’area. Tuttavia, una cosa fondamentale ci sfugge e nessuno ce la spiega: perché l’Iran da anni e anni stia strenuamente impegnandosi, investendo somme ingenti, inimicandosi gli Stati Uniti, Israele e i loro alleati, per sviluppare questa benedetta (o dovrei dire maledetta) bomba atomica. All’Iran non bastano le armi convenzionali? Perché l’Iran vuole proprio la bomba nucleare?
Bella domanda!
La risposta è semplice, scontata, ma ampiamente sottovalutata: l’Iran vuole la bomba atomica perché ce l’ha Israele. L’Iran la vuole per compensare il divario strategico con il suo acerrimo nemico. Semplice.
Ma siamo sicuri che Israele abbia veramente l’arma nucleare? Ufficialmente il governo dello Stato Ebraico l’ha sempre smentito e, in effetti, se si va a cercare, in tutti i siti web che parlano di quest’ argomento, Israele quale potenza nucleare è sempre citato con il punto interrogativo.
Se andiamo a cercare bene, però, troviamo che nel 1958, con l’aiuto della Francia, Israele impiantò un’istallazione nucleare a circa 10 chilometri dalla cittadina di Dimona, nel sud del deserto del Negev, ma questo sito ufficialmente era stato realizzato per ospitare un “semplice” reattore nucleare, di quelli che servono a produrre della normalissima energia elettrica, sufficiente per alimentare un impianto per desalinizzare l’acqua salmastra del non lontano lago, il rinomato Mar Morto, così da poter far “fiorire – secondo la propaganda – il deserto del Negev”. Il problema è che il deserto dopo tanti anni è ancora un deserto, e di fiori certo ce ne sono, ma poi non molti di più dei tanti che, soprattutto nella parte nord, fiorivano naturalmente già quaranta anni fa in determinati periodi dell’anno. Piuttosto occorre rilevare che l’ambiente, nella parte del deserto dove si trova il reattore, invece che essere migliorato risulta minacciato, perché nella zona spesso si verificano incidenti di vario genere; inoltre il sito è stato scelto come zona di discarica per smaltire i rifiuti di grandi città come Tel Aviv, oppure è teatro di esercitazioni militari e missilistiche. Tuttavia non si può negare che assieme agli aspetti negativi vi siano anche quelli positivi dei vari kibbutz che producono prodotti agricoli con tecniche avanzate e innovative.
Quelle che invece, con sicurezza, lì presso il “Negev Nuclear Research Center”, sono fiorite a centinaia, sono le armi nucleari dello stato di Israele. Tuttavia, ufficialmente non se ne sa né se ne deve sapere niente. Accanto a tanti indizi e affermazioni verbali, prove concrete non ce ne sono. Il governo israeliano rifiuta di fornire qualsiasi conferma (o smentita), né si disturba a rilasciare dichiarazioni. La cosa è sospetta, e come ci ha insegnato il nostro più machiavellico fra i politici, Giulio Andreotti: “a sospettare forse si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”. Gli Stati Uniti, che negli anni 60 furono i primi a sospettare e che volevano vederci chiaro, fecero più volte sorvolare il sito con i loro aerei spia U-2 per analizzare i campioni d’aria e individuare eventuali elementi radioattivi in eccesso, così quando li individuarono, fecero ispezionare il sito da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA), cosa che Israele fu costretto ad accettare, a condizione che le visite ai luoghi fossero portate avanti su appuntamento e da ispettori di sua scelta. Inutile dire che queste ispezioni si rivelarono una farsa e alla fine furono interrotte, e che l’ambiguità circa il programma nucleare israeliano permase, anzi si fece ben più sospetta, se così si può dire.
Nel 1986, finalmente il giornale britannico Sunday Times ebbe la prova, grazie alla testimonianza verbale di un addetto ai lavori, circa un piano segreto per realizzare presso quello stesso impianto di Dimona l’armamento nucleare dello stato d’Israele. Si trattava, a quel tempo, di un arsenale di più di 200 testate nucleari, con in aggiunta un altro 10 percento di testate termonucleari. La soffiata era venuta da un tecnico che aveva lavorato nel sito nucleare da più di dieci anni, Mordechai Vanunu, di famiglia ebraica ortodossa proveniente da Marrakesh nel Marocco, il quale via via si era affiliato a vari gruppi misti islamico-ebraici simpatizzanti per la coesistenza pacifica tra Ebrei di Palestina e Arabi di Palestina secondo la formula dei due stati. In aggiunta, anzi la molla che aveva fatto scattare Vanunu era la sua particolare avversione nei confronti del dominio nello stato di Israele da parte degli Ebrei Ashkenaziti a scapito degli Ebrei Mizrahi, gli uni provenienti dall’Europa, più integralisti e intransigenti verso i palestinesi arabi, gli altri dal Medio Oriente e dai paesi arabi, e quindi più abituati alla coesistenza e quindi più facili al compromesso.
