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Sviluppo

Madagascar, tra mare e precarietà: i pescatori Vezo stretti tra tradizione e sovrasfruttamento

In Madagascar i pescatori Vezo, nomadi del mare, affrontano la riduzione delle risorse ittiche e la competizione delle flotte industriali straniere che minacciano la loro sopravvivenza.

Lungo la costa sud-occidentale del Madagascar, tra banchi di sabbia effimeri e acque sempre più povere di risorse, sopravvive uno degli ultimi popoli di pescatori itineranti dell’Oceano Indiano: i Vezo. Definiti spesso “nomadi del mare”, questi gruppi basano la propria esistenza su una mobilità continua, seguendo i cicli ittici e adattandosi a un ambiente fragile e in rapido cambiamento.

A bordo di piroghe essenziali, costruite con materiali locali e prive di tecnologie avanzate, i Vezo solcano quotidianamente il mare in cerca di pesce. La loro economia è interamente fondata sulla pesca artigianale, con il pescato venduto a intermediari lungo la costa. Tuttavia, questa pratica, per secoli sostenibile, è oggi messa in crisi da una pressione crescente sulle risorse marine.

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Un episodio emblematico è quello di Laysa, pescatore Vezo, che insieme al fratello e allo zio approda su un minuscolo isolotto sabbioso al largo di Belo-sur-Mer. Dopo ore di navigazione, i tre uomini smontano la loro cattura: tre squali pinna nera. Un bottino che considerano fortunato, soprattutto per il valore commerciale delle pinne, molto richieste sui mercati internazionali. Il resto della carne, pesante e difficile da conservare, rappresenta comunque una fonte di reddito.

Su quell’isolotto, a circa sei miglia nautiche dalla costa, si sono temporaneamente stabilite alcune famiglie Vezo. I loro rifugi, costruiti in pochi minuti con materiali vegetali, sono progettati per essere smontati e ricollocati altrove. La mobilità resta infatti un elemento centrale della loro cultura: Laysa e i suoi compagni prevedono di restare lì solo una settimana, prima di risalire la costa verso nord, in direzione di Maintirano.

Ma questa mobilità non è più una scelta esclusivamente culturale. È diventata una necessità imposta dalla progressiva riduzione delle risorse ittiche. “Un tempo eravamo meno”, racconta Laysa, sottolineando come l’aumento della popolazione e il numero crescente di pescatori malgasci abbiano intensificato la competizione. A ciò si aggiunge la presenza di grandi navi industriali, europee e asiatiche, che spesso sconfinano nelle aree riservate alla pesca artigianale, approfittando della limitata capacità di controllo delle autorità locali.

Il risultato è un progressivo impoverimento delle comunità costiere. I Vezo, che un tempo potevano contare su una relativa abbondanza, oggi si trovano a inseguire risorse sempre più scarse, spingendosi verso zone più lontane e rischiose. La necessità di nuove imbarcazioni, più stabili e adatte a mari difficili, rappresenta un ulteriore ostacolo economico.

La dimensione familiare di questa vita resta profondamente segnata dalla distanza. Laysa è partito a marzo e tornerà nel suo villaggio solo a dicembre, con l’arrivo della stagione dei cicloni. Per mesi, il legame con la moglie e i figli resta sospeso, subordinato alle esigenze del mare e della sopravvivenza.

Il caso dei Vezo evidenzia una tensione crescente tra pratiche tradizionali e dinamiche globali. Da un lato, un sapere locale radicato, fondato su equilibri ecologici delicati; dall’altro, un sistema economico che tende a marginalizzare le forme di sussistenza meno competitive. In questo contesto, la pesca non è solo un’attività economica, ma un indicatore sensibile delle trasformazioni ambientali e sociali in atto.

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