Per la prima volta nella storia del Regno, il Marocco sarà governato da una donna. Martedì 29 settembre il Re Mohammed VI ha nominato Fatima Ezzahra El Mansouri, 50 anni, avvocata, già sindaca di Marrakech e ministra dell’Urbanistica e dell’Habitat, e le ha affidato la formazione dell’esecutivo, in base all’articolo 47 della Costituzione. El Mansouri è la prima donna a ricoprire l’incarico in Marocco. In Nord Africa è la seconda, dopo la tunisina Najla Bouden. La scelta arriva sei giorni dopo le legislative vinte dal suo partito, il PAM, Parti Authenticité et Modernité (Partito Autenticità e Modernità), con 97 seggi su 395. Seguono il RNI con 66, l’Istiqlal con 65 e il PJD con 54. Ma il dato che pesa di più è un altro: l’affluenza si è fermata al 38%, tra le più basse degli ultimi anni.
Sarebbe però sbagliato farne l’emblema di una rivoluzione contro il sistema. Non lo è, ed è forse l’aspetto più interessante: la sua nomina è una rottura simbolica enorme prodotta dentro la continuità istituzionale, non contro di essa. El Mansouri è una donna di potere, interna alle istituzioni, alla maggioranza uscente e alla classe dirigente. Lo stesso PAM ha fatto parte del governo che gli elettori hanno appena giudicato. Il suo arrivo non cancella le contraddizioni della politica marocchina. È stata parlamentare, oggi è ministra dell’Aménagement du territoire, dell’Urbanisme, dell’Habitat e della Politique de la ville, ed è al centro del PAM. Ha studiato diritto all’Università Mohammed V e si è poi specializzata in diritto degli affari a Montpellier e a New York. In Marocco la chiamano “la figlia del pascià”: il padre, Abderrahman El Mansouri, è stato presidente dell’Ordine degli avvocati di Marrakech, pascià della città e ambasciatore negli Emirati. Ridurla però a una semplice “figlia di…”sarebbe ingiusto. Dietro il suo profilo istituzionale c’è una solida competenza giuridica ed economica e un percorso già collaudato come sindaca di Marrakech e ministra dell’Habitat, una concretezza amministrativa che sarà la vera misura del suo governo.
La nomina, del resto, non era scontata. La Costituzione prevede che il Re scelga il capo del governo nel partito arrivato primo, ma non impone che sia il leader. Circolava anche il nome di Fouzi Lekjaa, popolarissimo per i successi della nazionale di calcio ed entrato nel PAM a luglio. In campagna elettorale il partito ha puntato su rinnovamento delle candidature, giovani e più donne. Quando le hanno chiesto se fosse pronta, El Mansouri non si è autocandidata: ha rimesso la decisione al Re, dicendo che sarebbe un grande onore. Dopo il voto ha aggiunto che avrebbe rispettato la scelta reale anche se fosse caduta su Lekjaa.
Sarebbe un errore pensare che le donne fossero assenti dalla politica marocchina. Sono presenti da tempo in Parlamento, nelle amministrazioni locali e nei governi, con ministeri importanti: dall’Economia e Finanze alla Transizione energetica, dal Turismo alla Solidarietà. Zoulikha Nasri è stata la prima consigliera del Re, Zineb El Adaoui presiede la Corte dei conti, Amina Benkhadra ha guidato l’ente nazionale degli idrocarburi e delle miniere. Nessuna donna, però, aveva mai guidato il governo. Per una generazione di bambine marocchine, da oggi, potrà diventare normale anche vedere una donna che esce dal Palazzo Reale con il mandato di formare il governo, che rappresenta l’esecutivo davanti al Re, che si rivolge al Paese da capo del governo, immagini finora riservate agli uomini. Abituarsi a vederle è già un modo di cambiare ciò che si crede possibile. Non è poco.
Il problema più urgente uscito dalle urne, ora, non è soltanto chi governerà, ma chi non ha votato. Più di sei marocchini su dieci sono rimasti a casa, e dentro quella distanza c’è una generazione. Si è vista nel disagio sociale, nelle proteste, nelle partenze e nel desiderio di partire, nei giovani che guardano all’altra sponda del Mediterraneo come al luogo dove costruirsi una vita. Si è vista anche a Ceuta. L’astensione non è l’unica chiave di lettura. È però il sintomo più visibile di qualcosa di più profondo: giovani che non credono di avere un futuro in Marocco e che alla politica non chiedono più niente.
