Nei primi mesi del 2026 i decessi nel Mediterraneo centrale hanno registrato un incremento superiore al 150% rispetto allo stesso periodo del 2025, a fronte di un calo degli sbarchi. Questo il drammatico dato che emerge dai rilevamenti della Guardia costiera italiana che il presidente Sergio Mattarella ha definito, nel 161° anniversario della sua fondazione, ieri, «salvaguardia della vita umana in mare». Nonostante l’impegno delle capitanerie di porto e delle missioni umanitarie in mare, sono almeno 2000, ad oggi, le vittime dei naufragi nelle acque territoriali o poco oltre. E siamo solo al giro di boa dell’anno. A fine 2025, sulla rotta che si è confermata anche nel 2026 la più letale, i dati ufficiali dell’OIM e dell’UNHCR avevano registrato 2.185 vittime accertate, di cui almeno 1.330 nella Mediterraneo centrale. Eppure l’incremento registrato già dai primi mesi dell’anno ha destato poca attenzione nei media mainstream.
Si tenta di normalizzare o “ci siamo” abituati a queste stragi?
I 60 annegati dell’ultimo naufragio, la scorsa settimana, non sono poi tanti di meno rispetto ai 94 cadaveri restituiti dal mare sulla spiaggia calabrese di Cutro tre anni fa, divenuta simbolo di queste tragedie. Eppure la maggioranza degli italiana resta indifferente alle file di bare allineate nelle palestre o dove capita nelle località marittime che vedono più morti che naufraghi vivi. Si è scelto di “ignorare” anche se lo Stato ha deciso di dichiarare il 3 ottobre, data in cui nel 2013 in un naufragio davanti a Lampedusa morirono 368 persone, Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’immigrazione. Noi di Focus on Africa non dimentichiamo e non ignoriamo nessuno.
Pochi giorni fa, ancora una volta, il Mediterraneo si è trasformato in luogo di morte per chi cerca una via di fuga e un futuro migliore. Davanti alle coste della Libia, un’imbarcazione di legno con a bordo decine di persone è affondata al largo delle coste libiche orientali. Almeno 60 persone, tra cui donne e bambini, disperse, solo in 10 sono stati tratti in salvo nei pressi dell’isola di El-Bardaa, a circa 70 chilometri a ovest di Tobruk. Come evidenzia il Centro Astalli, la tragedia dello scorso 15 luglio si inserisce nel quadro di una rotta che continua a essere percorsa da migliaia di persone costrette a intraprendere viaggi estremamente pericolosi.
In questi stessi giorni, rivela l’organizzazione umanitaria, si sono registrati nuovi arrivi sulle coste italiane: a Lampedusa sono sbarcate persone soccorse dopo essere partite dalla Libia e dalla Tunisia, tra cui anche minori e un cittadino tunisino tetraplegico. Oggi, come ogni volta, raccogliamo e facciamo nostro il grido di dolore del Centro Astalli: sbarchi e naufragi raccontano due aspetti della stessa realtà. Da una parte uomini, donne e bambini che riescono a raggiungere un luogo sicuro dopo viaggi segnati da rischi e sofferenze; dall’altra coloro che non arrivano mai a destinazione e di cui spesso non resta neppure una traccia.
Ogni nuova tragedia in mare richiama l’urgenza di un impegno concreto per garantire percorsi sicuri e legali di accesso alla protezione, evitando che migliaia di persone siano costrette ad affidare la propria vita ai trafficanti, su imbarcazioni inadatte percorrendo rotte sempre più pericolose.
Dietro ogni numero ci sono storie, famiglie, speranze e persone che hanno intrapreso un viaggio segnato dalla vulnerabilità e dalla ricerca di sicurezza. Il susseguirsi di naufragi dimostra ancora una volta la necessità di rafforzare i sistemi di soccorso in mare e di promuovere politiche capaci di mettere al centro la dignità e la tutela della vita umana.
Rendiamo dunque onore a chi continua il proprio impegno quotidiano accanto alle persone rifugiate e migranti, offrendo accoglienza, ascolto e accompagnamento a chi arriva in Italia dopo percorsi spesso segnati da sofferenze e perdite.
Di fronte a queste tragedie, non possiamo abituarci al dolore né considerare inevitabili le morti nel Mediterraneo: ogni vita perduta interpella la responsabilità della comunità internazionale.


