
Durante gli anni trenta dello scorso secolo, una trentaseienne insegnante ucraina di Kharkiv, Olexandra Radchenko, non potendo esternarlo apertamente perché era severamente vietato, confidò al suo diario i metodi repressivi che la polizia segreta sovietica, il famigerato OGPU (Direttorato politico dello Stato presso il Consiglio dei commissari del popolo dell’URSS), stava attuando a carico della gente intorno a lei. Ciò che accadeva, e che andava peggiorando di giorno in giorno, era il risultato delle politiche di collettivizzazione forzata e di “dekulakizzazione” (cioè, la repressione dei “kulaki”, i contadini un po’ più agiati degli altri). Si trattava di una serie di torture, violenze e privazioni attuate sulla popolazione rurale. “Se avessimo avuto un cattivo raccolto – scrisse – ce ne saremmo fatta una ragione”, ma la stagione era stata normale quell’anno, tuttavia il grano non c’era, era stato confiscato, e la gente moriva di fame: “era stata creata una carestia artificiale”.

Il diario di Oleksandra tratta solo il biennio 1932-33, ma quelle carestie durarono per ben più anni. Il suo racconto descrive la fame, le requisizioni forzate di cibo, la disperazione dei contadini, scene non documentate da nessuna o pochissime immagini, ma simili a quelle viste nei lager nazisti con persone ridotte a scheletri, bambini affamati e la crudeltà degli attivisti sovietici incaricati di sequestrare il grano.

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale (che i russi chiamano Guerra Patriottica, 1941-45, per distinguerla dalla guerra scatenata in collaborazione con la Germania nazista nel periodo 1939-41), la nuova polizia segreta NKVD (Commissariato del popolo per gli affari interni) e poi il famigerato KGB rinvennero il diario di Oleksandra, la mandarono a processo per “propaganda antisovietica”, e la fecero condannare a 10 anni di lavori forzati presso un GULAG.
Solo dopo che l’Ucraina ottenne l’indipendenza, le sue testimonianze intitolate Shchodennyk Oleksandry Radchenko (Diari di Olexandra Radchenko) poterono essere pubblicate all’interno del volume collettivo Rozsekrechena pam’yatʹ: Holodomor 1932–1933 rokiv v Ukrayini v dokumentakh HPU-NKV (Memoria desegretata: l’Holodomor degli anni 1932-1933 in Ucraina nei documenti GPU-NKVD), Kiev 2007, diventando prove documentali fondamentali per il riconoscimento dell’Holodomor come genocidio da parte di numerosi stati del mondo.

Inutile dire che la posizione ufficiale russa è di completo disconoscimento dei fatti descritti da Olexandra. Mosca sostiene che la carestia non fu un atto deliberato del regime sovietico volto a distruggere il popolo ucraino: sostiene che si trattò di una carestia naturale, una tragedia causata da cattivi raccolti e da politiche di collettivizzazione forzata mal gestite che colpì non solo l’Ucraina ma diverse regioni dell’Unione Sovietica, come ad esempio, il Caucaso settentrionale, il Kazakistan e il Volga. La carestia non era dovuta una strategia politica di sterminio pianificata da Stalin, ma a una combinazione di “inevitabili disastri naturali ” e di atti di resistenza alla collettivizzazione da parte dei contadini (kulaki). Inoltre, Mosca sostiene che l’uso del termine “genocidio” sia uno strumento di propaganda moderna, utilizzato dall’Ucraina per alimentare il sentimento anti-russo e rafforzare la sua identità nazionale in opposizione a Mosca (il che, secondo i russi è un crimine da estirpare con la guerra). Mosca ha da sempre vietato in Russia ogni discussione su questa carestia, anche prima del riconoscimento ucraino e internazionale dell’Holodomor, e ha imposto ai media russi una versione dei fatti che assolve il Partito Comunista da ogni diretta responsabilità sull’accaduto.

