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Editoriali

L’origine delle guerre

Tutti noi abbiamo incontrato prima o poi la famosa massima Latina “Si vis pax para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra), e io da sempre mi sono interrogato se questa massima fosse giusta o sbagliata, come dicono i cosiddetti “pacifisti”, che affermano l’esatto contrario: “se vuoi la pace prepara la pace”.

Probabilmente le due frasi sono vere entrambe, o lo sono state in tempi diversi della storia. È indubbio che l’antica Roma, nella sua millenaria esistenza, nacque, crebbe e si affermò in un mondo ostile grazie ad entrambe le sue capacità di portare e di resistere agli attacchi, di difendersi dalla invasione e di invadere il territorio altrui, cioè di conquistare ben più terra di quanta ne perdesse. E ciò significava prepararsi alla guerra di difesa e a quella di attacco. In questo senso va letta la massima latina: se vuoi mantenere la pace che hai ottenuto dopo una guerra, devi prepararti a resistere militarmente alla reazione di coloro che hai sconfitto e all’azione di chi vuole strapparti le vecchie e nuove conquiste.

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Tuttavia, credere che la preparazione degli antichi romani alla pace fosse soltanto di tipo militare può essere fuorviante. Non tutto il lungo dominio romano sul mondo del tempo fu di tipo esclusivamente militare. Le dottrine della deterrenza, delle sfere d’influenza, degli stati cuscinetto non sono invenzioni della geopolitica moderna, né sono nate con Roma: esistevano già, anzi, possiamo affermare che nascono con la società umana, assieme alla guerra.

Tuttavia, limitandoci a Roma, queste dottrine erano ben conosciute e utilizzate, assieme all’arte della diplomazia. Non era raro che con i loro acerrimi nemici, i Parti, i Germani, gli Scoti tanto per citarne alcuni, i Romani non potendo prevalere, o mantenere a lungo il predominio, fecero degli accordi di “non belligeranza”, costituirono “stati cuscinetto” che fossero neutrali o meno avversi, costruirono un solido confine fortificato, il “limes” germanico e danubiano che segnavano i confini dell’Impero Romano, o il “Vallo di Adriano” e si limitarono a difendere ciò che avevano fin lì conquistato.

Poi, all’interno del loro confine, abbattute tutte le resistenze, pacificate tutte le popolazioni conquistate, offerta loro la possibilità di integrarsi nello stato, nell’unico modo possibile, cioè romanizzarsi, stabilivano la “Pax Romana” cioè la Pace Romana. E, in cosa consistesse questa pace, lo spiega chiaramente lo scrittore Publio Cornelio Tacito riferendo le parole di Galcaco, il capo barbarico, prima della battaglia dell’83 d.C. contro l’esercito di Gnaeus Julius Agricola, suocero di Tacito e governatore della Britannia, nella quale i romani ebbero 360 morti e gli Scoti circa 10000:

“Romani, ubi solitudinem faciunt, pacem appellant” i Romani dove fanno un deserto, lo chiamano pace. Questa era la pace romana: conquistavano una terra, distruggevano ogni riferimento concreto o astratto che fosse in contrasto con Roma e che affermasse l’indipendenza dei conquistati, ne assoggettavano gli abitanti, davano loro una nuova lingua, nuove istituzioni, nuove leggi. In questo modo affermavano la loro pace.

Era accaduto la stessa cosa 92 anni prima, nel 9 a.C., nella stessa Roma quando il Senato aveva fatto costruire l’Ara Pacis (l’Altare della Pace) per celebrare Augusto come artefice di quella pace e di quell’ordine che imponevano su tutto l’impero le stesse leggi, la stessa lingua e un’unica economia dopo la stagione delle guerre civili susseguite all’eliminazione di suo zio, il dittatore perpetuo Caio Giulio Cesare. Anche questa pace era stata fondata sul sangue e sull’uso della forza.

