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Diritti umani

Mali, la campagna pro escissione riapre lo scontro sui diritti delle donne

In Mali la campagna digitale «Oui à l’excision», rilanciata con immagini generate dall’intelligenza artificiale, riaccende il dibattito sulle mutilazioni genitali femminili e sulla richiesta di una legge che le vieti.

Una serie di immagini generate con l’intelligenza artificiale, accompagnate dallo slogan «Oui à l’excision», ha riportato al centro del dibattito pubblico in Mali una delle questioni più controverse relative ai diritti delle donne. Diffusi sui social network da sostenitori della pratica, i manifesti hanno provocato forti reazioni nel Paese e oltre i suoi confini, mentre associazioni e attiviste tornano a chiedere una legge che vieti esplicitamente le mutilazioni genitali femminili.

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La campagna è diventata virale nella seconda metà di agosto. Alcuni dei visual presentano volti maschili insieme a slogan che sostengono l’escissione come strumento per «proteggere» le ragazze e salvaguardarne il futuro sociale e matrimoniale. Diverse fonti regionali hanno confermato la circolazione della campagna e la forte polemica che ne è seguita.

Il ricorso all’intelligenza artificiale aggiunge un elemento nuovo a una controversia molto più antica. Immagini sintetiche, slogan brevi e contenuti facilmente condivisibili consentono infatti a posizioni radicali di conquistare rapidamente visibilità, trasformando una questione sanitaria, sociale e politica complessa in uno scontro comunicativo. In alcuni casi sono circolati anche volti di personaggi conosciuti senza che fosse chiaro se avessero autorizzato l’utilizzo della propria immagine.

Alla campagna «Oui à l’excision» hanno risposto attiviste e organizzazioni femminili maliane e dell’Africa occidentale. Sui social è comparsa anche una provocatoria contro-campagna denominata «Oui à la castration», costruita specularmente per denunciare il fatto che siano soprattutto uomini a rivendicare il mantenimento di una pratica esercitata sul corpo femminile.

Il confronto digitale, tuttavia, riguarda una realtà tutt’altro che marginale. Secondo i dati diffusi nel febbraio 2026 dall’UNFPA Mali, la prevalenza delle mutilazioni genitali femminili rimane intorno all’89% tra le donne dai 15 ai 49 anni. Tra le ragazze fino a 14 anni il dato sarebbe invece sceso dal 74 al 70%, mentre la prevalenza tra le giovani di 15-19 anni risulta nettamente inferiore a quella registrata tra le donne di 45-49 anni. Sono segnali di un cambiamento generazionale, ma all’interno di un Paese nel quale il fenomeno resta estremamente diffuso.

Negli ultimi anni numerose comunità hanno formalmente scelto di abbandonare l’escissione attraverso convenzioni locali. Secondo il Programma nazionale impegnato contro questa pratica, sarebbero ormai quasi 5.000 i villaggi che hanno assunto impegni in questa direzione. In diverse zone, tra cui alcune località della regione di Ségou, le campagne di sensibilizzazione avrebbero prodotto una sensibile diminuzione del fenomeno, senza tuttavia determinarne la completa scomparsa.

La controversia di queste settimane mette inoltre in discussione una delle argomentazioni utilizzate dai sostenitori dell’escissione: l’idea che la battaglia per il suo abbandono rappresenti essenzialmente un’agenda occidentale importata nel Paese. La storia maliana racconta una vicenda più complessa.

Già all’inizio degli anni Sessanta Aoua Keïta, ostetrica, militante anticoloniale e prima donna eletta deputata in Mali, partecipò alla discussione sul primo Codice del matrimonio e della tutela del Paese indipendente. Nel 1962 lei e altre militanti tentarono di ottenere l’inserimento del divieto dell’escissione nella nuova legislazione, senza riuscirci. Negli anni successivi seguirono iniziative di sensibilizzazione e ricerca promosse da organizzazioni maliane: una campagna del diocesi di San nel 1966, le attività dell’Union nationale des femmes du Mali alla fine degli anni Settanta e, dagli anni Ottanta, quelle del Centre Djoliba e del Comité malien de lutte contre les pratiques traditionnelles néfastes.

Dopo la democratizzazione del 1991 il ruolo della società civile si è ulteriormente ampliato, mentre dagli anni Novanta anche lo Stato ha progressivamente istituzionalizzato il contrasto alle mutilazioni genitali femminili. Nel 1999 una circolare ne ha vietato la pratica nelle strutture sanitarie e nel 2002 è stato istituito il Programme national de lutte contre la pratique de l’excision. La questione centrale rimane però l’assenza di una legge nazionale che proibisca esplicitamente la pratica in tutto il Paese.

Proprio questa richiesta è tornata al centro delle mobilitazioni di questi giorni. Ieri, 22 agosto, erano state indette iniziative contro l’escissione e a sostegno delle donne maliane, anche fuori dal Mali: a Parigi l’appuntamento annunciato era in place de la Nation, dove si sono radunate un centinaio di persone in solidarietà con la richiesta di una legislazione specifica:

La dimensione diasporica della questione è significativa. In Francia, secondo i dati diffusi dal governo nel giugno scorso, si stima che circa 139.000 donne convivano con le conseguenze di mutilazioni genitali. La campagna nazionale dell’estate 2026 ha richiamato in particolare il rischio corso dalle bambine condotte all’estero durante le vacanze e sottoposte alla pratica nei Paesi di origine delle famiglie.

A livello mondiale, oltre 230 milioni di donne e ragazze hanno subito una forma di mutilazione genitale femminile e circa 4,5 milioni di bambine sarebbero esposte al rischio nel solo 2026.

La polemica maliana mostra dunque qualcosa che va oltre lo scontro provocato da una serie di immagini artificiali. Da una parte vi sono trasformazioni sociali documentabili, villaggi che dichiarano l’abbandono della pratica, organizzazioni femminili attive da decenni e una generazione più giovane nella quale la prevalenza appare in diminuzione. Dall’altra permane una pratica profondamente radicata, capace di essere nuovamente rivendicata attraverso il linguaggio contemporaneo dei social network.

È forse questo il dato più significativo della controversia dell’agosto 2026: una pratica antica non sopravvive necessariamente attraverso strumenti antichi. Può appropriarsi dell’intelligenza artificiale, della comunicazione virale e dell’estetica delle campagne digitali per presentarsi come identità da difendere. Allo stesso modo, però, la contestazione dell’escissione non può essere liquidata come semplice imposizione esterna. La sua genealogia attraversa oltre sessant’anni di storia politica e associativa maliana e porta, prima ancora delle campagne internazionali, i nomi delle donne del Mali che hanno cercato di modificarne le norme sociali e giuridiche.

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