Mali attraversa una delle fasi più critiche degli ultimi anni dopo una vasta offensiva coordinata lanciata il 25 aprile 2026 da gruppi jihadisti legati ad al-Qaeda, in particolare il JNIM, e dai ribelli tuareg del Front de libération de l’Azawad. Gli attacchi, che hanno colpito simultaneamente diverse città strategiche, hanno messo sotto pressione l’intero sistema di sicurezza del Paese, culminando con la morte del ministro della Difesa, il generale Sadio Camara.
Communiqué du Président de la Confédération des États du Sahel, suite aux attaques terroristes perpétrées, le samedi 25 avril 2026, contre la République du Mali.
Bureau de l’Information et de la Presse/MAECI. pic.twitter.com/0DqeHo5RsG
— Ministère des Affaires étrangères du Mali (@MaliMaeci) April 26, 2026
Secondo il comunicato ufficiale del governo di transizione, il ministro è rimasto ucciso a Kati, roccaforte militare alle porte di Bamako, in seguito a un attacco suicida con veicolo esplosivo contro la sua residenza. Il generale, dopo aver preso parte agli scontri con gli assalitori, è stato gravemente ferito e successivamente è deceduto in ospedale. L’esplosione ha provocato anche il crollo parziale dell’abitazione e danni a edifici vicini, inclusa una moschea, causando ulteriori vittime civili. Le autorità hanno proclamato il lutto nazionale e annunciato funerali di Stato.
Communiqué N°2026-002 par lequel le Gouvernement de la Transition annonce, avec un profond regret, le décès tragique du Général de Corps d’Armée Sadio CAMARA, Ministre d’État, Ministre de la Défense et des Anciens Combattants, suite aux évènements terroristes du 25 avril 2026.… pic.twitter.com/qIWF3CNE1O
— Ministère des Affaires étrangères du Mali (@MaliMaeci) April 26, 2026
L’offensiva ha avuto un’estensione geografica senza precedenti negli ultimi anni. Combattimenti e attacchi sono stati segnalati non solo nell’area della capitale, ma anche a Sévaré, Gao e Kidal, evidenziando una capacità di coordinamento militare significativa da parte dei gruppi armati. Secondo fonti locali e osservatori, elicotteri militari hanno sorvolato Bamako mentre le forze di sicurezza bloccavano le principali arterie stradali e i punti sensibili, tra cui aeroporto e palazzo presidenziale.
Particolarmente rilevante è la situazione nel nord. A Kidal, città simbolo del conflitto tuareg, i ribelli del FLA hanno rivendicato il controllo totale, dopo aver costretto le forze governative e i combattenti russi dell’Africa Corps (eredi del dispositivo Wagner) a ritirarsi attraverso un corridoio negoziato. Questo sviluppo rappresenta un significativo arretramento per le forze armate maliane, che avevano riconquistato la città nel novembre 2023.
Parallelamente, il JNIM ha rivendicato la responsabilità di attacchi contro obiettivi di alto profilo, tra cui la residenza del ministro, siti militari a Kati e infrastrutture sensibili nella capitale. Si tratta, secondo diversi analisti, della più ampia offensiva coordinata nel Paese almeno dal 2012, anno in cui il Mali perse il controllo di vaste porzioni del territorio settentrionale.
Il governo di transizione, guidato dal generale Assimi Goïta, ha reagito aumentando il livello di allerta su tutto il territorio nazionale: coprifuoco, pattugliamenti intensificati e rafforzamento dei posti di controllo. In un contesto ancora fluido, fonti di sicurezza riferiscono che lo stesso Goïta sarebbe stato trasferito in una località protetta nelle ore successive agli attacchi.
Sul piano politico e regionale, la Confédération des États du Sahel ha condannato gli attacchi definendoli parte di una strategia pianificata per destabilizzare l’area e colpire la sovranità degli Stati membri. Nel comunicato ufficiale firmato dal presidente Ibrahim Traoré, si parla di “aggressioni barbare e inumane” e si ribadisce la volontà di proseguire la lotta contro i gruppi armati, sottolineando al contempo la solidarietà verso il Mali.
Anche la comunità internazionale ha espresso preoccupazione. Nazioni Unite, Unione Europea, Unione Africana e Stati Uniti hanno condannato gli attacchi, evidenziando il rischio per la popolazione civile e la necessità di un coordinamento internazionale contro l’estremismo violento nel Sahel.
Sul terreno, tuttavia, la situazione resta incerta. A Kati e in altre aree colpite si sono registrati scontri anche nelle ore successive, mentre in città come Gao e Mopti si osserva una lenta ripresa delle attività. La popolazione continua a vivere in un clima di forte insicurezza, aggravato dalla circolazione di informazioni non verificate e dalla percezione che gli attacchi possano colpire in qualsiasi momento.
L’impressione generale è quella di una crisi che entra in una nuova fase, in cui la convergenza operativa tra gruppi jihadisti e ribelli separatisti ridefinisce gli equilibri del conflitto. La morte del ministro della Difesa non rappresenta solo una perdita istituzionale di primo piano, ma anche un segnale della vulnerabilità del potere centrale in un contesto sempre più frammentato e volatile.