Riuscirono questi esempi di pace imposta dall’alto a stabilire nel mondo, per il tempo a venire, un periodo di pace costante, in cui non vi fossero più guerre tra i popoli europei? Se guardiamo alla storia millenaria che ci divide dai tempi dell’impero romano a oggi, il quadro è desolante: una lunga scia di sangue ha segnato tutto questo periodo fino ai giorni nostri. È inutile fare l’elenco, basta essere andati a scuola e aver studiato la storia. Preparare la guerra per avere la pace non è stata per niente una buona ricetta!

E pure l’insegnamento che ne era il substrato. Domandiamoci: cosa s’insegnava ai ragazzi per prepararli? Quando ero bambino, era normale giocare alla guerra e nessuno si stupiva se i coetanei si lanciavano bombe immaginarie (anche atomiche) o se si sparavano facendo “boom” con la bocca e “fingendosi morti”; e gli adulti non si facevano scrupolo di regalarci pistole e fucili giocattolo. Così com’era normale pensare che da grandi ognuno di noi sarebbe andato a fare il militare (anzi, anormale era considerato chi per un qualsiasi motivo dovesse essere riformato alla visita di leva). Ed era ovvio che ci si preparasse per una eventuale, esecrabile ma normalissima guerra: il nostro mondo di allora, da millenni, la dava per inevitabile (da che mondo è mondo si è sempre combattuto, gli uomini in guerra, le donne a fare le crocerossine).

Del resto, per tutto il ventennio fascista, in Italia i ragazzi erano allevati a un futuro guerriero sin dall’infanzia: per l’Opera Nazionale Balilla, che era l’organizzazione giovanile del regime, prima si era “figli della lupa”, poi “balilla”, in seguito “avanguardisti” infine sarebbero entrati nei “fasci giovanili di combattimento”. Le famiglie si organizzavano per celebrare ogni settimana il “sabato fascista”, ci si vestiva con la camicia nera e si partecipava con i figli alle adunate. Tutti lo dovevano fare, volenti o nolenti. Si doveva essere preparati a diventare “quaranta milioni di baionette” come voleva la propaganda del partito fascista. E questo insegnamento militarista, proveniente dal passato e amplificato nel ventennio fascista, ci è stato trasmesso anche nell’Italia del dopo guerra, privato degli slogan del fascismo, ma militarista nella sua essenza.

E cosa succedeva in quegli stessi anni nella Russia sovietica? Basta guardare i filmati d’epoca per fare il confronto: se cambiamo il fascio littorio con la falce e il martello, o il muso di Mussolini con quello di Lenin troviamo anche lì lo stesso insegnamento militarista: L’Unione della Gioventù Comunista Leninista di tutta l’Unione, nota con l’abbreviazione Komsomol era, come L’Opera Nazionale Balilla nell’Italia fascista, l’organizzazione che riuniva i giovani e costituiva, “supporto attivo e riserva” del Partito Comunista dell’Unione Sovietica.

Se guardiamo agli altri paesi d’Europa il quadro non era molto dissimile. A parte lo scontato riferimento alla “Hitler Jugend (Gioventù Hitleriana)” che vigeva in Germania allo stesso modo come quella italiana e giapponese, nei paesi non fascisti la musica era sempre la stessa. In Francia i giovani sognavano di emulare le gesta dei legionari della “Legione Straniera” con le sue epopee africane. In Gran Bretagna come non ricordare le conquiste dell’Impero Britannico in Africa, in India, in Australia che hanno fornito storie per i libri dei bambini inglesi di tutti i tempi. Non parliamo poi dei racconti del Far West americano, con le sue guerre contro i messicani e i nativi americani: abbiamo visto tutti i nostri bei film di cow boys e siamo tutti usciti dal cinema percuotendoci le terga come frustando un cavallo e sparando la pistola fumante costituita dal nostro dito indice e pollice. La guerra ci è sempre stata insegnata come un mito positivo, mai negativo, fin dalla nostra infanzia.