Dalle stesse urne è uscita un’altra fotografia: il ritorno del PJD, il partito islamista crollato nel 2021 dopo dieci anni al governo, tornato con 54 seggi. Con lui è riapparso Abdelilah Benkirane, protagonista di una campagna personalizzata e combattiva in cui famiglia, morale e ruolo delle donne sono riemersi di continuo. Alcune sue dichiarazioni hanno suscitato polemiche e accuse di sessismo. Il PJD ha già annunciato che non entrerà in una coalizione con il PAM e preferisce l’opposizione. El Mansouri, da parte sua, ha dichiarato di non avere “linee rosse” sulle alleanze. Non si può attribuire al Re l’intenzione di mandare un messaggio agli islamisti, ma la coincidenza è difficile da ignorare. Mentre l’islamismo politico torna all’opposizione con un discorso molto conservatore su famiglia e rapporti tra uomini e donne, il Marocco si ritrova per la prima volta con una donna alla guida del governo.
Tutto questo accade mentre il Paese si avvicina al 2030, che non sarà solo il Mondiale ma una vetrina. Infrastrutture, turismo, investimenti e modernizzazione delle città sono la trasformazione materiale. Esiste però anche un’infrastruttura immateriale: l’immagine che una società costruisce di sé. Un Marocco che nel 2030 si presenta con una donna a capo del governo manda un messaggio potente, soprattutto ora che è aperto il cantiere delicato della riforma della Moudawana, il Codice della famiglia, che regola matrimonio, divorzio, filiazione, custodia dei figli, eredità e poligamia, e che si discute del posto delle donne nella società.Una donna musulmana, sindaca di Marrakech, ministra e dirigente del partito arrivato primo, alla guida di uno dei regni più antichi del mondo arabo. Un messaggio che farà il giro del mondo. Bisogna però evitare l’equivoco più facile. Una donna alla guida del governo non rende automaticamente moderna una società, non rende efficace un esecutivo, non restituisce da sola fiducia alla politica, e non risponde a quella parte enorme della popolazione che non si è presentata alle urne. Senza politiche su lavoro, salari, sanità, scuola, mobilità sociale e territori dimenticati, l’effetto novità si consumerà in fretta. C’è una differenza enorme tra mettere una donna al vertice e cambiare la condizione delle donne, tra un volto nuovo e un nuovo rapporto tra cittadini e politica, tra modernizzare l’immagine del potere e modernizzare il potere. Eppure sarebbe sbagliato sottovalutare il valore dell’immagine. Le società cambiano anche attraverso ciò che diventa improvvisamente possibile vedere, e alcune porte, una volta aperte, non si richiudono. Per El Mansouri essere la prima non è il punto di arrivo, ma di partenza. Il primo compito è concreto: costruire una maggioranza in un Parlamento dove il PAM non ha la maggioranza assoluta.
Ma già prima dell’annuncio, nella stampa in lingua araba, circolava una domanda che a un osservatore esterno può sembrare bizzarra: dove pregherà una donna capo del governo nelle cerimonie presiedute dal Re? Accanto a lui, come si è abituati a vedere fare ai capi di governo uomini, o dietro, con le donne? Può sembrare una curiosità di protocollo, ma racconta molto. Il Re presiede quelle cerimonie come Amir Al-Mouminine, Comandante dei Credenti. Costituzionalmente non esiste alcun impedimento legato al sesso: la funzione di capo del governo è politica ed esecutiva, non religiosa. Ma le istituzioni non sono fatte solo di Costituzioni. Sono fatte di consuetudini, simboli, rituali e immagini, costruiti finora intorno a uomini.
La domanda sul posto dove pregherà resterà forse ancora per un po’. Poi, probabilmente, non interesserà più a nessuno. È così che avvengono alcune delle rivoluzioni più profonde: quando ciò che ieri sembrava impossibile, domani diventa normale.


