Cari amici e sostenitori della giustizia e dei diritti umani, oggi ci rivolgiamo a voi per chiedere di lanciare insieme un appello urgent a Guido Pappadà, noto documentarista e figura di spicco del panorama culturale italiano. Pappadà è stato invitato a far parte della giuria del Festival del Cinema di Dakhla. Un riconoscimento che, in sé, dovrebbe essere motivo di orgoglio e di vanto per il nostro paese. Tuttavia, in considerazione del contesto politico, umanitario e giuridico in cui si svolge questo festival, sentiamo il dovere di invitare Guido, e tutti coloro che si confrontano con questa realtà, a riflettere profondamente sulla responsabilità che accompagnano ogni scelta culturale.
Il Festival di Dakhla si svolge in un contesto di occupazione del Sahara Occidentale, territorio che da decenni affronta sofferenze, ingiustizie e negazioni di diritti fondamentali. La comunità internazionale ha più volte denunciato le violazioni dei diritti umani, comprese torture e altre gravi violazioni, come evidenziato dalle procedure speciali delle Nazioni Unite. Alla luce di queste drammatiche situazioni, crediamo che il mondo della cultura e dell’arte debba interrogarsi sul proprio ruolo: non può contribuire a normalizzare una realtà di sofferenza e ingiustizia, né si può accontentare di essere complice di un quadro invisibile che appare, invece, come un silenzioso endorsment.
La cultura ha il potere di illuminare, denunciare e promuovere la giustizia. Non può, né deve, diventare un veicolo di normalizzazione di un’occupazione illegale e di una compressione dei diritti di un popolo. È nostro dovere fare in modo che il riconoscimento e la partecipazione culturale siano espressione di consapevolezza e di solidarietà, piuttosto che di complicità silenziosa.
A Guido Pappadà, che ha dedicato parte della propria carriera a conoscere e far conoscere le realtà più significative e complesse del nostro tempo, chiediamo di riflettere sulla portata simbolica della propria presenza nel festival di Dakhla. La scelta di partecipare o meno non riguarda soltanto un’opportunità artistica, ma si confronta con il senso stesso della cultura come strumento di libertà, giustizia e denuncia. In un territorio occupato, la cultura non può essere un semplice sfondo, bensì deve vedere e denunciare le ingiustizie che si consumano oltre i riflettori.
Sappiamo quanto molti di voi abbiano dedicato anni a far conoscere le vicende del Sahara Occidentale, portando avanti un impegno di informazione, sensibilizzazione e solidarietà. È a questa esperienza collettiva che ci rivolgiamo oggi. Non si tratta di mettere in discussione il valore di un artista; si tratta di chiedere a Guido Pappadà e a tutti noi di assumerci la responsabilità di riconoscere il valore simbolico delle proprie azioni. La cultura, in questo contesto, deve essere testimone e voce di chi non ha voce, portavoce di un’ingiustizia ancora in atto.
Vi invitiamo, quindi, a scrivere a Guido Pappadà, esprimendo il nostro auspicio affinché sia consapevole del messaggio che, con la propria presenza, si può trasmettere. La nostra richiesta è che la cultura non sia mai un modo per distogliere lo sguardo, ma uno strumento per vedere e agire.
Questo appello vuole essere una testimonianza di responsabilità e di umanità. Il tempo della coscienza collettiva ci chiede di agire con coerenza e coraggio: la giustizia per il Sahara Occidentale passa anche attraverso le scelte culturali di ognuno di noi.
Con fiducia in un domani di giustizia e libertà,


