A Dar Naim, uno dei quartieri periferici di Nouakchott, il pericolo arriva dal sottosuolo. Non ha la violenza improvvisa di un’alluvione né la spettacolarità di una tempesta. Avanza lentamente, quasi senza farsi vedere, risalendo attraverso il terreno e penetrando nelle fondamenta e nei muri delle abitazioni. È il sale, e sta rendendo progressivamente inabitabili intere porzioni della capitale mauritana.
La salinizzazione dei terreni è un fenomeno noto soprattutto per i suoi effetti sull’agricoltura: compromette la fertilità dei suoli, riduce le rese, altera gli ecosistemi. A Dar Naim, invece, assume una dimensione direttamente urbana. L’acqua salmastra presente nella falda poco profonda risale per capillarità e attacca i materiali da costruzione. Gli intonaci si staccano, i mattoni si sgretolano, i muri perdono consistenza. Alcune abitazioni finiscono per crollare.
Secondo le testimonianze raccolte da RFI, centinaia di case del quartiere sarebbero interessate dal fenomeno e molte risultano ormai abbandonate. Chi ha potuto trasferirsi lo ha fatto; chi non dispone delle risorse necessarie continua invece ad abitare edifici sempre più degradati.
È proprio questa differenza a trasformare un problema ambientale in una questione sociale. Il rischio non si distribuisce infatti in maniera uniforme: dipende anche dalla possibilità economica di sottrarsi ad esso.
Adama Ndiaye, quasi sessant’anni, racconta di non avere alternative. La sua famiglia non può permettersi un’altra abitazione e rimane quindi nella casa minacciata dal sale. Altri residenti riferiscono di strade nelle quali numerosi edifici sono ormai vuoti e di crolli che avrebbero provocato vittime e feriti. Fatimetou Mint Cheikh porta ancora sul corpo le conseguenze del cedimento della propria abitazione: una parte del muro le è caduta addosso, ferendola alla spalla e a una mano.
Non si tratta soltanto del deterioramento di singoli edifici. A essere progressivamente erosa è la possibilità stessa di abitare alcuni settori della città.
Nouakchott presenta condizioni particolarmente delicate. Costruita lungo la costa atlantica su un territorio pianeggiante e a bassissima quota, la capitale mauritana è esposta a una combinazione di vulnerabilità idrologiche e urbane. Nei quartieri interessati, la presenza di una falda superficiale salmastra favorisce la risalita capillare dell’acqua attraverso il terreno e le strutture degli edifici. Il processo può essere aggravato da sistemi di drenaggio insufficienti e, più in generale, dalle crescenti pressioni climatiche su un ambiente costiero già fragile.
L’architetto mauritano Ahmed Mohamed Sidi, intervistato da RFI, indica due direzioni principali: sistemi di drenaggio adeguati alle caratteristiche del territorio e impiego di materiali da costruzione maggiormente resistenti alla salinità. Ma pone soprattutto una questione di metodo: nelle aree sottoposte a crescenti vincoli climatici, l’urbanistica e l’architettura non possono limitarsi a intervenire dopo il danno. Il rischio deve entrare nella progettazione stessa della città.
Il caso di Dar Naim mostra così una delle forme meno appariscenti dell’adattamento climatico. Non sempre il cambiamento ambientale si presenta sotto forma di catastrofe improvvisa. Talvolta agisce attraverso processi lenti: modifica il suolo, deteriora le infrastrutture, riduce progressivamente l’abitabilità di un quartiere.
E produce anche una particolare geografia della disuguaglianza. Di fronte allo stesso muro che si sgretola, infatti, non tutti dispongono delle stesse possibilità. Alcuni possono lasciare la propria casa; altri devono continuare a viverci. Il confine tra un problema edilizio e una crisi sociale passa anche da qui.
A Dar Naim il sale continua intanto a risalire. E il fenomeno non riguarda soltanto questo quartiere: altre zone periferiche di Nouakchott presentano problemi analoghi. È una trasformazione lenta, quotidiana, quasi invisibile dall’esterno, ma capace di svuotare progressivamente pezzi di città. Una crisi che ricorda quanto l’abitare, nelle metropoli africane esposte alle trasformazioni ambientali, dipenda sempre più dalla capacità di leggere il territorio prima che sia il territorio stesso a imporre i propri limiti.


