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Migranti, l’inverno della coscienza: il 2026 sorge sull’abisso dell’indifferenza

Mentre l'Europa archivia le festività, il bilancio dell'ultimo anno si chiude tragicamente: 116 dispersi in un solo naufragio e la strage silenziosa per ipotermia ai confini africani.

Il nuovo anno si apre sotto il segno di una contabilità atroce che non ammette repliche: 116 croci invisibili piantate nei fondali libici e 13 corpi senza vita recuperati tra le cime innevate al confine tra Marocco e Algeria. Quello che doveva essere un tempo di bilanci e speranze si trasforma nella conferma che la “Fortezza Europa” continua a operare come un immenso cimitero a cielo aperto, dove il diritto al soccorso è stato declassato a variabile burocratica.

I dati definitivi dell’anno appena concluso delineano un quadro drammatico e il nuovo anno si avvia ad ereditare il fallimento morale di un continente che militarizza i confini e dimentica l’umanità. Sulla base dei dati ufficiali aggiornati al 31 dicembre 2025, con le cifre fornite dall’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni), dall’UNHCR e dai report della Fondazione Migrantes, oltre 1.700 persone hanno perso la vita o risultano disperse nel Mediterraneo nel corso del 2025. La rotta del Mediterraneo Centrale si conferma la più letale al mondo: su questo segmento di mare si sono registrate circa 900 vittime accertate, rendendolo l’epicentro della crisi umanitaria globale.

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La fine del 2025 non ha concesso tregua, registrando oltre 2.600 arrivi sulle coste italiane in un contesto di emergenza perenne. Un flusso segnato da una sequenza ininterrotta di tragedie in mare, culminata nell’orrore della strage avvenuta nel cuore delle festività natalizie. L’ultima tragedia non è stata una fatalità, ma la conseguenza prevedibile di una precisa strategia di disimpegno nelle operazioni di soccorso.

Un’imbarcazione salpata da Zuwara, in Libia, lo scorso 18 dicembre, con 117 persone a bordo, è stata travolta dalla furia del maltempo. Un’agonia durata ore, segnata da un grido d’aiuto, un SOS disperato, che è rimasto a galleggiare nel vuoto, ignorato dalle autorità responsabili fino all’inevitabile inabissamento. Nonostante le segnalazioni tempestive inviate da Alarm Phone, il coordinamento internazionale si è rivelato un “muro di gomma”. Solo la sera del 21 dicembre, un peschereccio tunisino ha tratto in salvo l’unico superstite: un uomo trovato alla deriva su un relitto di legno, testimone oculare dell’annegamento di 116 compagni di viaggio. Dietro questo silenzio si cela una delega di responsabilità verso chi non può o non vuole salvare. Una scelta strutturale della ‘Fortezza Europa’, che punta a scoraggiare i flussi migratori barattando la sovranità dei confini con il valore della vita umana.

Mentre l’attenzione si concentra sul mare, una tragedia silenziosa si consuma lungo la rotta magrebina. Nella provincia orientale di Jerada, al confine tra Marocco e Algeria, il freddo estremo sta decimando chi tenta la traversata via terra. Il ritrovamento di altri quattro corpi nei pressi di Touissit ha portato a 13 il numero di morti per assideramento nell’ultimo mese. La militarizzazione dei confini sposta i flussi verso zone montuose dove le temperature scendono sotto lo zero, trasformando le vette in trappole di ghiaccio senza alcun riparo.

Il contrasto tra la retorica dei valori e la prassi politica emerge con violenza. “Siamo di fronte a una rievocazione grottesca della fuga in Egitto,” ha ricordato Monsignor Giancarlo Perego, Presidente della Commissione Episcopale per le Migrazioni della CEI e della Fondazione Migrantes “Si onora il simbolo del ‘Bambino’ nelle piazze, ma si accetta con cinismo che i suoi coetanei affoghino o gelino a pochi chilometri da noi.”

L’assenza di una missione di ricerca e soccorso a guida europea e la scarsità di corridoi umanitari rendono queste morti prevedibili e inevitabili. Difendere i confini sacrificando vite vulnerabili svuota di significato ogni pretesa di identità civile.

L’inizio di un nuovo anno porta con sé il rito dell’augurio. Tuttavia, davanti a questi numeri, le parole di circostanza suonano vacue. L’augurio più autentico per questo 2026 è quello di un risveglio della responsabilità. Che quest’anno la politica riscopra il coraggio della protezione; che il mare torni a essere un ponte e non un abisso, e i confini smettano di essere sentenze di morte. L’auspicio è che la nostra comunità sappia sostituire l’indifferenza con la lungimiranza. Perché una civiltà che sceglie di salvare ogni vita non è solo più giusta: è una civiltà che salva, prima di tutto, se stessa.

Buon anno a chi non si arrende all’ombra, e a chi continua a credere che un’altra accoglienza sia possibile.

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