Nel cuore del Sahel, il conflitto in Mali continua a produrre una crisi umanitaria silenziosa ma in costante aggravamento. Negli ultimi mesi, oltre 13.000 persone hanno attraversato il confine verso la Mauritania sudorientale, fuggendo da una spirale di violenza che coinvolge esercito regolare, milizie straniere e gruppi jihadisti. Non si tratta solo di uno spostamento geografico, ma di una fuga disperata da un sistema di violenze incrociate che colpisce in modo indiscriminato la popolazione civile.
I racconti dei rifugiati restituiscono un quadro drammatico. Villaggi attaccati, mercati bombardati, civili presi di mira senza distinzione. Mentou, uno dei fuggitivi, descrive l’attacco al suo villaggio nel novembre 2025: uomini armati, accompagnati da droni, hanno aperto il fuoco sulla popolazione. Secondo la sua testimonianza, gli assalitori sarebbero appartenuti all’Africa Corps, formazione militare russa subentrata al gruppo Wagner nel sostegno alle forze maliane.
La popolazione si trova così schiacciata tra due fuochi. Da un lato il Gruppo di Supporto all’Islam e ai Musulmani (JNIM), affiliato ad Al Qaeda, che impone un controllo rigido sui territori: tasse religiose, restrizioni sociali, isolamento delle città. Dall’altro, le operazioni militari condotte dall’esercito maliano insieme a mercenari stranieri, spesso accusati da organizzazioni internazionali di non distinguere tra combattenti e civili. Interi villaggi vengono considerati collaborazionisti e quindi colpiti o evacuati con la forza.
Le testimonianze raccolte tra i rifugiati parlano apertamente di esecuzioni sommarie, distruzione sistematica delle risorse e violenze estreme. Guedou, una donna fuggita dal villaggio di Lempere, racconta di aver assistito a decapitazioni, anche di bambini. Durante la fuga, lei e altri hanno attraversato strade costellate di cadaveri e villaggi distrutti, in un paesaggio segnato dalla morte e dall’abbandono.
Un elemento particolarmente devastante è la distruzione dei pozzi. In un contesto già fragile dal punto di vista ambientale, privare le comunità dell’accesso all’acqua equivale a costringerle alla fuga. La violenza, dunque, non è solo diretta contro le persone, ma contro le condizioni stesse della sopravvivenza.
Molti dei profughi raggiungono il campo di Mbera, in Mauritania, dove vivono già circa 120.000 persone. Il campo, inizialmente progettato per accoglierne poco più della metà, è oggi sovraffollato e sotto pressione crescente. La composizione della popolazione rifugiata evidenzia un dato significativo: oltre l’80% sono donne e bambini. Gli uomini adulti, spesso, restano nei villaggi per proteggere il bestiame, unica fonte di sostentamento.
Questa configurazione rende ancora più vulnerabili i nuclei familiari in fuga. I minori sono esposti a rischi elevati di sfruttamento, tratta e violenza. Le donne, invece, sono frequentemente vittime di abusi sessuali, un fenomeno diffuso ma difficilmente documentabile a causa dello stigma sociale. Alcune testimonianze indicano sequestri e violenze sistematiche da parte di gruppi armati, con conseguenze spesso irreversibili.
La crisi è aggravata dalla riduzione dei finanziamenti internazionali. Le agenzie umanitarie, già sotto pressione, sono costrette a operare scelte difficili su chi assistere e come. La carenza di tende, beni di prima necessità e servizi essenziali rende la vita nel campo precaria, soprattutto durante le escursioni termiche notturne del deserto.
Eppure, anche in queste condizioni, emergono tentativi di ricostruzione sociale. Piccoli mercati, attività informali, scambi quotidiani: pratiche minime ma fondamentali per mantenere una forma di dignità e continuità con il passato. Tuttavia, la precarietà resta la condizione dominante. Molti rifugiati sono già al terzo ciclo di fuga: tornano nei villaggi durante brevi tregue, solo per essere costretti nuovamente a partire quando la violenza riprende.
La crisi del Mali si inserisce in un contesto regionale più ampio, segnato dall’instabilità politica e militare del Sahel. I colpi di Stato che hanno interessato Mali, Burkina Faso e Niger negli ultimi anni hanno ridefinito gli equilibri geopolitici, favorendo nuove alleanze e il ritiro delle forze occidentali. In questo scenario, la popolazione civile continua a pagare il prezzo più alto, intrappolata in una guerra senza linee nette, dove la distinzione tra sicurezza e violenza si fa sempre più ambigua.


