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Opinioni

Meloni, tra balena bianca e scorpione nero

La naturale evoluzione della premier italiana verso un governo centrista attraverso la costituzione di un grande polo conservatore si scontra con il suo Dna identitario, che non resiste alla rincorsa dell'estremismo verbale e finisce per affondare il suo stesso futuro.

Il cammino verso le prossime elezioni politiche si annunciava già ripido per Giorgia Meloni. La dura sconfitta nel referendum costituzionale ha incrinato l’alone di invincibilità della premier, trasformando una scadenza elettorale che doveva essere una formalità in una sfida ad altissimo rischio. A complicare drammaticamente questo scenario è intervenuto l’avvento di Roberto Vannacci. Con la nascita ufficiale di Futuro Nazionale, il generale ha smesso i panni del provocatore editoriale per indossare quelli del cinico stratega del potere. La sua non è una corsa per partecipare o per mediare; la sua è una strategia del logoramento progettata per vincere e per cannibalizzare la destra dall’esterno. Con una fulminea operazione di cannibalizzazione dell’elettorato di estrema destra, specialmente leghista, l’ex-parà ha ridisegnato i rapporti di forza all’interno della coalizione, rendendo una futura vittoria della destra un obiettivo assolutamente problematico.

Davanti a questa tenaglia, la Presidente del Consiglio si trova a un bivio decisivo per la propria sopravvivenza politica identico a quello che decretò la sua stessa fortuna anni fa, quando portò Fratelli d’Italia dal 3% al 30% sfruttando la rendita di posizione dell’opposizione pura: cedere all’istinto, ritornare al proprio radicalismo di destra e ingaggiare una sfida diretta contro Vannacci sul terreno populista, oppure sfruttare la radicalità stessa dell’ex-paracadutista per isolarlo. Questa seconda opzione, basata su una cinica strategia degli opposti estremismi, le permetterebbe di accreditarsi come l’unica sponda moderata e di insediarsi stabilmente a governare il centro del Paese. Ma, più si accredita a Bruxelles come leader responsabile e atlantista, più lascia scoperto il fianco destro. È in questa frattura emotiva e ideologica che Vannacci si inserisce, drenando consensi ai delusi del pragmatismo di governo.

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Tuttavia, la sociologia elettorale italiana ci insegna che i “duri e puri” della destra radicale si scontrano storicamente con un soffitto di cristallo blindato tra il 5% e l’8%. Era il perimetro del vecchio Movimento Sociale Italiano di Almirante e rischia di essere il recinto di Futuro Nazionale. La grande provincia italiana, la borghesia produttiva e i moderati che oggi regalano a Meloni la leadership del Paese non cercano la rottura dei trattati o l’isolamento internazionale. Cercano stabilità, ordine e meno tasse.

La vera trappola per Meloni non sarebbe lo scontro frontale, ma l’aiutare Vannacci a istituzionalizzarsi, permettendogli di compiere quella metamorfosi che lo renderebbe digeribile anche all’elettorato moderato. La contromossa della premier deve quindi essere da manuale della prima Repubblica: una strategia simile a quella degli opposti estremismi. Isolare Vannacci nella sua fortezza identitaria a destra, privarlo di sponde istituzionali, e costringerlo a parlare solo di temi divisivi. Più il generale urlerà a destra, più Meloni apparirà razionale, moderata e rassicurante al centro.

Questo posizionamento apre la strada a un clamoroso effetto domino politico. Se Vannacci dovesse completare l’OPA ostile sulla Lega, svuotando la linea moderata e federalista di un Matteo Salvini ormai logorato, l’attuale coalizione di governo salterebbe. Ma quella che per molti potrebbe apparire come una crisi istituzionale, per la premier sarebbe l’occasione storica della vita: liberarsi del ricatto del populismo interno e rifondare l’area conservatrice lanciando una altrettanto efficace OPA verso il centro.

Davanti a una Lega a trazione Vannacci, cadrebbero i veti morali delle forze riformiste e liberali. Leader e soprattutto elettori di realtà come Azione, Italia Viva e Più Europa – oggi virtualmente orfani di rappresentanza a causa di un Campo Largo sempre più schiacciato a sinistra sulle posizioni massimaliste del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi-Sinistra – troverebbero in un neo-pragmatismo economico di Meloni l’unica sponda credibile.

Il miraggio della nuova Balena Bianca

Isolando gli opposti estremismi – la sinistra radicale da una parte e il nazionalismo sterile di Vannacci dall’altra – Giorgia Meloni potrebbe dare vita a una stabilità di governo inedita. Diventando una nuova Balena Bianca e guidando una solida coalizione conservatrice-liberale, europea e atlantista. La parabola di Vannacci potrebbe così trasformarsi, ironia della sorte, nel più grande generatore di moderazione riflessa della politica italiana, il catalizzatore perfetto per permettere a Meloni di governare il Paese dal centro per i prossimi dieci anni, intercettando il voto della borghesia produttiva, delle cancellerie occidentali e dei mercati finanziari.

