TEHERAN – Mentre il Medio Oriente sprofonda in un conflitto regionale senza precedenti, con lo Stretto di Hormuz bloccato e le capitali del Golfo sotto attacco, una tragedia silenziosa si sta consumando dietro le mura del carcere di Evin.
Lo “stato di emergenza” dichiarato dal regime non è una misura di sicurezza, ma il preludio a un massacro silenzioso: un intero braccio della resistenza iraniana è stato di fatto abbandonato al proprio destino sotto le bombe.
Le notizie che filtrano dal cuore della repressione iraniana descrivono uno scenario apocalittico. Mentre a Mariwan, nella provincia del Kurdistan, molto vicino al confine con l’Iraq, si segnala il rilascio di alcuni detenuti comuni in seguito ai bombardamenti sui centri militari, a Teheran il silenzio delle autorità alimenta il terrore delle famiglie. I prigionieri, privati della possibilità di fuggire o proteggersi, rischiano di diventare le vittime collaterali di una guerra di cui non hanno alcuna responsabilità.
Video circolati nelle ultime ore mostrano unità antisommossa e forze di sicurezza dei Pasdaran schierate massicciamente attorno al perimetro di Evin. Testimoni oculari riferiscono che le autorità hanno istituito posti di blocco in tutta la capitale: in un filmato proveniente dall’area di Ashrafi Esfahani, una delle principali direttrici nord-sud della città, si vede una donna riprendere le forze di sicurezza armate mentre esplodono colpi d’arma da fuoco.
All’interno del carcere, l’ordine è saltato. Il Comitato per la Liberazione dei Prigionieri Politici riporta che gran parte del personale ha abbandonato i posti di guardia, la distribuzione di cibo è ferma, lo spaccio interno è chiuso e ogni contatto con l’esterno è interrotto. Ma l’accusa più grave è quella di “tortura collettiva”: secondo diverse denunce, il regime avrebbe iniziato il trasferimento forzato di prigionieri politici verso basi militari strategiche, utilizzandoli come scudi umani nel disperato tentativo di scoraggiare gli attacchi aerei di Stati Uniti e Israele.
Le testimonianze raccolte dal Centro Abdorrahman Boroumand per i Diritti Umani in Iran restituiscono il senso di impotenza di chi è rinchiuso. “Tutto quello che riusciamo a sentire è il rombo dei jet” riporta un detenuto di Evin, “I raid della scorsa notte erano terrorizzanti, vicinissimi. Tutti urlavano. I vetri delle finestre sono andati in frantumi”. Situazione analoga nel carcere di Urmia, nell’estremo nord-ovest dell’Iran, prigione tristemente nota per la detenzione di moltissimi prigionieri politici curdi e per l’alto numero di esecuzioni: “Da due giorni il boato dei caccia è costante. I prigionieri hanno dovuto pensare da soli alla propria incolumità, coprendo le finestre con il nastro adesivo per evitare che le schegge di vetro li ferissero. Sono rimasti solo gli ufficiali di guardia; i vertici dell’autorità sono introvabili”.
In questo contesto di instabilità, il Centro per i Diritti Umani Iraniano ha invocato l’immediata applicazione della Risoluzione n. 211 del Consiglio Supremo Giudiziario. Emanata originariamente nel gennaio 1987 (22 Dey 1365) durante la guerra Iran-Iraq, questa norma impone alla magistratura di proteggere la vita dei detenuti in tempo di guerra, utilizzando strumenti come la libertà condizionale o il trasferimento in luoghi sicuri. L’articolo 6(1) del Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici , di cui l’Iran è firmatario, stabilisce che “ogni essere umano ha il diritto inerente alla vita”. Quando una persona è sotto la custodia dello Stato, quest’ultimo ha l’obbligo legale e morale di proteggerla da ogni rischio prevedibile. Eppure, le autorità continuano a ignorare la sicurezza dei propri cittadini. Rapporti da Urmia, Nagadeh e Mariwan indicano che la cauzione viene concessa solo a chi ha accuse non politiche, lasciando i prigionieri di coscienza intrappolati sulla linea del fuoco.
La crisi carceraria si inserisce in un quadro geopolitico mutato drasticamente. La notizia dell’uccisione del Leader Supremo Ali Khamenei, accolta con manifestazioni di gioia nelle strade di Teheran, ha accelerato la decomposizione del potere centrale. Parallelamente, il conflitto è esploso oltre i confini: i Pasdaran hanno colpito Riad, Dubai e Abu Dhabi. Lo Stretto di Hormuz è fermo dal 28 febbraio; con il blocco del 20% del petrolio mondiale, i prezzi dell’energia sono destinati a esplodere. Le principali compagnie aeree europee hanno cancellato i voli, mentre le flotte americane in Bahrein e Qatar sono sotto il fuoco di missili e droni.
Mentre l’intero scacchiere mondiale trattiene il fiato, la sorte dei prigionieri di Evin rimane il test definitivo per la comunità internazionale. Già lo scorso anno, durante gli scontri di giugno, le autorità iraniane non avevano protetto i detenuti: i bombardamenti sul carcere di Evin causarono decine di morti tra prigionieri, personale e familiari in visita.
Mentre l’autorità centrale si dissolve e il personale abbandona le strutture, le mura di Evin cessano di essere solo uno strumento di detenzione: lasciare i prigionieri politici bloccati nel punto esatto dell’impatto significa trasformare il caos della guerra nell’ultimo, definitivo strumento di eliminazione dei dissidenti. In questo vuoto di comando, la prigione non è più un carcere, ma un bersaglio in attesa.


