Erano partiti insieme dalla Sierra Leone in cerca di un posto migliore in cui costruire la propria famiglia, ma Abu Bakar ci ha raccontato in lacrime la brutale uccisione di sua moglie Fatmata da parte della polizia macedone. Aveva solo 23 anni. Quando lo incontro ha gli occhi lucidi e la voce strozzata, ma la forza di chi si batte con decisione.
“Tutte le volte che parlo di Fatmata e di ciò che le è successo mi sento male, ma è necessario parlare, sia per me che per la sua famiglia, chiediamo giustizia”. Sono cresciuti insieme, sono sempre stati insieme, finché giovanissimi si sono sposati. Non è stato facile convolare a nozze, il padre di Fatmata era un potente politico locale, non gradiva questo ragazzo troppo normale per sua figlia, aveva altre ambizioni per lei. Così iniziano le minacce nei confronti di Abu. In certi posti lo strapotere dei politici locali è tale da far temere per la propria incolumità. Di qui la decisione di intraprendere il viaggio, in cerca di un futuro migliore, più sicuro, senza minacce. Dalla Sierra Leone al Burkina Faso alla Guinea, un lungo percorso che li porta fino alla Turchia. Il loro visto, però, è di soli tre mesi, e con la polizia turca non si scherza. Proseguono per la Grecia, a Samo, dove, però, si vedono respingere la domanda di asilo che nel frattempo avevano inoltrato. Da lì ad Atene, poi al campo profughi di Ioannina, dove viene rigettata anche la seconda domanda.
Non hanno più possibilità di restare in Grecia, sono degli illegali, hanno paura. “Ci siamo spostati a Salonicco e abbiamo cominciato a camminare verso il confine con la Macedonia del Nord. Il 19 aprile del 2023, alle 6 del mattino, a Gevgelija, un autista ci aspetta per farci passare dall’altra parte. Fatmata si dirige allo sportello di destra della macchina, io a sinistra. Ho sentito dei colpi di pistola e poi…’Abu mi hanno sparato’. Sono corso da lei, mentre riprendevano a sparare. Ho pregato di aiutarmi, ma il poliziotto non mi ha nemmeno guardato”.
“Così si muore in questa frontiera senza umanità, tra ingiustizia e indifferenza”
Arriva una seconda macchina della polizia, Abu viene aiutato dall’amica Lima a caricare il corpo di Fatmata e corrono ad un posto di soccorso. “L’hanno trattata come un animale” racconta Abu in lacrime. Da lì è stata trasferita in ospedale, ma ad Abu viene impedito di entrare in ambulanza con lei, lo fanno salire su una macchina e lo portano in manette alla stazione di polizia. Gli sequestrano i vestiti insanguinati che indossava Fatmata e che lui aveva preso anche per avere prove dell’accaduto; lo trattengono per due giorni nel centro di detenzione senza notizie della moglie, nella più totale incuria, insieme ad altri migranti presenti al momento dell’uccisione. Poi gli è concesso di avvisare la famiglia, la sorella di lei Binthia, e gli operatori dell’associazione umanitaria Second Tree, che aveva conosciuto nel campo profughi di Ioannina, l’unico riferimento in quel momento.
“Quando ho saputo che era morta mi sono sentito mancare anche io. Volevo solo riportare il corpo in Sierra Leone per un degno funerale, ma l’obitorio mi ha chiesto soldi per il rilascio della salma, altrimenti avrebbe gettato Fatmata in un campo”. Burocrazia, corruzione, disumanità. Una tangente di 8.500 euro per poter piangere il corpo di Fatmata. Autorizzazioni negate, ancora richieste di denaro. L’operatore di Second Tree Giovanni Fontana lo assiste, trova dei bravi avvocati per denunciare la polizia e lo aiuta nelle procedure di rimpatrio; riporta lui stesso il feretro alla famiglia, dopo tre mesi.
“La cosa più dolorosa è non essere andato al suo funerale, perché sapevo che da lì non avrei avuto la possibilità di lottare per mia moglie, voglio che questa testimonianza possa essere utile a tutti coloro che vengono feriti e uccisi alla frontiera, di cui non si sa più nulla. Spero che nessuno mai più si debba trovare nella nostra situazione e che noi migranti possiamo finalmente essere trattati da esseri umani “.Da quel momento Abu Bakar non smette di chiedere giustizia per Fatmata. La polizia lo definisce “un incidente”, ma lui denuncia il poliziotto che ha sparato. Gli intimano di lasciar perdere, gli promettono un attraversamento della frontiera senza ostacoli. Abu va avanti.
Inizia il primo processo, che purtroppo ha un esito negativo, non viene riconosciuta la colpevolezza di chi l’ha colpita, come se non fosse successo, come se fosse lecito sparare su una donna inerme. Eppure il poliziotto accusato era stato già stato condannato per corruzione nel 2007, e reintegrato nella polizia nel 2019. Abu presenta appello e ora è in attesa della sentenza. Vuole una giustizia “giusta”, è pronto ad arrivare al Tribunale Internazionale.
Intanto anche Papa Francesco gli ha inviato una lettera di solidarietà, scritta di suo pugno. Diverse istituzioni internazionali hanno monitorato la vicenda, l’europarlamentare Alessandra Moretti ha presentato un’interrogazione a Bruxelles con 21 suoi colleghi lo scorso anno, chiedendo che la Commissione Europea vigili sul rispetto dei diritti umani alle frontiere.
L’uccisione di Fatmata è avvenuta nello stesso periodo in cui Frontex, l’Agenzia europea per il controllo frontiere, è stata dispiegata al confine della Macedonia del Nord per rafforzare i controlli alla frontiera esterna dell’UE. Abu, che nel frattempo ha chiesto asilo politico all’Italia, ha il sostegno di molti, anche il nostro.


