L’ex presidente del Senato del Madagascar Richard Ravalomanana è stato condannato a dieci anni di lavori forzati per il suo coinvolgimento nella repressione delle manifestazioni del settembre e ottobre 2025, culminate nella caduta del governo di Andry Rajoelina. La sentenza è stata pronunciata martedì 1° settembre dal tribunale di Antananarivo, al termine di una sola giornata di udienza.
Ravalomanana, generale della gendarmeria in pensione e figura di primo piano del precedente sistema di potere, è stato riconosciuto colpevole di «complicità in omicidio» e «complicità in percosse e lesioni volontarie». La decisione giudiziaria attribuisce dunque una responsabilità all’ex presidente del Senato nella gestione violenta delle proteste che attraversarono il paese per quasi tre settimane e che contribuirono alla caduta di Rajoelina il 14 ottobre 2025.
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Le manifestazioni erano state disperse dalle forze di sicurezza con un ampio ricorso a gas lacrimogeni e proiettili di gomma. Durante la crisi, l’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, aveva inoltre denunciato l’impiego di munizioni vere da parte di alcuni agenti.
Secondo il bilancio delle Nazioni Unite, durante la mobilitazione furono uccise 22 persone e circa un centinaio rimasero ferite. La repressione e le responsabilità delle forze di sicurezza erano così diventate uno dei principali nodi politici e giudiziari lasciati aperti dal cambio di regime.
Al centro delle accuse contro Ravalomanana vi è soprattutto il ruolo della gendarmeria. Pur non essendone più un ufficiale in servizio, l’ex presidente del Senato avrebbe conservato una notevole influenza sul corpo. Già nel dicembre 2025, in occasione del suo arresto e della sua destituzione, il procuratore generale della Corte d’appello di Antananarivo lo aveva accusato di avere diretto «azioni violente per reprimere le manifestazioni».
Ravalomanana era divenuto una delle personalità più contestate durante le proteste. Il suo passato militare, la vicinanza a Rajoelina e la posizione istituzionale lo avevano trasformato, agli occhi di molti manifestanti, in uno dei simboli dell’autoritarismo attribuito al precedente governo.
Anche alcuni elementi della sua immagine pubblica – dal caratteristico cappello da cowboy all’ostentazione delle decorazioni militari – erano stati ripresi e rovesciati in chiave ironica dagli oppositori. La notizia della condanna ha infatti provocato numerose reazioni sui social network, in particolare negli ambienti della cosiddetta Gen Z che avevano avuto un ruolo importante nella mobilitazione del 2025.
La sentenza, tuttavia, non chiude il procedimento. L’avvocato dell’ex presidente del Senato, Lazatiana Razafimamonjy, ha annunciato l’intenzione di presentare appello.
Il processo assume un significato politico che va oltre il destino personale di Ravalomanana. A meno di un anno dalle proteste che hanno determinato il cambio di regime, il Madagascar si confronta infatti con la questione delle responsabilità per la violenza esercitata durante quelle settimane. La condanna di una delle figure più importanti del precedente apparato di potere rappresenta un primo passaggio giudiziario, mentre resta aperta la questione più ampia dell’accertamento delle responsabilità individuali e istituzionali per le vittime della repressione.


