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Migrazioni

Mediterraneo, 53 vite inghiottite dal mare: ennesima strage al largo della Libia

Due donne sopravvissute raccontano l'orrore. L'OIM: "Nel 2026 è già un'ecatombe, serve un'azione internazionale".

L’ennesima tragedia del mare consumatasi a nord di Zuwara, città costiera della Libia nord-occidentale, riporta drammaticamente l’attenzione sulla rotta migratoria più pericolosa del mondo. Un gommone con 55 persone a bordo si è capovolto nelle acque libiche, lasciando dietro di sé un bilancio devastante: 53 morti o dispersi, tra cui due neonati.

Grazie alla sua posizione geografica sulla costa mediterranea e alla vicinanza con i confini internazionali, Zuwara è diventata uno dei principali hub utilizzati dai trafficanti di esseri umani per far partire imbarcazioni dirette verso l’Europa, principalmente verso l’Italia, con l’obiettivo di raggiungere Lampedusa o la Sicilia. Secondo le ricostruzioni fornite dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM), l’imbarcazione era partita da Al-Zawiya, un altro dei nodi strategici da cui le reti di trafficanti lanciano i gommoni verso il Mediterraneo centrale, intorno alle 23:00 del 5 febbraio. Dopo circa sei ore di navigazione in condizioni precarie, il gommone ha iniziato a imbarcare acqua, capovolgendosi e trascinando con sé quasi tutti i passeggeri, prevalentemente di nazionalità africana. Le uniche sopravvissute sono due donne nigeriane, tratte in salvo dalle autorità libiche. Entrambe hanno ricevuto cure mediche d’emergenza dai team dell’OIM al momento dello sbarco, ma le loro testimonianze restituiscono l’orrore del momento: una ha visto scomparire il marito tra le onde, l’altra ha perso i suoi due bambini nella tragedia.

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Oltre alla precarietà dei gommoni, il pericolo principale a febbraio è rappresentato dalle temperature proibitive del mare. In questo periodo dell’anno, l’acqua nel Mediterraneo centrale scende sotto i 15°C, rendendo le probabilità di sopravvivenza in caso di capovolgimento ridotte a pochi minuti a causa dell’ipotermia. È in questo contesto che si moltiplicano i cosiddetti “naufragi invisibili”: tragedie che avvengono senza testimoni o segnalazioni radar immediate, di cui si ha notizia solo settimane dopo attraverso i racconti dei sopravvissuti o il ritrovamento di resti sulle coste. Questi eventi, che rendono il dato reale probabilmente molto più alto di quello registrato, continuano ad aumentare a causa delle condizioni meteorologiche estreme e della fragilità dei mezzi.

Il naufragio del febbraio 2026 si inserisce in una scia di morte e disperazione che vede il Mediterraneo centrale confermarsi come una delle rotte più letali al mondo. Solo nell’anno precedente, il 2025, sono state registrate ufficialmente almeno 1.314 persone morte o disperse in questo tratto di mare, un numero che sale a oltre 1.878 vittime se si considerano tutte le rotte mediterranee. Nello stesso periodo, la pressione migratoria ha portato all’intercettazione di 27.116 persone, successivamente riportate in Libia, segnando un aumento rispetto ai dati del 2024. L’inizio del 2026 non sembra invertire questa tendenza: con quest’ultima tragedia, il bilancio delle vittime accertate nei primi quaranta giorni dell’anno sale già a quota 484. “Questi incidenti ripetuti sottolineano i rischi persistenti e mortali a cui sono esposti migranti e rifugiati che tentano la traversata,” commenta l’OIM in una nota ufficiale.

Al centro della tragedia resta l’azione spietata delle reti di trafficanti. L’OIM avverte che queste organizzazioni continuano a sfruttare la disperazione delle persone, ammassandole su imbarcazioni del tutto inadatte alla navigazione per massimizzare il profitto. Oltre al rischio di naufragio, i migranti sono esposti a sistematici abusi e gravi violazioni dei diritti umani durante l’intero percorso via terra.

La soluzione non può limitarsi alle operazioni di ricerca e soccorso, pur fondamentali. L’OIM ribadisce la necessità di una cooperazione internazionale più forte che punti a smantellare le reti di contrabbando e tratta, insieme alla creazione di percorsi migratori sicuri e regolari. Questi restano gli unici strumenti in grado di ridurre drasticamente il numero di vittime e salvare vite umane. Finché la migrazione rimarrà un rischio affidato al caso e alla violenza dei trafficanti, il Mediterraneo continuerà a essere, purtroppo, un cimitero a cielo aperto.

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