Il 13 settembre 2022 la polizia morale iraniana ferma Mahsa Jina Amini nei pressi della metropolitana di Haghani, a Teheran, contestandole un’infrazione al codice sull’hijab obbligatorio. Il fratello, presente al momento del fermo, cerca di far valere il fatto che entrambi non sono di Teheran e non conoscono a fondo le prassi locali. Gli agenti gli assicurano che si tratta di una formalità: pochi minuti di colloquio, poi sua sorella potrà tornare da lui. Non tornerà più. Tre giorni dopo, il 16 settembre, Mahsa muore in ospedale, dopo essere entrata in coma durante la detenzione. Mahsa, ventiduenne curda originaria di Saqqez, venne portata al centro di detenzione di Vozara. Diversi testimoni raccontarono di un agente che l’avrebbe colpita alla testa mentre la faceva scendere dal furgone; prima di perdere conoscenza, la giovane avrebbe ripetuto più volte di essere stata picchiata. Nel centro chiese di poter avvertire il fratello e domandò cosa ci fosse di sbagliato nel suo abbigliamento, poi crollò a terra. Chi era presente chiese soccorso immediato, ma il personale liquidò la cosa come un finto malessere. Quando finalmente arrivò un medico, Mahsa non respirava più. Morì il 16 settembre 2022, dopo tre giorni di coma. Da quella notte, il suo nome — e il grido Zan, Zendegi, Azadi, “Donna, Vita, Libertà” — ha attraversato le strade dell’Iran e il mondo intero. Le proteste esplose dopo la morte di Mahsa furono le più vaste dalla rivoluzione del 1979. La repressione fu spietata: centinaia di manifestanti uccisi, decine di migliaia di arresti, esecuzioni pubbliche usate come deterrente. Il regime sciolse formalmente la famigerata “polizia morale”, salvo poi farla tornare nelle strade nel giro di pochi mesi. Quattro anni dopo, quella rivolta non si è mai davvero spenta. Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 l’Iran è tornato in piazza contro il collasso economico e la repressione del regime di Khamenei, con una nuova ondata di violenza di Stato. Il 12 settembre scorso, a Parigi, oppositori ed esuli iraniani si sono radunati per ricordare la rivolta del 2022, alla vigilia di questo quarto anniversario, ribadendo lo slogan “Donne, Resistenza, Libertà”. Ma dietro le cifre e gli anniversari, ci sono nomi, e l’Iran continua, oggi, a riempire le sue carceri di donne.
Marziyeh “Sevda” Ebrahimi Shamsabadi, blogger trentatreenne di Bandar Abbas, è stata arrestata a marzo 2026 per i suoi post, tenuta venti giorni in isolamento e sottoposta a forti pressioni durante gli interrogatori. Il 23 agosto la Corte Rivoluzionaria di Bandar Abbas ha comunicato al suo legale la condanna a morte, insieme a pene detentive accessorie, all’interdizione da alcuni servizi statali e alla confisca dei suoi beni. Le accuse contestate includono aver insultato la Guida Suprema, aver condotto attività di propaganda contro la sicurezza nazionale, presunte attività di intelligence per conto di governi ostili e l’invio di fotografie a testate in lingua persiana con sede fuori dal Paese — tra queste, secondo le accuse, l’immagine di un sito colpito da un missile. Prima di sparire nell’arresto, Sevda aveva lasciato ai suoi circa diecimila follower su Instagram un ultimo messaggio, accanto all’immagine di una colomba bianca e di una rosa rossa: sapeva a cosa andava incontro, e scelse comunque la strada in cui credeva. Il suo non è un caso isolato, è un caso esemplare. Sono migliaia le donne che il regime vuole cancellare. I dati delle organizzazioni per i diritti umani restituiscono l’ampiezza di un fenomeno tragico. Secondo Iran Human Rights, nei primi otto mesi del 2026 sono state eseguite almeno 528 condanne a morte nel Paese, di cui 18 donne; il solo mese di agosto ha fatto registrare il numero più alto di esecuzioni femminili dall’inizio dell’anno. Tra le vittime recenti, una donna di 35 anni giustiziata nel carcere centrale di Karaj, la ventiquattrenne Marzieh Nayyeri, impiccata a Qazvin, e Zahra Azizpour, madre di un figlio, giustiziata a Rasht. Accanto alle esecuzioni per reati comuni, cresce in Iran il ricorso alla pena capitale come strumento politico: decine di prigionieri legati alle proteste del gennaio 2026 sono già stati giustiziati, altri restano sotto sentenza. Tra i casi più urgenti c’è quello di Arghavan Fallahi, venticinquenne prigioniera politica per cui diverse organizzazioni chiedono l’immediata sospensione della condanna a morte, e quello di Diana Taherabadi, di soli sedici anni, detenuta nella sezione minorile di un centro di correzione e riabilitazione associato al complesso carcerario di Fardis/Karaj, con l’accusa gravissima di “moharebeh” (“inimicizia contro Dio”), per aver partecipato alle proteste di gennaio — un capo d’imputazione che in Iran può comportare la pena di morte anche per una minorenne. In questa stessa spirale rientra il drammatico caso delle gemelle ventenni Taraneh e Romina Rahimi, arrestate a Isfahan per aver preso parte alle manifestazioni e sottoposte a brutali torture nel carcere di Dastgerd: al termine di un processo sommario, la Corte Rivoluzionaria ha condannato a morte Taraneh, mentre la sorella Romina è stata condannata a 25 anni di reclusione.
Nelle carceri, intanto, le condizioni per le detenute peggiorano. A Evin, i tempi di visita per le famiglie delle prigioniere sono stati dimezzati, mentre continuano perquisizioni, confische e trasferimenti punitivi nei reparti femminili. Da Yazd, la prigioniera politica Parisa Kamali è riuscita a far arrivare un messaggio all’esterno in cui rivendica, nonostante tutto, di essere dalla parte giusta della storia. Dopo essere stata spostata in vari penitenziari, ha continuato a subire forti pressioni, restrizioni mediche (le sono state negate le cure per la tiroide) e isolamento a causa dei messaggi di protesta e di denuncia contro le esecuzioni fatti arrivare regolarmente all’esterno. Nonostante il tentativo sistematico del regime di soffocare ogni voce di dissenso dietro le sbarre, Mahsa Amini non è stata dimenticata. Il suo nome è diventato il simbolo di una lotta che continua ogni giorno, nelle celle di Evin, di Qarchak, di Bandar Abbas, nei tribunali rivoluzionari che continuano a emettere condanne a morte per un post su Instagram o per una fotografia scattata al momento sbagliato.
Sevda Ebrahimi Shamsabadi, Arghavan Fallahi, Diana Taherabadi, Parisa Kamali, e le tante altre donne di cui non conosciamo nemmeno il nome sono la continuazione della stessa storia iniziata quella sera di settembre a Teheran, anzi ancora prima. Tenere accesi i riflettori internazionali su questi casi, nominarli, raccontarli, è uno degli strumenti concreti che restano per esercitare pressione su un sistema che si regge sulla paura e sul silenzio. Per non dimenticare, appunto, né Mahsa, né le altre.