In questa complessa operazione, le recenti e durissime dichiarazioni di Vannacci avrebbero potuto e dovuto offrire alla premier il perfetto pretesto tattico per accelerare una metamorfosi senza sforzo poiché praticata dall’ex-parà con una manovra di presidio della destra estrema. Durante la chiusura dell’assemblea costituente di Futuro Nazionale a Roma, Vannacci ha sferrato un triplo affondo identitario destinato a scavare un solco profondo con il centro democratico: ha liquidato il femminicidio affermando che “non esiste”, ha deriso le quote rosa legandole a “quello che uno ha sotto le mutande” e ha attaccato l’accesso alla sanità pubblica per la transizione di genere.

Per Meloni, queste uscite farneticanti non avrebbero dovuto rappresentare un problema, ma una straordinaria opportunità. Diventavano la prova scientifica da esibire ai moderati per dimostrare che oltre il suo partito esiste solo un estremismo reazionario e non di governo. Lasciare che l’ex-paracadutista si isolasse su queste trincee ideologiche doveva servire a Meloni per liberare enormi praterie al centro e accreditarsi, per contrasto, come l’unica guida responsabile del conservatorismo liberale italiano.

Il confronto impietoso con l’ex-parà

Tuttavia, l’architettura della nuova Balena Bianca crolla sistematicamente sotto il peso dei riflessi condizionati della stessa premier. Se il futuro politico di Meloni dipende dalla sua capacità di emanciparsi dal recinto puramente “nazionale” per farsi leader globale, le sue ultime sortite dimostrano una vistosa e pericolosa regressione tattica che non è possibile valutare in che misura sia consapevole e istintiva.

Il caso emblematico è l’affondo sarcastico via social contro la fiera dell’editoria Più libri più liberi. Davanti alla richiesta di una sottoscrizione dei valori democratici e antifascisti rivolta agli editori, la premier non ha saputo resistere. Invece di mantenere un distacco istituzionale, ha scelto di rindossare i panni della militante di fazione, bollando l’iniziativa come un’operazione di “censura” e di “patentino” orchestrata dalla sinistra.

In questo nervosismo si consuma il cortocircuito: un timore costante di essere “sorpassata a destra” mentre a concentrare tutta la sua attenzione dovrebbe essere solo il suo spostamento al centro. Meloni dovrebbe aver percepito che in una sfida a chi incarnasse la vera destra radicale, oggi come oggi il confronto con Vannacci diventerebbe per lei impietoso. Dopo quattro anni al governo, agli occhi della destra profonda, Meloni è sempre meno credibile: i compromessi a Bruxelles, l’allineamento alla Nato e le sue sempre più esplicite condanne del fascismo l’hanno già bollata come una leader “di sistema”. Se si cimentasse nel rincorrere l’ex-parà sul terreno delle guerre culturali, la premier otterrebbe l’effetto opposto. Per i moderati, con la sua fiamma mussoliniana incombente al centro del simbolo, appare ancora prigioniera dei vecchi tic post-fascisti, mentre per i radicali la sua è solo una debole e tardiva imitazione della radicalità genuina di un Vannacci che si spinge a rievocare senza vergogna la Decima Mas. Meloni si ritrova così schiacciata in una terra di nessuno: troppo istituzionale per la piazza populista, ancora troppo faziosa per l’establishment.

La sindrome dello scorpione

Il vero dramma politico della Presidente del Consiglio sta nel fatto che non sembra aver ancora compreso quale debba essere la sua reale strategia per vincere un futuro che non sia solo nazionale. La sua postura ricalca fedelmente la celebre favola dello scorpione e della rana. Meloni sa perfettamente di aver bisogno di quel traghetto verso il centro per far nascere la sua creatura neo-democristiana e superare il guado della storia. Eppure, davanti a provocazioni culturali come quella della fiera del libro, la premier non riesce a trattenersi: punge il traghettatore, condannando l’intero progetto all’immobilità. È la sua stessa natura identitaria a imporglielo, un riflesso pavloviano che si rivela più forte di qualsiasi calcolo machiavellico.

Pungere continuamente i valori liberali e costituzionali rende impossibile il suo accreditamento presso il centro moderato e riformista di figure come Carlo Calenda, Matteo Renzi e Riccardo Magi che pur sarebbero tentate di accoglierla se solo si rendesse presentabile. I leader dell’opposizione di centro non possono concedere alcuna sponda o convergenza a chi, alla prima occasione, torna a impugnare il manganello della propaganda di fazione.

Cedendo alla sua natura di scorpione, Giorgia Meloni sabota da sola quello che potrebbe essere il suo capolavoro politico. Rinunciando di fatto al progetto di una nuova Balena Bianca e allo sfruttamento tattico del fenomeno Vannacci, la Meloni resta arroccata su una zattera identitaria sempre più stretta che scivola inesorabilmente verso le rapide del ritorno a destra: una leader che preferisce la purezza della polemica transitoria alla grandezza di un futuro autenticamente vincente dimostra di non aver compreso quale potrebbe essere la sua evoluzione e in definitiva di essere priva dell’acume necessario a governare i prossimi anni.

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