Nonostante la contrarietà della Germania, della Francia e della Spagna – che dicono sia inapplicabile ai grandi numeri – Ursula von der Leyen ha elogiato il protocollo Italia-Albania sui migranti definendolo “un modello innovativo”. La lode della Presidente della Commissione Europea – che ha trovato il sostegno dell’Olanda intenzionata a aprire un hub analogo in Kosovo – non stupisce dal momento che l’iniziativa italiana ricalca, in qualche modo, l’idea tedesca degli accordi siglati a suo tempo dalla Merkel e Erdogan per tenere il flusso dei rifugiati siriani fuori dall’Europa. Un’innovazione di poco conto, dunque, in termini di modelli politici migratori se non per il fatto che l’operazione stavolta ha il pregio di essere meno dispendiosa per le casse europee perché gli oneri finanziari ricadono tutti sull’Italia.
La debolezza del piano attuato dall’Italia è, peraltro, evidente sotto molti punti di vista. Quello giuridico, intanto, dimostrato dalla mancata convalida del fermo, applicato ai primi 12 migranti qui trasferiti, da parte dei giudici del Tribunale di Roma in linea con la sentenza della Corte di giustizia europea, sbrigativamentedisattesa dal governo italiano. Poi, quello della sostenibilità dei costi rispetto ai benefici ottenuti e del reale effetto di dissuasione che la minaccia può produrre sulle partenze dai Paesi dell’Africa – afflitti da mali e pericoli ben maggiori – dai quali hanno origine i flussi migratori. Infine, ma non ultimo per importanza, il valore in sé, per la politica da adottare in Europa, della procedura seguita. Che consiste nell’accantonare il problema nascondendo – alla vista di chi vi dovrebbe prestare attenzione, in quanto diretto interessato, alle conseguenze che ne derivano – le prove della suaesistenza e la misura della sua portata. Autorizzando, così, tutti i soggetti coinvolti a procrastinare la definizione di una strategia in grado di dare al fenomeno la sistemazione politica e culturalenecessaria per inserirlo correttamente nei normali processi di transizione dell’umanità i quali, attraverso i tanti percorsi accidentati di cui la storia è testimone, hanno permesso alla civiltà– quando ha saputo ricavare, anche dalle occasioni sgradite, il maggior giovamento possibile per gli anni a venire – di conseguire i livelli di successo e di benessere di cui gode.
Nel mondo in cui abitiamo, attraversato – come sempre è stato – da perenni mutamenti, è un inganno pensare di arrestare gli eventi,invece di cercarne gli aspetti positivi da risolvere in un bene pari a quello di cui tali eventi ci privano, se non più grande e migliore. Sta tutta in questo piccolo atto di fede, in definitiva, la chiave del progresso.
Sostituire una posizione politica riflessiva e culturalmenteresponsabile verso un domani che riguarda tutti – in un mondoormai irreversibilmente globalizzato – con la scelta di dare seguito a azioni provvisorie, persino un po’ maldestre perché dettate frettolosamente dalla volontà di vantare un piglio decisionista che ribadisca la propria reputazione, non è certo la migliore delle opzioni. Né tantomeno rappresenta un modello innovativo da imitare in futuro – a meno che non lo si dica con una punta di sottintesa malizia – poiché assomiglia troppo al vecchio detto di “spazzare la polvere sotto il tappeto” per dare alla casa un lustro menzognero che è destinato, fatalmente, a durare poco. Non sorprende se le conseguenze spiacevoli, già all’origine paventate, cominciano a farsi vedere. Anche se non è probabilmente il conflitto fra i poteri istituzionali, che sembra profilarsi, la via adatta a risolverle.


