Nella notte tra il 18 e il 19 aprile del 2015 si consumava uno dei drammi dell’immigrazione più grave di sempre: il naufragio di un’imbarcazione con centinaia di profughi eritrei nel Canale di Sicilia.
Il decimo anniversario di una delle tragedie del mare con il più alto numero di vittime, circa mille, si celebra in un clima ammantato di ipocrisia. Più di quanto non sia mai stato.
Oggi la politica la ricorda come una catastrofe che ha portato alla morte di migranti consapevoli dei rischi che correvano, vittime di trafficanti di esseri umani senza scrupoli. Vero.. Ma anche dell’indifferenza e dell’incapacità delle istituzioni italiane ed europeee di affrontare il fenomeno delle migrazioni in modo efficace e soprattutto umano.
Quella notte rimane impressa nella memoria collettiva non solo per la drammaticità degli eventi, per la risonanza delle sue conseguenze, ma anche per l’ipocrisia di chi non vuole trovare una soluzione equa e legale ai “viaggi della speranza” che si trasformano inevitabilmente in drammi.
Ogni anno, in questi giorni, ci troviamo a riflettere su quelle vite spezzate, su quei volti anonimi di chi ha cercato speranza in un futuro migliore e ha trovato solo la morte in fondo al mare.
Nel ricordare questa tragedia, è impossibile come ha sottolineato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, restare indifferenti. Il capo dello Stato ha esortato a non voltare le spalle. Parole che devono diventare il nostro mantra, un richiamo urgente a non dimenticare ma, al contrario, a mobilitarci in prima persona. La nostra civiltà, costruita su valori di solidarietà, umanità e rispetto della vita, ci impone di essere testimoni attivi e impegnati.
Oggi, più che mai, è necessario riflettere su cosa significa essere cittadini di un mondo interconnesso. Ogni anno, migliaia di persone scappano da conflitti, persecuzioni, povertà e miseria, rischiando le proprie vite in un viaggio mortale verso l’ignoto. Molti di loro, come quelli del naufragio del 2015, sono alla ricerca di una vita dignitosa, lontana dalle guerre e dalle ingiustizie. Non possiamo permettere che questo dramma passi sotto silenzio, che la memoria di quelle vittime venga oscurata dall’indifferenza.
Quella tragedia ci interpella e ci impone delle scelte. Siamo chiamati a costruire una società che non solo accoglie, ma che comprende e protegge. Siamo costretti a riflettere sui nostri sistemi di accoglienza, su come affrontiamo le migrazioni e, soprattutto, su come garantire la sicurezza di chi scappa da situazioni disperate. Non è solo questione di politica, ma di etica e umanità. Dobbiamo trovare il coraggio di affrontare questa realtà senza paura, con la consapevolezza che l’indifferenza è complice di nuove tragedie.
Le speranze di chi intraprende questi viaggi disperati non devono essere vanificate. La risposta collettiva deve andare oltre la semplice assistenza; deve includere politiche che affrontino le cause profonde della migrazione, promuovendo lo sviluppo nei paesi di origine e favorendo la cooperazione internazionale. Solo così possiamo sperare di scrivere un futuro diverso, in cui la tragedia non si ripeta.
Ricordare il naufragio del 18 aprile 2015 non è solo un atto di commemorazione; è un appello all’azione. Oggi più che mai, è il momento di rinnovare il nostro impegno a favore di una società che non dimentica, che non si volta dall’altra parte, ma che si fa carico di costruire ponti anziché muri. La nostra civiltà e la nostra umanità dipendono dalla nostra capacità di rispondere a questo urgente richiamo. Facciamo in modo che il ricordo di quelle vite diventi non solo memoria, ma anche impulso a un cambiamento reale e duraturo.