Al contrario, l’Ucraina e molti altri Paesi hanno riconosciuto l’Holodomor come genocidio. Tra questi la Germania nel 2022: il Bundestag (Parlamento Tedesco) ha approvato a larga maggioranza una risoluzione dal titolo “Holodomor in der Ukraine: Erinnern – Gedenken – Mahnen” (“Holodomor in Ucraina: Ricordare – Commemorare – Ammonire”) che chiarisce che il termine Holodomor (dall’ucraino “holod”, fame/carestia, e “moryty”, uccidere) indica il “deliberato omicidio di massa di milioni di persone, vittime della fame,” che ebbe luogo negli anni 1932 e 1933 nell’Ucraina allora appartenente all’Unione Sovietica, che la carestia non fu la conseguenza dei cattivi raccolti, ma di “una precisa decisione presa dalla dirigenza sovietica sotto Stalin” e rappresenta “un crimine contro l’umanità che può ben essere classificato, usando le categorie odierne, come genocidio”. Il Bundestag ha poi esortato il governo federale a sostenere politicamente il ricordo delle vittime dell’Holodomor, e a opporsi a ogni tentativo di diffusione di “narrazioni storiche unilaterali di parte russa”. Infine il Bundestag ha dichiarato che l’Holodomor fa parte dei più efferati crimini contro l’umanità, di inimmaginabile crudeltà, e ha nobilmente ricordato che “tra questi figurano l’Olocausto contro gli ebrei europei, nella sua singolarità storica, i crimini di guerra della Wehrmacht (Esercito Tedesco)” e “l’omicidio sistematico di milioni di civili innocenti nell’ambito della guerra di annientamento razzista tedesca a est, per la quale la Germania ha una responsabilità storica”.
Quanto agli altri paesi che facevano parte della ex Unione Sovietica, il 20 dicembre 2005 la Georgia è stata uno dei primi Paesi al mondo a riconoscere ufficialmente l’Holodomor come un atto di genocidio contro il popolo ucraino. Il Parlamento georgiano ha dichiarato che l’Holodomor fu un “genocidio deliberato” pianificato dal regime totalitario bolscevico per schiacciare la resistenza ucraina.
Il 24 novembre 2022, il Parlamento della Repubblica di Moldova ha approvato ufficialmente, a maggioranza, una dichiarazione che riconosce l’Holodomor del 1932-1933 come genocidio del popolo ucraino. Il documento attribuisce la responsabilità al regime totalitario comunista dell’ex URSS per aver pianificato deliberatamente lo sterminio tramite la fame. Oltre a sostenere l’Ucraina, la Moldavia denuncia la propria tragedia nazionale: la carestia del 1946-1947, che causò oltre 123.000 morti (circa il 5% della popolazione moldava dell’epoca). Evidentemente l’URSS non aveva perso né il pelo né il vizio.
Mentre la maggioranza dei paesi ex sovietici definiscono l’Holodomor un genocidio, il Kazakistan ricorda una propria tragedia nazionale dello stesso periodo (1930-1933) che chiama Asharshylyq o Aşarşylyq (che in lingua kazaka significa letteralmente “carestia” o “miseria”), la quale causò la morte di circa 1,5-2 milioni di persone. A livello ufficiale, il governo kazako non utilizza il termine “genocidio” per descrivere la carestia, preferendo definirla una “catastrofe nazionale” o una “tragedia storica”. Recentemente, le autorità hanno persino rimosso o modificato alcuni monumenti che utilizzavano termini troppo simili a quelli ucraini per evitare tensioni con Mosca. Pur non parlando di genocidio, gli storici e le istituzioni kazake riconoscono che la carestia fu causata da politiche umane deliberate, come la “collettivizzazione forzata” e la sedentarizzazione dei nomadi, che distrussero il loro stile di vita tradizionale. Dichiarare la carestia un genocidio significherebbe accusare direttamente il potere centrale sovietico (di cui la Russia si sente erede!) di un crimine mirato contro l’etnia kazaka, una mossa politica che il governo attuale considera troppo rischiosa. Nonostante ciò, all’interno del Kazakistan c’è un forte movimento di storici e attivisti che spinge per il riconoscimento del genocidio, sostenendo che le politiche di Stalin mirassero specificamente a distruggere l’identità nazionale del paese.
Altri paesi che hanno riconosciuto l’Holodomor come genocidio sono Francia, Regno Unito, Estonia, Lettonia e Lituania, Belgio, Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia e Slovenia, Svizzera, Islanda, Città del Vaticano, Stati Uniti, Canada, Brasile, Colombia, Ecuador, Messico, Paraguay e Perù, Australia e molti altri.
l’Italia ha riconosciuto l’Holodomor come genocidio nel 2023. Indagando tra gli archivi a tale scopo, gli storici italiani hanno trovato delle testimonianze molto interessanti che fanno comprendere come il governo fascista già era al corrente dei crimini commessi durante il periodo dell’Holodomor. Infatti, fra i diplomatici stranieri presenti in URSS che inviarono rapporti confidenziali ai propri governi, ce ne sono alcuni italiani, che al tempo erano residenti a Kharkiv e Odessa (tra di essi, Sergio Gradenigo tra il 1931 e il 1934, console a Kharkiv che allora era la capitale dell’Ucraina). Essi inviarono dispacci dettagliati al governo di Roma descrivendo lo sterminio sistematico della popolazione locale.

In un dispaccio del 1933, Gradenigo espresse sgomento per il silenzio internazionale: “La fame continua a menar strage così imponente fra la popolazione, che resta del tutto inspiegabile come il Mondo rimanga indifferente di fronte a simile catastrofe“. In un altro dispaccio riportò scene di estrema degradazione urbana, descrivendo i cadaveri che venivano raccolti ogni mattina nelle strade di Kharkiv: “Al Bazar il 21 mattina i morti erano raggruppati come mucchi di stracci […] Ne ho contati 51. Un bambino succhiava il latte dalla mammella della madre già morta“. Gradenigo comprese subito che “non si trattava di una semplice fatalità agricola”. In un rapporto intitolato “La fame e la questione ucraina” (maggio 1933), evidenziò come la carestia fosse utilizzata dal regime sovietico quale strumento per piegare la resistenza nazionale e contadina dell’Ucraina. Per rendere inconfutabili i suoi rapporti, inviò a Roma persino dei campioni di pane di pessima qualità per dimostrare l’impossibilità di sopravvivere con le razioni concesse alla popolazione. Ovviamente a Mussolini non interessava molto della popolazione ucraina, e magari tali testimonianze gli facevano gioco per giustificare il proprio intervento con gli scarponi di cartone, armi obsolete e senza trasporti contro i “barbari” bolscevichi a fianco della Germania Nazista.
I documenti di Gradenigo, riscoperti dallo storico Andrea Graziosi negli archivi della Farnesina (Ministero degli Esteri italiano), sono stati fondamentali affinché l’Italia riconoscesse ufficialmente l’Holodomor come genocidio, purtroppo non così presto come avrebbe dovuto, nel 2023.