Poi però è successa una cosa inaspettata. Dopo la seconda guerra mondiale, dopo la nostra e le altre costituzioni democratiche che ne sono seguite, si è andata formando una nuova sensibilità in Europa. Ed è nata anche l’Europa politica: un miracolo. Dopo millenni di guerre, questo continente, in passato il più guerrafondaio di tutti, ha scommesso sulla possibilità di vivere insieme tra tutte le nazioni che lo compongono, senza risolvere le controversie con il confronto delle armi, ma con il confronto delle idee. Resistendo a tutto e a tutti siamo riusciti, nel nostro interno, nel nostro territorio, a non scannarci più come avevamo fatto in passato. Per 80 anni.

I nostri stati sono diventati più accoglienti, meno sanguinari: in questo continente che è la culla di Cesare Beccaria, quando ero ragazzo in Francia c’era ancora la ghigliottina, in Gran Bretagna l’impiccagione e in Spagna la garota, ovunque è stata abolita la pena di morte, ci siamo dati istituzioni dove al centro c’è la persona umana con i suoi diritti e i suoi doveri, sono stati pressoché aboliti gli insegnamenti militaristi, il servizio militare che un tempo era obbligatorio è diventato volontario, è stata introdotta l’obiezione di coscienza. L’Europa è un unicum mondiale!

Tutto questo nella speranza che anche le altre nazioni che ci circondano e che non fanno parte dell’Unione Europea, nel confronto prendessero spunto da noi e abolissero anche loro il loro insegnamento militarista.

Purtroppo non è andata così. I militaristi hanno continuato ad essere tali tutto intorno a noi.


Visitando i siti russi non si può fare a meno di rimanere colpiti dal fatto che in Russia madri e genitori vestano ancora i figli con le uniformi militari come si faceva durante il nostro fascismo, li iscrivono quando sono ancora piccoli alle scuole militari, li portano a trascorrere il tempo libero nei campi di addestramento come faremmo oggi portandoli ai campi scout, a scuola imparano a montare e smontare un fucile mitragliatore, anche a occhi chiusi, e a fare fuoco su obiettivi fissi e mobili.

Perché un bambino dovrebbe vestirsi da soldato? Per imparare a essere carne da macello per un sanguinario dittatore che ha già rubato un milione di bambini alle madri russe, e altrettanti alle donne ucraine, e che distrugge i condomini ucraini giorno e notte perché brama il potere imperiale? Le madri russe che hanno figli piccoli vestiti da soldato dovrebbero invece tenerli lontani dal rischio di essere mandati in guerra, ora che sono giovani e hanno tempo. Perché lo fanno?

L’oppositore di Putin, Aleksandr Glebovič Nevzorov, ex parlamentare russo che vive all’estero, per non fare la fine di Aleksey Navalny, in un video afferma che la Russia ama la militarizzazione perché, con l’indottrinamento a cui sono state sottoposte per anni da una propaganda subdola e a senso unico anche le persone comuni ambiscono a diventare eroi nazionali!

Mentre da noi, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il militarismo è diventato un disvalore, per la Russia questo è un valore capitale!

Noi vogliamo la pace e insegniamo la pace ai nostri ragazzi: se vuoi la pace preparati alla pace. Certo, noi ci siamo e ci stiamo preparando alla pace per avere la pace, da quelli che la pensano come noi. Ma come prepararci rispetto a quelli che la pensano diversamente in un mondo dove molti si preparano alla guerra pensando che solo con la guerra possano imporre la loro idea di pace, che poi è sempre la stessa idea: un deserto di distruzione, seguito a una guerra, e chiamato pace?

Come da più di cento anni sta avvenendo in Medio Oriente. Guerra che porta altra guerra, occhio per occhio che rende tutti ciechi, distruzione per distruzione che rende tutto un deserto, nemmeno tanto pacifico. Quale insegnamento impartisce nella terra di Palestina lo stato di Israele ai propri cittadini? Che è lecito armarsi e farsi giustizia da sé? Che l’unica legge che vale è quella del più forte?

