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Focus internazionale

L’ulivo, simbolo di resistenza.

La violenza dei coloni e la battaglia per la terra in Cisgiordania.

La Cisgiordania è teatro di una crescente ondata di violenza da parte dei coloni israeliani, che mira a distruggere non solo le vite e le proprietà dei palestinesi, ma anche il loro legame profondo con la terra. Gli attacchi, spesso protetti o agevolati dall’esercito israeliano, prendono di mira residenti, case e infrastrutture vitali, come l’acquedotto di Ein Samia, nella valle del Giordano, ma si concentrano in modo particolarmente brutale sugli uliveti, un simbolo millenario di identità, sopravvivenza ed economia per il popolo palestinese.

Gli episodi di violenza non sono casi isolati, ma parte di una strategia sistematica di distruzione per favorire l’espansione degli insediamenti. Coloni armati e mascherati hanno assalito villaggi come Qawawis e Al-Rakeez, aggredendo i residenti, senza risparmiare anziani e bambini. Alcune aggressioni sono state particolarmente brutali, sono stati incendiate abitazioni e veicoli privati, con raid notturni che hanno provocato decine di vittime e la distruzione di numerosi terreni agricoli, causando lo sfollamento di centinaia di palestinesi.

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Nel villaggio di Al-Rakeez, uno dei dodici villaggi palestinesi situati nelle colline a sud di Hebron, che costituiscono Masafer Yatta, lo sheikh Saeed, che aveva perso una gamba pochi mesi prima, dopo essere stato colpito da un colono, è stato nuovamente aggredito mentre si trovava nella sua proprietà.

La distruzione degli uliveti, in particolare, è un atto vigliacco di “punizione” collettiva e di esproprio culturale, qualcosa che scava profondamente nel tessuto sociale palestinese. ​Negli ultimi anni, il villaggio di al-Mughayyir, nel governatorato di Ramallah, è diventato un punto nevralgico di tensioni e conflitti: solamente negli ultimi giorni sono stati sradicati oltre 10.000 ulivi, inclusi alberi secolari, un atto giustificato dal capo del Comando Centrale israeliano, Avi Bluth, come ritorsione per il lancio di pietre contro i coloni. Dal 1967, si stima che Israele abbia sradicato oltre 800.000 ulivi, nel tentativo di alterare il paesaggio per cancellare la presenza storica palestinese e facilitare l’espansione degli insediamenti. Come annunciato recentemente dal governo israeliano, è prevista la costruzione di 3.000 nuove case a Gerusalemme Est. Diverse organizzazioni internazionali, inclusa Amnesty International, denunciano che l’esercito israeliano, invece di proteggere i civili palestinesi residenti, spesso coopera o fornisce copertura agli aggressori, un’accusa supportata anche da dati dell’ONU, che ha documentato quasi 1.000 morti in Cisgiordania dall’ottobre 2023. Ma nonostante la violenza incessante e il rischio costante, i residenti continuano a difendere la propria terra e la propria identità.

La resistenza palestinese si basa su un concetto fondamentale chiamato “Sumud,” che in arabo significa “stare saldi” o “resilienza”. La quotidianità, in questo contesto, diventa un atto di resistenza: coltivare la terra, mantenere la propria casa, atti in apparenza normali che diventano un rifiuto silenzioso, ma potente, della politica di sfollamento forzato. Tuttavia, è sul campo che la resistenza continua, con un simbolo inattaccabile: l’ulivo.

Piantare un ulivo è un atto di speranza che va oltre la semplice agricoltura. Per i palestinesi, è un gesto di appartenenza, un legame indissolubile con le proprie radici e il futuro. Le radici profonde di questi alberi secolari sono una metafora della resilienza e della tenacia del popolo palestinese, che si rifiuta di abbandonare la propria terra. In un contesto di violenza e ingiustizia, l’ulivo continua a ergersi come un guardiano silenzioso, un simbolo della loro lotta per la dignità e la libertà. L’olio che si ricava da questi frutti è l’essenza stessa di un popolo che, nonostante tutto, si rifiuta di scomparire.

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