Madagascar affronta ancora una volta una crisi alimentare strutturale che, anno dopo anno, continua a colpire in modo particolare le regioni meridionali e sud-orientali dell’isola. Secondo il Programma alimentare mondiale (PAM), circa 1,8 milioni di persone si trovano oggi in una condizione definita “molto preoccupante”, un dato che conferma la persistenza di una vulnerabilità cronica aggravata da fattori climatici, economici e politici.
Le aree più colpite sono quelle storicamente marginalizzate, dove l’accesso alle risorse, alle infrastrutture e ai servizi pubblici resta limitato. Qui, il cambiamento climatico sta incidendo in maniera sempre più evidente sui cicli agricoli: le piogge irregolari e i ritardi nei raccolti compromettono la disponibilità di cibo, innescando una spirale di insicurezza alimentare difficile da interrompere.
La crisi raggiunge il suo apice durante il cosiddetto periodo di “soudure”, che va da ottobre ad aprile. In questi mesi, le scorte alimentari delle famiglie si esauriscono progressivamente, costringendo le comunità ad acquistare cibo proprio quando i prezzi aumentano. Si tratta di un meccanismo che accentua le disuguaglianze e mette sotto pressione i nuclei familiari più fragili.
I dati più recenti indicano che circa 1,7 milioni di persone si trovano in una fase di crisi (fase 3 dell’indice IPC), mentre almeno 71.000 sono in condizioni di emergenza (fase 4), a un passo dalla carestia. Si tratta di numeri che delineano un quadro estremamente critico, in cui la sicurezza alimentare non è solo una questione contingente, ma una condizione strutturale.
Di fronte a questa situazione, molte famiglie adottano strategie di sopravvivenza che hanno conseguenze a lungo termine. Ridurre il numero dei pasti giornalieri, ritirare i figli da scuola o vendere beni essenziali sono pratiche sempre più diffuse. In alcuni casi, gli uomini lasciano i villaggi per cercare lavoro nelle aree urbane o in altre regioni del Paese, come quella di Majunga, contribuendo a una frammentazione del tessuto sociale e familiare.
A complicare ulteriormente il quadro è la riduzione dei finanziamenti internazionali destinati agli interventi umanitari. Le organizzazioni presenti sul territorio, già impegnate in un contesto difficile, si trovano ora a operare con risorse limitate, proprio mentre i bisogni aumentano. Questo squilibrio tra domanda e offerta di aiuti rischia di compromettere la capacità di risposta nel medio periodo.
La crisi alimentare in Madagascar non può essere letta come un’emergenza episodica, ma come il risultato di una combinazione di fattori strutturali: isolamento geografico, debolezza istituzionale, cambiamenti climatici e dipendenza dagli aiuti esterni. In assenza di interventi sistemici e duraturi, il rischio è quello di una progressiva normalizzazione dell’emergenza.