Israele pensa di risolvere i suoi problemi sempre con l’uso unilaterale della forza. Anche nel caso Adolf Eichmann, per la sua giusta cattura e punizione Israele non ha voluto attendere i tempi legali ma lunghi della giustizia internazionale, come avrebbe fatto qualsiasi paese europeo: è andato in Argentina dove viveva, lo ha rapito e se lo è portato via. Anche nel caso dell’esecrando attentato di Monaco, ha scovato i presunti colpevoli in vari paesi esteri e li ha assassinati, fregandosene dei diritti delle nazioni ospitanti.

Come nel caso dell’ignobile attentato del 7 ottobre, l’ala militarista dello stato di Israele in terra di Palestina se ne infischia della popolazione inerme e la uccide a migliaia per vendicarsi di poche decine di terroristi, creando quel deserto di desolazione che è il terreno fertile di ogni futuro frutto dell’odio. Un odio che genererà terrorismo diretto verso Israele: ogni azione provoca una reazione uguale e contraria, anche a distanza di molto tempo. L’odio è un seme che germoglia con molta lentezza, ma che colpisce inaspettatamente.

Con questo non si vuole giustificare la parte araba che vive in terra di Palestina, che ha avuto molte volte l’occasione per dividere pacificamente quella terra in due stati: lo stato di Israele in terra di Palestina e lo Stato palestinese in terra di Palestina. Quando nel 1948 le Nazioni Unite hanno consentito a ognuna delle popolazioni presenti in terra di Palestina, gli Ebrei e gli Arabi, la creazione di un proprio stato, gli Ebrei hanno scelto di creare il proprio chiamandolo Israele. Gli Arabi hanno deciso di non creare il proprio ma di distruggere quello degli Ebrei. Che grande iniezione di odio hanno inoculato gli Arabi allora in questa storia!

E quando a Yasser Arafat fu offerta la stessa occasione nello storico incontro per la firma degli accordi di Oslo del 13 settembre 1993 fra Yitzhak Rabin, Bill Clinton e lo stesso Arafat, gli Arabi di Palestina rifiutarono preferendo continuare la guerra per la distruzione di Israele. Che altra grande occasione fu persa anche allora.

Oggi, mentre si stava negoziando con l’Iran per la rinuncia a costruire quella bomba atomica, che a Israele è stato invece concesso di possedere (non si sa perché, ma questa è un’altra storia), Israele in barba ad ogni legge internazionale attacca unilateralmente l’Iran in modo preventivo, e noi lo guardiamo fare il proprio comodo senza alcuna reazione.

Un’azione preventiva che fa il paio con quella posta in essere dalla Russia federale del 24 febbraio 2022 contro l’Ucraina, accusata di “prepararsi” ad attaccarla e ad entrare nella NATO.

Questo militarismo becero da stato canaglia è inaccettabile nel consesso delle nazioni civili!

Per confrontarsi con queste occorre non far sorgere illusioni verso un possibile aggressore: lo scorpione non ha forti artigli davanti, ti può abbracciare senza farti male, ma se trova qualcuno aggressivo riserva una sorpresa che tiene ben visibile in alto per convincerlo a non attaccarlo per possibili ritorsioni: “in cauda venenum (nella coda ha il veleno)” in un pungiglione avvelenato. Questa è la sua deterrenza.

E questa deve essere anche per noi europei la nostra deterrenza: amici con tutti, fautori di rapporti basati sulla diplomazia e sul rispetto reciproco, pronti a risolvere pacificamente qualsiasi controversia internazionale: ma con i militaristi, con i guerrafondai, con i bulli ovunque essi siano, dobbiamo essere pronti a reagire, tutti assieme, con un’unica forza. Se vogliamo la pace dobbiamo preparare la pace ma essere pronti a resistere efficacemente, tutti assieme noi europei, in caso di una guerra che questo atteggiamento di deterrenza tende ad evitare. Uno stato unito, un unico esercito comune.

Questo è il nostro nuovo obiettivo per il futuro.

Fino a che anche gli altri imparino a mettere da parte il loro atteggiamento aggressivo.

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