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Diritti umani

Marocco, Betty Lachgar da un anno in carcere: l’allarme per le sue condizioni di salute

In Marocco Betty Lachgar è in carcere da un anno per “offesa all’islam”. La militante femminista, condannata a 30 mesi, rischia ora di perdere un braccio: familiari e avvocata chiedono cure urgenti.

Ibtissame “Betty” Lachgar rischia di perdere un braccio dopo un anno trascorso in carcere in Marocco. La militante femminista e laica, condannata a trenta mesi di reclusione per “offesa all’islam”, soffre di una grave patologia all’arto sinistro e, secondo la famiglia e la sua avvocata, avrebbe bisogno di un intervento medico urgente. Il timore è che le sue condizioni possano provocare una necrosi, una setticemia e rendere necessaria l’amputazione.

Domani, 10 agosto, sarà trascorso esattamente un anno dal suo arresto. Focus on Africa aveva seguito il caso fin dalle prime settimane, raccontando prima la detenzione della militante e il procedimento a suo carico e poi la condanna pronunciata dal tribunale di Rabat.

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Marocco, la femminista Ibtissame Lachgar condannata a 30 mesi di carcere per blasfemia

Lachgar, 51 anni, cofondatrice del Mouvement alternatif pour les libertés individuelles (MALI) e residente in Francia da circa trent’anni, era stata arrestata il 10 agosto 2025 dopo aver pubblicato su X una fotografia che la ritraeva con una maglietta recante la scritta “Allah is lesbian”. L’immagine era stata scattata a Londra e, secondo la sua avvocata Ghizlane Mamouni, la maglietta era stata indossata in solidarietà con due attiviste iraniane condannate a morte perché lesbiche.

Il 3 settembre 2025 il tribunale di Rabat l’aveva condannata a trenta mesi di carcere sulla base dell’articolo 267-5 del Codice penale marocchino. La difesa ha contestato sia l’esistenza di un’offesa all’islam sia l’applicazione della legge marocchina a un gesto compiuto nel Regno Unito. I successivi tentativi di ottenere una riduzione o una diversa esecuzione della pena non hanno finora portato alla sua liberazione.

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Oggi, tuttavia, al centro del caso ci sono soprattutto le condizioni di salute della detenuta. Lachgar aveva avuto un tumore osseo a vent’anni e porta una protesi all’omero sinistro, che avrebbe dovuto essere sostituita in un ospedale di Parigi poco dopo il suo arresto. L’intervento non è stato effettuato e, secondo i familiari, la protesi si sarebbe spostata, provocando la perdita dell’uso del braccio e dolori molto intensi.

La sorella Siham sostiene che vi sia ormai un rischio di necrosi e setticemia e che, senza un intervento adeguato, si possa arrivare all’amputazione. Secondo la famiglia, in carcere i forti dolori sarebbero trattati soltanto con paracetamolo.

Anche le condizioni di detenzione sono oggetto di denuncia. Dopo un periodo in isolamento, Lachgar si troverebbe oggi in un reparto di alta sicurezza con altre detenute che la aiutano nelle attività quotidiane. Dormirebbe su coperte stese sul pavimento di cemento e avrebbe a disposizione soltanto tre telefonate alla settimana. Le autorità penitenziarie marocchine hanno però respinto le accuse di negligenza, sostenendo che Lachgar abbia ricevuto assistenza e numerose visite mediche, anche in strutture esterne al carcere.

Il caso ha assunto ormai una dimensione internazionale. In un rapporto del 10 giugno 2026, l’International Rehabilitation Council for Torture Victims (IRCT) ha affermato che le sofferenze patite dalla militante possono configurare un trattamento crudele, inumano o degradante secondo gli standard internazionali.

La famiglia e la difesa chiedono che Lachgar possa almeno accedere a una misura alternativa alla detenzione per ricevere le cure necessarie. Sono state presentate anche richieste di grazia al re Mohammed VI.

Intanto oggi, domenica 9 agosto, a Parigi è previsto un nuovo presidio sul piazzale dei Diritti dell’Uomo al Trocadéro per chiederne la liberazione. I suoi sostenitori denunciano anche il silenzio delle autorità francesi: Lachgar non ha la cittadinanza francese, ma vive in Francia dall’età di 18 anni e lì si trova la struttura sanitaria che avrebbe dovuto sostituire la sua protesi.

A un anno dall’arresto, il caso di Betty Lachgar non riguarda dunque più soltanto il delicato confine tra tutela del sentimento religioso e libertà di espressione. Il progressivo deterioramento delle sue condizioni fisiche pone ora una questione più immediata: garantire a una persona detenuta cure adeguate prima che le conseguenze diventino irreversibili.

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