Le concertazioni nazionali sulla “Refondation” del Madagascar inizieranno il 3 giugno 2026, dopo diversi rinvii che hanno già alimentato dubbi e tensioni nel paese. L’annuncio è stato fatto dal presidente della Refondazione, Michael Randrianirina, durante una visita ufficiale in Congo, al ritorno dal summit Africa Forward di Nairobi. Ma la definizione di una nuova data non ha contribuito a raffreddare il clima politico, anzi: proprio nelle stesse ore, un deputato dell’opposizione ha presentato alla Haute cour constitutionnelle una richiesta di destituzione del capo dello Stato.
Il Madagascar attraversa infatti una fase delicata e ambigua, in cui il linguaggio della “rifondazione nazionale” convive con accuse di deriva autoritaria, arresti arbitrari e crescente sfiducia reciproca tra istituzioni, opposizioni e società civile. Le concertazioni erano inizialmente previste per maggio, poi rinviate al 20 maggio e infine spostate all’inizio di giugno. Una sequenza di slittamenti che, in molti osservatori, rafforza la percezione di un processo ancora fragile e politicamente instabile.
La richiesta di destituzione presentata dal deputato Antoine Rajerison rappresenta un ulteriore segnale della profondità della crisi. Figura emersa durante il sollevamento dell’ottobre scorso, Rajerison accusa il colonnello Randrianirina di ripetute violazioni della Costituzione e denuncia gli arresti di giovani militanti della Gen Z, avvenuti nelle ultime settimane. La contestazione non riguarda soltanto la gestione dell’ordine pubblico, ma anche la legittimità complessiva del percorso politico avviato dal governo.
Sul piano formale, le concertazioni dovrebbero coinvolgere attori politici, rappresentanti religiosi, imprenditori, militari e organizzazioni della società civile. Tuttavia, proprio il carattere inclusivo del processo appare oggi uno degli aspetti più contestati. Il FFKM, il Consiglio ecumenico delle Chiese cristiane del Madagascar, sostiene infatti di essere stato progressivamente marginalizzato, nonostante fosse stato incaricato dal presidente di guidare il dialogo nazionale già nel novembre scorso. I leader religiosi hanno così deciso di organizzare un proprio incontro autonomo tra il 18 e il 21 maggio, presentandolo come una fase preliminare e distinta rispetto alle future concertazioni ufficiali.
Dietro il confronto politico si intravede una questione più ampia: la difficoltà di costruire processi di transizione realmente condivisi in contesti segnati da sfiducia istituzionale e forte polarizzazione. In Madagascar, il termine stesso “Refondation” assume oggi un significato ambivalente. Da un lato richiama l’idea di una ricostruzione nazionale e di un nuovo patto politico; dall’altro rischia di apparire, agli occhi di una parte dell’opinione pubblica, come uno strumento di rilegittimazione del potere in una fase di forte instabilità.
Restano inoltre aperti nodi decisivi per il futuro del paese: la possibile definizione di una nuova Costituzione, la natura della transizione politica e soprattutto l’organizzazione delle elezioni previste entro la fine del 2027. Le prossime settimane saranno quindi cruciali per capire se il Madagascar riuscirà a trasformare il processo di concertazione in un reale spazio di mediazione politica oppure se la “rifondazione” finirà per approfondire ulteriormente le divisioni già esistenti.


