Il Madagascar si trova al centro di una nuova partita geopolitica sulle materie prime strategiche. Gli Stati Uniti hanno deciso di sostenere il progetto Ampasindava, uno dei principali giacimenti africani di terre rare, nell’ambito di una più ampia strategia volta a diversificare le catene di approvvigionamento dei minerali critici e a ridurre il predominio cinese nel settore.
Il progetto è sviluppato dalla società Harena Rare Earths, quotata alla Borsa di Londra, e prevede un investimento complessivo di circa 150 milioni di dollari. Nei giorni scorsi la U.S. International Development Finance Corporation (DFC) ha annunciato un primo sostegno fino a 4,84 milioni di dollari, destinato agli impianti pilota, ai test di laboratorio e ai programmi ambientali. Pur trattandosi di una cifra limitata rispetto all’investimento complessivo, il finanziamento rappresenta un importante segnale politico e potrebbe aprire la strada a un maggiore coinvolgimento statunitense nelle fasi successive del progetto.
Secondo il Dipartimento di Stato americano, l’iniziativa rientra nella strategia di Washington per rafforzare gli investimenti occidentali nei minerali critici in Africa, un settore nel quale le aziende cinesi hanno consolidato negli ultimi anni una posizione dominante, soprattutto nell’estrazione e nella lavorazione di rame, cobalto, litio e terre rare.
Il giacimento di Ampasindava contiene elementi come neodimio, praseodimio, disprosio e terbio, fondamentali per la produzione di magneti permanenti impiegati nelle auto elettriche, nelle turbine eoliche, nei dispositivi elettronici e nei sistemi di difesa avanzati, inclusi aerei da combattimento e missili guidati di precisione.
Secondo Harena Rare Earths, il sito potrebbe produrre circa 4.000 tonnellate annue di ossidi di terre rare, di cui circa 1.700 tonnellate dei materiali più richiesti dall’industria dei magneti ad alte prestazioni. L’azienda ha comunicato di essere in attesa del permesso di sfruttamento minerario da parte delle autorità del Madagascar e punta ad avviare la produzione entro la metà del 2028.
Parallelamente, sono in corso valutazioni sulla fase di raffinazione, che potrebbe essere realizzata negli Stati Uniti o in Europa attraverso partnership industriali con aziende specializzate. Anche questo aspetto risponde all’obiettivo di costruire una filiera alternativa a quella oggi dominata dalla Cina, che mantiene una posizione di forza non solo nell’estrazione ma soprattutto nella lavorazione delle terre rare.
La vicenda conferma come il continente africano sia sempre più al centro della competizione internazionale per il controllo delle risorse strategiche. In un contesto segnato dalla transizione energetica, dalla digitalizzazione e dal riarmo di numerosi Paesi, l’accesso ai minerali critici assume un valore economico, industriale e geopolitico crescente. Il Madagascar, finora rimasto ai margini dei principali flussi di investimento nel settore, potrebbe così diventare uno degli snodi della nuova geografia mondiale delle materie prime.