Israele, come suo solito, se ne infischia del diritto internazionale. Quando Vanunu, dopo l’intervista rilasciata a Londra si trasferì a Roma per una vacanza con un’amica, la quale segretamente collaborava con i servizi segreti israeliani, fu catturato da un commando del Mossad, drogato e trasferito segretamente in Israele, dove fu imprigionato sotto l’accusa di spionaggio e tradimento. Il suo vero e proprio sequestro durò fino al 2004, con episodi di tortura fisica e psicologica, lavaggio del cervello, isolamento da tutto e da tutti. Non c’è male per un paese che tutti consideriamo l’unico democratico del Medio Oriente! Ma da allora la sua vita si svolge in un regime di libertà vigilata non potendo avere contatti con cittadini di altri paesi, richiedere visti e viaggiare all’estero, rilasciare interviste, possedere cellulari, collegarsi a internet.
A parte la triste vicenda personale di Vanunu, sebbene lo stato di Israele non confermi e non smentisca di possedere l’arma atomica, gli indizi e le testimonianze fornite da Vanunu corredate da documenti e da foto, confermano che le 220 testate, tra nucleari e termonucleari, possedute da Israele nel 1986 oggi saranno sicuramente incrementate in misura esponenziale. Di qui la domanda che sorge spontanea: perché a Israele è stata consentita la costruzione della sua arma atomica in barba al trattato di non proliferazione del 1970, che gli Stati Uniti avevano promosso e che la Francia ha firmato nel 1992 e prevede “l’obbligo di negoziare per il disarmo” oltre che quello di non diffondere le tecnologie nucleari verso i paesi che non le detengono?
E la domanda non è tanto peregrina, in quanto è proprio il possesso dell’arma atomica che determina nell’Iran la comprensibile necessità di compensare tale disequilibrio. Infatti, l’Iran forse non si sarebbe mai imbarcato in enormi spese e contrasti geopolitici per dotarsi dell’arma atomica se non fosse stato per compensare con una deterrenza pari e contraria il rischio che Israele deliberatamente sferrasse un attacco nucleare nei suoi confronti (cosa che conoscendo Israele è molto facile prevedere che possa fare) senza la possibilità preventiva di impedirglielo e successiva di reagire. I paesi dell’area dovrebbero trovarsi su un piano di eguaglianza strategica: chi fece la scelta sciagurata di consentire a Israele di essere “più uguale” di tutti gli altri? Questa scelta si è rivelata non solo sbagliata ma criminale, perché ha determinato e sta determinando da mezzo secolo i conflitti che nell’area si sono susseguiti, compreso quello attuale, dove lo strapotere e l’impunità di Israele è sotto gli occhi di tutti. Chi fece quella scelta, chi l’appoggiò, chi fece finta di non vedere, e chi dormiva sonni tranquilli è responsabile e deve trovare una soluzione. Oggi!
In teoria, le opzioni sono tre: – restare nella situazione attuale; – consentire all’Iran di compensare l’arma atomica di Israele con la propria arma atomica, il che come abbiamo già detto all’inizio non è pensabile, data situazione di conflitto esistente, e la inaffidabilità del regime iraniano (inaffidabile, tuttavia, tanto quanto quello di Israele); – far sì che Israele rinunci alla sua arma atomica, che di fatto è l’unico motivo per cui l’area risulta destabilizzata. Oltretutto la potenza convenzionale di cui Israele è in possesso soverchia abbondantemente quella iraniana (come i fatti di questi giorni dimostrano, con il dominio dei cieli, perfino sulla capitale iraniana, ampiamente nelle mani dello stato ebraico).
Con la terza opzione, Israele diventerebbe uno stato più amichevole verso gli altri se privato della deterrenza nucleare, e l’Iran non avrebbe più nessuna giustificazione per creare la sua. Ogni altra opzione protrarrebbe lo stato di instabilità e di guerra all’infinito, facendo rischiare l’allargamento e l’escalation del conflitto.


