La vicenda di Ibtissame “Betty” Lachgar, psicologa e attivista femminista marocchina, è diventata nelle ultime settimane un caso politico e giudiziario di risonanza internazionale. Cofondatrice del “Mouvement alternatif pour les libertés individuelles” (MALI), impegnata da oltre quindici anni nella difesa dei diritti delle donne, delle persone LGBTQ+ e della libertà di coscienza in Marocco, Betty è stata arrestata l’8 agosto 2025 dopo aver pubblicato sui social una foto in cui indossava una maglietta con la scritta “Allah is lesbian”, accompagnata da un testo critico verso l’islam, definito “fasciste, phallocrate et misogyne”.
Pour un slogan féministe et lesbien vieux de près de 45 ans "Dieu est une lesbienne" sur un T-shirt @IbtissameBetty Betty Ibtissame Lachgar coordinatrice de @capp_radfem_, militante qui défend les droits des femmes et lutte contre l'esclavage sexuel qu’est la prostitution au… pic.twitter.com/OAceemQR75
— Françoise Emma Roux (@fe_roux) August 11, 2025
Au Maroc je me balade avec des t-shirts avec des messages contre les religions, l'islam etc. On fait des collages avec @MALImaroc
Vous nous fatiguez avec vos bondieuseries, vos accusations. Oui l'islam, comme toute idéoligie religieuse, est FASCISTE. PHALLOCRATE ET MISOGYNE. pic.twitter.com/o7H91acDwo— I. Betty Lachgar ♀️🔥 (@IbtissameBetty) July 31, 2025
Le autorità marocchine hanno aperto immediatamente un’inchiesta, accusandola di “atteinte à la religion islamique” (offesa alla religione islamica). Il codice penale del paese prevede pene fino a cinque anni di carcere per chi commette pubblicamente questo reato, inclusi i mezzi elettronici. Dopo un primo arresto preventivo, la militante è rimasta in detenzione e il tribunale di Rabat ha respinto più volte le richieste di libertà provvisoria, nonostante le condizioni di salute molto gravi: Betty è una sopravvissuta a un cancro e necessita di interventi chirurgici e cure mediche continue.
Il processo, aperto il 13 agosto e poi rinviato al 27, è stato aggiornato nuovamente al 3 settembre, data in cui la donna dovrà comparire in tribunale. Nel frattempo la sua detenzione continua in regime di isolamento. Le udienze sono state accompagnate da mobilitazioni femministe in Francia e in Europa: dal 14 agosto numerose manifestazioni si sono tenute a Parigi (al Trocadéro e in place Colette), promosse dal Front féministe international e da altre organizzazioni laiche e progressiste. Una petizione online ha già superato le 3.700 firme, con lo slogan #FreeBetty rilanciato in rete da collettivi e attivisti.
Le reazioni non si sono limitate alla società civile francese ed europea: quotidiani e riviste come Le Monde, Libération, Le Nouvel Observateur e Charlie Hebdo hanno dedicato ampio spazio al caso, denunciando la durezza delle condizioni di detenzione e ricordando le violenze subite dalla militante in arresti precedenti. In Marocco, la sorella Siam Lachgar ha dichiarato ai microfoni di France Inter che Betty “combatte le ideologie, non i credenti” e ha ricordato l’impegno costante della sorella per le libertà individuali e il diritto delle donne a vivere senza oppressione.
Il percorso militante di Ibtissame Lachgar è noto: nel 2009 organizzò un picnic durante il Ramadan per contestare la criminalizzazione di chi non osserva il digiuno, mentre nel 2015 e in anni successivi si batté per il diritto all’aborto sicuro, denunciando i rischi degli interventi clandestini e gli articoli “liberticidi” del codice penale. Negli ultimi anni si è schierata con forza contro le violenze istituzionalizzate sulle donne, ribadendo la necessità di un approccio laico ai diritti civili.
Oggi, a 50 anni, si trova nuovamente al centro di una battaglia simbolica che intreccia religione, genere e libertà d’espressione. La sua foto con il t-shirt contestato ha suscitato un’ondata di odio online, con migliaia di minacce di morte, di stupro e di lapidazione, segnalate dalla stessa militante come esempio di cyberviolenza sistemica. L’arresto segna un salto di qualità nella repressione nei suoi confronti: in passato era stata fermata o detenuta brevemente, ma senza condanne definitive.
Il 3 settembre, a Rabat, il tribunale tornerà a esaminare il suo caso, con la prospettiva di una condanna a pene detentive pesanti. Le organizzazioni femministe e per i diritti umani denunciano un attacco frontale non solo a Betty, ma alla libertà di pensiero e di coscienza in Marocco, in un contesto in cui l’alleanza tra patriarcato e potere religioso mira a zittire le voci critiche. Da qui l’appello internazionale a una mobilitazione diffusa, sia in strada sia online, per chiedere la sua liberazione immediata e incondizionata.


