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Editoriali

M.O, l’esempio di Eli Sharabi il ruolo della politica in un mondo ancora segnato dall’orrore

L’accordo di pace per Gaza rappresenta una sfida fondamentale, un’occasione rara e difficile per una politica che sia davvero lungimirante e fattiva

In un contesto muto di dolore e distruzione, l’umanità si ritrova a festeggiare anche per un accordo fragile: per non arrendersi alla paura, all’odio e alla vendetta, guardando avanti, disegnando un futuro che non sia segnato solo dalla distruzione di ieri.
L’accordo di pace per Gaza rappresenta una sfida fondamentale, un’occasione rara e difficile per una politica che sia davvero lungimirante e fattiva.
Oggi, tra le rovine di un conflitto che ha carpito la vita di quasi settantamila palestinesi, dopo l’orrore del 7 ottobre  e quelle 1200 vittime israeliane strappate le loro famiglie, siamo chiamati a ricordare le storie di chi ha perso ogni cosa, eppure ancora – nonostante tutto – trova il coraggio di andare avanti.
Come l’ostaggio Eli Sharabi, che dopo 491 giorni nelle mani di Hamas e dopo che i terroristi gli avevano fatto credere che sua moglie e le sue figlie fossero vive, ha dovuto confrontarsi con la brutalità della realtà: le sue aspettative di salvezza e di riabbracciare la sua famiglia, sono state annientate dalla crudeltà più spietata.
Eppure, nonostante l’orrore, a chi gli chiede come faccia a sopportare tanto dolore, Eli risponde: “Non ho il privilegio di non andare avanti con la mia vita”.
Questa, cari lettori, è l’emblema di una condizione umana che non si arrende, che si rialza e che, anche di fronte alla più beffarda delle violenze, sceglie di vivere.
Dobbiamo far proprio – tutti – il senso di questa testimonianza, assimilarlo come insegnamento cardine: la pazienza, la resilienza, il desiderio di un domani diverso sono il fondo comune di tutte le vittime di questa guerra, di ogni guerra.
Le vittime non sono solo numeri, sono storie di sofferenza e di lotta che ci devono scuotere e motivare a fare di più, a chiedere di più.
È il momento in cui la politica non può più permettersi di essere spettatrice passiva o di limitarsi a dichiarazioni di circostanza; deve fare, deve progettare, deve disegnare un futuro che rompa la catena dell’odio e della vendetta.
Sì, bisogna restare umani ma anche vigili e scettici.
Il cammino verso la pace è irto di ostacoli e l’accordo voluto da Trump è fragile.
Ma questa non può essere una scusa per non gioire. È invece una ragione in più per rinnovare l’impegno, per spingere le leadership mondiali e nostrane a mettere da parte l’interesse immediato e puntare a un’epoca di stabilità, di riconciliazione, di prospettive concrete per i cittadini di Gaza, di Israele e di tutta la regione.
Perché il vero test della politica non è nella gestione delle crisi, ma nella capacità di costruire un domani diverso.
Perché il futuro si disegna ora, con ogni gesto di dialogo, con ogni passo prudente ma deciso. La pace non è solo la fine di un conflitto, ma l’inizio di un percorso di ricostruzione sociale e umana più grande, più forte delle ferite.
Restiamo quindi vigili, sì, ma anche sognanti.
E, soprattutto, capaci di vivere. Per chi ha perso tutto, per chi ha subito l’orrore, per Eli Sharabi e per tutti quelli che credono ancora in una vita dignitosa e pacifica.

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Eli SharabiGazaIsraele

Esperta di questioni internazionali, africanista. È stata insignita per il suo lavoro di giornalista della Medaglia di rappresentanza della Presidenza della Repubblica.

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